Un turco napoletano
Alla fine la Turco mi ha chiamato compagno, e un brivido mi ha percorso la spina dorsale. Dove ho sbagliato, mi sono chiesto. Ma era solo un tentativo di recuperare consenso di fronte a Martini, presidente della regione toscana, che sulla questione dei CPT si era posto su posizioni più avanzate. Ma andiamo con ordine.
La Turco ha fatto una piccola autocritica, Sulla questione immigrazione siamo stati spiazzati dalla paura della gente, ha detto. Un’autocritica molto piccola, in realtà. Perché, come ha rilevato Martini più avanti, il punto è che i segnali di paura venivano dalla stessa politica.
La politica si è ritratta, io dico, ha bensì raccolto segnali dispersi di paura, ma soprattutto ne ha prodotti di nuovi, strutturandoli in discorso pubblico. Il CPT è diventato un luogo simbolico dell’esclusione sociale prodotta da questa paura.
Ma dei CPT la Turco non ne vuole sentir parlare. Da porre al centro, dice, c’è la questione della convivenza, bisogna partire da una battaglia culturale. Dei CPT, se mai ne parleremo.
Benissimo, le ho detto quando sono intervenuto, facciamo una battaglia culturale, è giusto. Ma i CPT sono il luogo simbolico di questa battaglia culturale. E’ proprio da un punto di vista culturale, prima di tutto, che se si vuole innescare una politica dell’accoglienza occorre chiudere i CPT. Quando ha scoperto di avere davanti uno di quei ‘no-global’ di cui diceva poco prima, la signora Turco, sentendosi attaccata (ma io, garantisco, ero gentilissimo), ha smesso di guardarmi in faccia, ha cominciato a farsi irrigidita maschera, lo sguardo vettoriale proteso nel vuoto, il volto tirato, più arcigno che mai. Oh, le donne-guerriere... (a che, le quote rosa?)
Le ho detto un po’ di cose, sia da un punto di vista giuridico e politico che parlando di storie concrete, di gente in carne e ossa che io ho conosciuto. E pensare che lei, nel suo libro, dice proprio che per superare i pregiudizi occorre rifarsi alle persone in carne e ossa. Ecco - le ho detto quando ha dato segno di irritazione alla mia prolungata concione - Capisco che la cosa le dà fastidio, ma veda un po’, io non ho fatto altro che seguire il suo metodo, io le persone in carne e ossa le ho incontrate.
Martini è stato netto, alla fine, i CPT vanno chiusi, la loro esperienza è stata negativa, e spesso disumana. Anche se poi ha mantenuto una distinzione tra politiche per la regolarità e politiche per la clandestinità. Quando invece di clandestini occorrerebbe smettere di parlare. Perché è la legge a produrre i clandestini.
La Turco invece dice, Io non sono per chiudere i CPT tout court. Poi dice, I miei CPT erano diversi. Prima di tutto non si rifacevano i maquillage per le ispezioni come a Lampedusa (e va be’, questa è un’inezia marginale). Poi, Noi all’epoca abbiamo chiesto in ginocchio al volontariato di gestire i centri, ma loro non hanno voluto. E be’, dico io, sono passati tanti anni e ancora non hai capito perché?
Dice, Nei nuovi centri (poi si corregge, ma è stato un lapsus pieno di senso, No, non saranno centri, chiamiamoli in altro modo…) dovranno andarci quelli che non collaborano all’identificazione e sono recidivi. Già. Peccato che quando uno arriva in Italia da clandestino non dice mai chi è. Altrimenti lo rispediscono immediatamente al suo paese. E dunque, cosa mai cambierà rispetto a ora?
Da questa serata ho capito che il centrosinistra vittorioso liquiderà i CPT cambiandogli nome, diminuendo il tempo di trattenimento, istituendo alcune garanzie. Ma la sostanza rimarrà la stessa.
Ogni limite ha una pazienza.
postato da alderano
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