Infrango per un istante il silenzio agostano, dacché sul frontone della presente stanza non è ufficialmente stato esposto il cartello di ferie. Così pubblico uno stralcio da un libretto che avevo pubblicato qualche anno fa. Si chiamava "Di puri contorni - Passeggiate letterarie a Massa". In questo itinerario non si poteva mancare d'incontrare la casa marina di Alberto Savinio, che ho amato e amo come pittore e vieppiù come scrittore. Qualche giorno fa, ospitato dalla figlia Angelica, ho avuto la gioia di tornarci, a distanza di anni, in quella casa fatta ad esse, nella foresta del Poveromo, abitata da memorie e innervata di vita.
Un tempo Marina di Massa era un luogo “selvaggio in riva al mare, sotto una fitta pineta.” Oltre il limite delle pinete – volute dagli Estensi nel ‘700 -, non c’erano che “dune piene di erbe e di spini, che scendevano verso la riva del mare, selvaggia come tutto il resto, dove non c’erano cabine e la rena era grossa e cosparsa di ricci e di lavarone portato dalle onde.”
Questo il ricordo del critico letterario Marco Forti, che confronta con rimpianto “quell’Eden casalingo e selvaggio” con l’odierna “comune e piuttosto dozzinale stazione di villeggiatura.”
Fino agli anni trenta, quando il fascismo volle la strada litoranea e le pinete cominciarono a popolarsi di case sparse – per arrivare poi al mutamento radicale del volto di Marina con la crescita economica del dopoguerra – quei luoghi rimasero davvero selvaggi. Era questo che incantava Carrà, il quale dipinse con amore il fiume del Cinquale, e che era forse apprezzato anche da Shelley, il quale si fermò a dormire sulla marina massese come tappa notturna nelle sue navigazioni dal Golfo di Spezia alla Versilia.
Se nel nostro itinerario un nome dev’essere legato alla marina massese, è quello dei fratelli De Chirico: il ‘metafisico’ Giorgio, e il meno celebre ma non meno grande Andrea, che per distinguersi dal fratello scelse lo pseudonimo di Alberto Savinio.
Su Giorgio, che soggiornò a Marina di Massa per un’estate, non posso fare a meno di ricordare che capitava sovente nel bar Tirreno, davanti al pontile, dove il proprietario del bar Alfredo ‘Camillo’ Grazzini - nonno di chi scrive – dava ospitalità al ‘Cenacolo’, ovvero il circolo degli artisti massesi, da lui creato (tra quegli artisti, figure monumentali come quella del partigiano Conte Giò).
Ma è il fratello Alberto Savinio ad aver celebrato la marina massese in belle pagine di letteratura. Il suo amico architetto Galassi costruì per lui una casa, a forma di chiocciola e con un muro davanti disegnato a ‘S’, nelle pinete del Poveromo, appena sotto la chiesa di S. Domenichino. Di essa Savinio scrive in diversi passi di alcuni libri. Nessuno ha esaltato la natura del Poveromo, le sue ‘mitezza’ ed ‘umanità’, più di quanto abbia fatto lui, fuori da ogni retorica, in un passo di Ascolto il tuo cuore, città: “Fosse venuto anche Nietzsche, e si fosse messo anche lui a correre in bicicletta dal Poveromo al caffè Roma e ritorno, i baffoni in bocca e gli occhi infocati sotto le sopracciglia a gronda, non sarebbe finito pazzo, e invece di quei terribili dieci anni consumati con nuvole e sassi nella testa sulla collina di Weimar, avrebbe vissuto cinquant’anni ancora di pensieri chiari e tranquilli.”
postato da alderano
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