cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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venerdì, 27 gennaio 2006

 

Un sogno
(rivivendo il mio lager).
 
Oggi c’è solo Memoria al lavoro, una grande Macchina memoriale che, come dev’essere nell’Ultimo giorno, ricapitola il senso, il dispiegarsi del vissuto. La Macchina ha lavorato nel sonno, nel mio sonno pomeridiano, e ha ricapitolato i miei morti.
Quella da cui mi sono appena svegliato era una sorta di processione sul marciapiede di binario morto di una ferrovia, con candele e cartelli, aperta dall’icona criminale di tutto questo, Bush (prima, altro paradosso, c’era stato il disprezzo dei commessi di una libreria per me che avevo chiesto un libro che mostrasse come fare l’anarchia. Solo una di loro aveva cercato di aiutarmi, ma il suo aiuto era stato vano). Il senso del canto che mi accompagnava in questa processione – ciò che dava il senso alla processione, che articolava la sua funzione - metteva Bush sotto accusa quasi dovesse espiare – senza che lui, però, lo sapesse. Era una domanda cantata, Che cosa avete fatto, e il senso della melodia era quello del Canto dei deportati (il senso della melodia: non era quella, ma era come se fosse quella). Io piangevo, a testa china, in silenzio, in solitudine. Procedendo sul marciapiede di binario morto di una ferrovia.
Poi scontravo il volto di un carabiniere che controllava prepotentemente il tutto, e lì lo sguardo si è sdoppiato. Io stavo rivivendo il passato. Di riviverlo ne ero consapevole. Scontrato quel volto mi è toccato scappare, gridando, accusando. Avrei potuto non farlo, perché sapevo che era stato uno scontro fortuito – necessario -, ma dovevo rivivere, e scappare, e gridare Bastardi. Mi allontanavo dalla processione, in avanti. E lì, solo, un drappello di carabinieri veniva verso di me con spranghe e pugni di ferro.
Lì, allora, nel cuore della rivisitazione, quella al mio lager, quello di Genova del luglio 2001, mi svegliavo, evitando il cuore di quel dolore, non senza però l’anticipazione per cui a me – che i giornali dicevano essere un ragazzo tra Verona e Genova – sarebbe toccato essere perseguitato ripetutamente, e periodicamente, dalle forze dell’ordine che venivano ad aspettarmi sotto casa.
Il pianto è nascosto, il senso è nascosto. Ed è tutto qui: viene alla luce, spezzando il circolo, strappando il copione, nel canto che purifica e rinnova.

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