Memorie / su memorie
(Alderano, per una notte, torna in Evasio Stoppani)
Che la prima volta si era ubriacato dalle suore. Quel ricordo s'impose a Evasio nel suo cunicolo d'automobile, accostato all'argine del fiume in piena, mentre tornando a casa, quando già stava albeggiando, s’era fermato ad osservare da dietro lo schermo il cielo che s'illuminava di tanto in tanto, fulmini come fuochi d'artificio. Tuonava. I monti in lontananza erano bianchi d'acqua. I pensieri s'incastravano l'uno con l'altro come bicchieri.
Gli era rimasta, la sete di quel giorno. Quando aveva rubato un fiasco di vino dalla tavola imbandita. Lo aveva nascosto in un'aula buia, in quell'ala dell'edificio dove non c'era nessuno, ché tutti erano nello stanzone accanto alla cappella. Aveva deciso di sfidare il buio, e si era allontanato da quella turba impecorita intenta a mangiare, danzare in rigide coppie, chiacchierare. Si sentiva diverso, ora, da tutti gli altri bambini che continuavano a giocare: quel fiasco era il suo trofeo. Lo aveva conquistato. Nessuno poteva partecipare della sua vittoria, ed ora di quel fiasco poteva farsi scudo contro i mostri in agguato a ogni angolo di stanza. Non aveva più paure. Si avvicinò a una finestra dell'aula. In lontananza luci, fuochi d'artificio - era l'ultimo giorno dell'anno - e musiche. Ogni cosa gli giungeva attutita. Quasi fosse disombrato generale ad osservare il cozzo delle falangi dalla collina, del tutto incurante delle sorti della battaglia.
Il fiasco era già stappato, Evasio prese a dare sorsate, dapprima imperite, brevi, brucianti, poi, mano a mano, sempre più lunghe e frequenti, finché l'unico desiderio divenne quello di svuotare il fiasco più in fretta possibile. Per vedere cosa sarebbe successo, dopo. Non altri pensieri in testa, solo arrivare al termine. Finire, sfinirsi. Svuotarsi.
La testa andava facendosi sempre più molle, la stanza prese a girare. Divenne un labirinto. Appena data l'ultima sorsata, Evasio tentò di uscire di lì, come un animale che ha il solo desiderio di andare a morire sotto il cielo aperto. Non era più la persona che aveva conosciuto, ma nemmeno era qualcos'altro. Non era più nulla. Uscì all'aperto danzando, ruotando goffamente su se stesso, a braccia distese come in volo. In preda ai venti e alle correnti, si stese sulla scalinata ad affrontare il gelo. Era leggero, cominciò a ridere. Di nulla in particolare, rideva e basta. Per qualche minuto rimase di lui solo una grande bocca aperta e convulsa. Finché si aprì il portone, e ne uscì una suora: allora cercò di alzarsi e scappare, ma inciampò dopo un passo, e cadde ai piedi della scalinata. Un turbinìo di voci, un imprecisato numero di mani lo afferrarono, un soffitto dipinto sopra la testa. Lo avevano portato nella sacrestia, appoggiato su un divano. Un'ombra aveva già cominciato a fare la predica, in modo che Evasio avesse profondamente marchiata la propria colpa. Stava facendo male a se stesso, e agli altri - soprattutto agli altri!, pensò Evasio - aveva rovinato una così bella festa... quelli erano costretti a fingere di macerarsi... s'affacciavano sopra di lui, muovevano la bocca senza che ne uscisse suono, con una smorfia che voleva essere un sorriso... lo accarezzavano... Evasio aveva visto un documentario sul Vietnam... fuochi enormi... quelle bombe che incendiavano ogni cosa... sognò che su quella sacrestia cadesse una di quelle bombe... e tutto andasse a fuoco... anche quell'orribile quadro di Gesù che gli stava davanti... un immenso rogo... se finalmente avesse potuto restare da solo... solo... e invece quelli erano sempre lì, intorno a lui... brulicavano... gli facevano credere che senza di loro... chissà cosa sarebbe successo... che li doveva ringraziare... che guai! che non succeda un'altra volta... che questo sia servito di lezione... che vedi a far sempre di testa tua... devi essere obbediente... ascoltare quel che dicono i grandi... era abbandonato sul divano... non gli permettevano di restare solo... restare solo... solo... solo... solo.
Evasio era lì, solo, nella sua auto, a macerarsi con queste memorie, rischiando di passare un’altra notte a marcire dal freddo, a testa in giù sull’ombelico del volante. Che meglio avrebbe fatto a tornare a casa, questo lo sapeva anche lui. Ma com’è possibile notare dalle nostre parole, era da quelle memorie d’infante che passava la via per il silenzio del Grande Semplice: epperò Evasio non riusciva a vederlo…
postato da alderano
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