Domani, finalmente, il libro si troverà nelle librerie. (E potrò vederlo anch'io, ché ancora non l'ho avuto tra le mani). Nell'attesa, pubblico lo scritto uscito sabato su Carta.
L’ho incontrato a Palermo, davanti al Santa Chiara, un antico oratorio che ospita tanti subasahariani in cerca di rifugio.
Lui che mi ha raccontato il suo esodo, lo chiameremo Noi. Noi è un nome ghanese, non solo la prima persona plurale dell’italico idioma (lingua dove troppo spesso il Sì risuona, e troppo poco il Noi). Il nome vero lo lasciamo da parte, così occorre fare quando si tratta di invisibili, persone da indicare sottovoce, ché all’ombra della clandestinità sono consegnate e non posso permettersi di venire alla luce.
Il padre di Noi era venuto dal nord. Un arabo che si era innamorato di una ragazza ghanese, e in Ghana si era stabilito. Noi, però, non si ricorda né del padre, morto quando aveva un anno, né della madre. Mia mamma è morta quando ero piccolino, mi dice (ed è tenero, Noi, quando nelle maglie della sua lingua quel “piccolino” prende corpo, con la elle arrotata e la i allungata). Ho fatto tanti mestieri. Il barbiere, il muratore. Ma ero solo, e non ce la facevo a vivere. Così tre anni fa sono partito. Vado in Europa. Però i soldi del viaggio non ce li avevo. Mi bastavano solo per arrivare in Burkina. Lì ho lavorato, e con quei soldi sono andato in Niger, altri mesi di lavoro, e ho preso un camion, cinquanta persone stipate, ti fermi a far sbollire il motore, con la paura che non riparta più, poco da mangiare, l’acqua che finisce, la paura dei banditi e della polizia che ti assaltano e ti portano via i vestiti…
Dopo un altro lavoro in Libia, Noi arriva in Marocco passando per l’Algeria. Va a Rabat, e lì sta per un anno. Dorme in stazione, esposto ai colpi dei banditi. Si alza i pantaloni, Guarda. Ha un grossa cicatrice, Volevano i soldi una notte, io non avevo niente, ma loro non mi hanno creduto. Sono andato dalla polizia, ma io sono africano, figurati che una volta è stata la polizia a stessa a derubarmi.
Finalmente, dopo qualche altro lavoretto, Noi trova i soldi per traversare il mare. Da Ceuta e Melilla non si può passare, sono blindatissime. Lo indirizzano a sud, verso il Sahara occidentale. Ci arriva su un camion, stavolta è più grande di quello dell’altro deserto, ci stanno duecentocinquanta persone, una appiccicata all’altra, rannicchiati nel fetore del sudore e degli escrementi, senza posto per stendersi e dormire. Tre giorni di viaggio, con un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua, e la propria pipì da bere. Quando sono scese dal camion, le anime erano solo duecentoquarantanove.
El Aiun è oggi il centro principale dell’esodo africano verso l’Europa. E’ dalle coste a nord e a sud di El Aiun che Noi parte. Imbarcato su una patera piccolissima, diciassette persone stipate, quando di solito le pateras hanno una lunghezza di sei metri e possono contenere una quarantina di persone. Secondo la Guardia Civil, di duemila/duemilacinquecento persone partite negli ultimi due mesi del 2005, ne sono arrivate a destinazione solo otto/novecento. Il conto è facile, in due mesi sono stati tra 1200 e 1700 i “sommersi” su quel tratto di mare.
Un giorno di viaggio, in teoria, per un centinaio di chilometri. Noi in mare c’è stato quattro giorni. Senza acqua e senza mangiare. Dice Noi: C’era una ragazza nigeriana con un bambino “piccolino” - talmente piccolo che la i stavolta si allunga a dismisura: aveva un mese, dice Noi, e dopo quattro giorni senza mangiare stava per morire. Così quando siamo sbarcati ho chiamato subito la polizia. Se no moriva, quel bambino piccolino.
Li portano tutti, compreso il bambino piccolino, a El Matorral, il “centro de internamiento” di Fuerteventura, noto per essere uno dei peggiori CPT (diciamo così per farci capire) d’Europa. Il rapporto di Human Rights Watch sui campi delle Canarie inizia così: “il trattamento riservato ai migranti che arrivano clandestinamente nelle Canarie è spaventoso”. Con i vestiti ancora bagnati i migranti vengono portati a El Matorral, conosciuto anche come “Treblinka”. Una volta lì dentro, non è possibile comunicare con nessuno. Le famiglie, a casa, non sanno se ce l’hanno fatta. Non la c’è possibilità di contattare avvocati - quelli d’ufficio sono assolutamente insufficienti - né persone di organizzazioni umanitarie, e tantomeno giornalisti. Possono entrare solo poliziotti, dottori e personale della Croce Rossa. Si sta chiusi, senza vedere il sole, per quaranta giorni. Il diritto di asilo, internazionalmente garantito, è calpestato: secondo la relatrice speciale della Nazioni Unite, il giudice di solito ratifica quanto proposto dalla polizia senza alcun contatto con il migrante.
Il centro di El Matorral è sorto al posto di quello, più piccolo, che stava nella zona aeroportuale. I rapporti citati si riferivano al vecchio centro, ma le cose non paiono essere granché cambiate. Il nuovo centro è aperto da due anni, e ha una capienza di 1070 persone. Molto spesso, però, i migranti sono più dei posti disponibili. Succede così anche a Noi. Stavamo chiusi dentro una stanza ventiquattr’ore al giorno, mi dice, chiusi al mondo. E poi: Dormivamo per terra. Si mangiava poco, male. E molto male ci trattavano. Un giorno è venuta la polizia, dammi i soldi. Io non avevo soldi, così non gli ho dato niente.
La polizia picchiava forte, dice Noi. Un giorno stavo facendo la doccia, c’erano sempre le file, era venuto il mio turno finalmente, e sono arrivati i poliziotti, E’ pronto da mangiare, andiamo. Io ho risposto, un attimo, finisco di farmi la doccia. Mi hanno trascinato via, mi hanno dato dei pugni.
E poi, continua Noi, io non so perché c’era un sacco di droga. Hashish ovunque, tutti che fumavano hashish. Noi non approva, I don’t like drugs. Ma lì c’era un sacco di droga.
Noi sa che deve dichiararsi rifugiato. Sa che deve chiedere asilo. E’ stata la prima cosa che ha fatto quando, il primo giorno, ha dichiarato i propri dati. Per questo adesso non lo rimpatriano. Peraltro col governo del suo paese non c’è un accordo di riammissione, anche se è accaduto che Accra abbia accettato ugualmente i propri espatriati.
Quasi ogni giorno dei charter partono dalle Canarie con un carico di migranti. Nel 2004 i voli sono stati 227. Noi lo mettono su uno di quei 227 voli, e lo mandano a Madrid. Dopo quaranta giorni di detenzione gli immigrati senza documenti (gli indocumentados) vengono mandati sul continente: Madrid, Murcia, Valencia. Arrivati in città, però, gli mettono in mano un foglio di espulsione e vengono lasciati a se stessi per strada. Cercano ponti e parchi per dormire, e ciò che gli si offre è solo prostituzione per le donne, delinquenza o lavoro nero per gli uomini. Succede anche a Noi. Lo hanno indirizzato a un dormitorio, eravamo otto persone per stanza. Ma non avevo niente da fare, a Madrid l’unica cosa era vendere droga, but I don’t like drugs. Così mi hanno detto, Vai in Italia, a Palermo c’è un centro che ospita gli africani. Non conoscevo nessuno qui, ma ci ho provato. Ho preso un autobus e sono venuto a Milano. Quando sono sceso, ho incontrato la polizia, gli ho chiesto come facevo ad andare a Palermo. Vai alla stazione, mi hanno detto.
Quando sono venuto a Palermo ho trovato lavoro. Ho lavorato come muratore per un anno, a Enna. Ogni mese mi diceva, Non ti posso pagare, bisogna aspettare i documenti. Ma tu non ti preoccupare, mi diceva, poi ti metto in regola e ti dò tutto. Ho lavorato un anno, e non mi ha mai pagato. Niente documento niente pagare. Per questo ho deciso di licenziarmi.
Qui al centro devo pagare sei euro alla settimana. Io non lavoro. Come faccio a pagare?
Guarda, mi dice, aprendomi il portafoglio. Ho solo venti euro, questo è tutto quello che ho. Come faccio?
postato da alderano
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