cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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venerdì, 27 ottobre 2006

 

Una lettera non risposta.

Caro G.,

sono contento che tu mi abbia costretto a una discussione serrata sui fondamenti del mio lavoro (del mio pensiero). Costretto a ri-pensare.

Come avrai notato non ho il dono della fluidità dialettica, l’oralità per me è un mare con mille e mille biforcazioni, e non riesco mai a tener la rotta. Mi ci perdo sempre, e mi trovo alla deriva. Del resto è anche per questo che scrivo: per dare un ordine alla fugacità del mio pensiero. E allora ci riprovo.

 

1. Affermare che l'individuo è desiderio dell'altro, significa dire che il desiderio è sociale. L’uomo (eros, begierde) è una forma data: ciò che all’in-dividuo tocca dunque è di scegliersi (e qua mi viene in mente la scelta etica kierkegaardiana). Che cos’è questa forma che è data? Che cos’è questa datità della forma? Ciò che è dato non è “una cosa”, una sostanza: la forma di cui parlo è una forma potenziale. L’uomo è definito non da ciò che è ma da ciò che può. Egli è definito da un range di potenzialità, uno spettro di possibilità di essere: l'essere è dinamico. Si può dire dunque che l'individuo può non essere ciò che può essere.

2. Ora, in che modo l’uomo svilupperà le sue potenze? (In che modo diverrà se stesso per dirla con Nietzsche). In che modo può divenire intensivamente? Unicamente esponendosi all'Altro, al divenire - che è sempre divenir-altro. Esponendosi al limite, al contagio dell'altro, disponendosi alla fusionalità (termine “mistico”, come hai sottolineato, che rivendico): è questa esposizione che lo e-duca, lo tras-forma, lo porta a essere qualcos'altro (qualcosa che al medesimo tempo è dato e non è dato, che è e non è). Dunque - ri-pensando il tuo enunciato che ieri sera sottoscrivevo “ non si può essere diversi da ciò che si è” – direi piuttosto: non si può essere diversi da ciò che si può essere.

3. Ma allora allora questo essere in-comune, la comunicazione, dov’è? E' nella comune esposizione al limite, esposizione sovrana all'apertura: è l'apertura che si apre su se stessa. E’ l'apertura al gesto sovrano: dove – azzardo un’altra definizione - “sovrano è ciò che fa segno a se stesso” (si potrebbe dire: l’apertura a Dio in quanto effetto Larsen): dunque una camminata esposti alla meraviglia della luna, esposti a una voce che accade, un’ebbrezza, un bacio, la meraviglia della poesia, della letteratura, della musica, che altro non dicono se non se stesse, che altro non fanno segno se non a se stesse.

4. Tutto ciò è addensato nel gesto "concreto" dell'eros. La penetrazione è una presa di possesso che si spossessa nella misura in cui è il compimento della presa di possesso. L'essere si vuole, si cerca a-traverso, e quando si è trovato, in quell'esatto istante, si è perso, si è perso perchè è posto al limite, e lì, in quella postura, è esposto al contatto (il contagio di un’ad-finitas, di un’altra finitezza che lo tocca, lo sfrega) che è anche esposizione all’occhio dell’altro, allo sguardo dell’altro.

Ora, il con-tatto dell’altro re-dispone: dallo sguardo dell'altro ci si può lasciar e-ducare. Il contagio passa unicamente da due esseri che si scelgono al limite.

 

5. Quando parlavi di profondo e superficiale, ti dicevo che quelle coordinate non mi suonavano, e non mi veniva di trovare nei cassetti della memoria le coordinate che adesso ritrovo nella lucidità del mattino: la potenza e l’atto. Sapere che cosa un essere può.

In questo senso amore è lasciar essere: lasciar che un essere sia ciò che può essere. Lasciare all’essere le possibilità dell’essere – e questo è il compimento del desiderio (e l’apertura del Cerchio della Solitudine): desiderare che un essere sfugga alla presa, è il compimento in quanto è il desiderio al proprio limite, desiderio che nega il proprio oggetto riconoscendolo come soggetto nell’impossibilità, cioè al limite, ovvero nell’ek-stasis: e questo è il gesto di W.

W. svela il gioco, dunque ne traccia il senso, ed è attraverso lei che O. mette fine a quel gioco, col fuoco. W. prende coscienza: lascia essere gli altri, lascia A. e G. al loro gioco, accettando che divengano altro, si sottrae. Lo stesso fa con H. (che è il Padrone che si fa Servo del nuovo sole, G.). E fa lo stesso con O., perché lo lascia essere, non lo giudica, si fa attrarre da quegli occhi neri di attenzione (ad-tendere), e lo lascia essere (è un piccolo criminale, un saggio del limite, dei bordi, dei margini, che vive in un taglio di gola con la madre pazza): dunque si sottrae al gioco, non foss’altro che per reinnestarne uno nuovo – ma è nella scelta, nella de-cisione, che taglia da, che segna un divenire, è in questo gesto (sovrano) che W. è (si fa) libera, e indica una via d’uscita: perché taglia, decide. E il gesto del fuoco messo in opera da O., è un’altra libertà: il fuoco è il suo linguaggio, è la lingua che appartiene al suo range di potenzialità, è ciò che lui può essere: O. necessita del fuoco per uscire dal gioco.

Questo è ciò che l’uomo può fare: giocare, ma con la consapevolezza del gioco. E con la consapevolezza del gioco ci si eleva a quello che Spinoza chiama l’amor intellectualis dei (all’amor fati).

Un abbraccio,

M.


postato da alderano 09:36 commenti (6) 
 


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