TeleGenocidio 5
Che la televisione e i suoi telegiornali raccontino il mondo – a questo non ci crede più nessuno. Ma è interessante, ogni volta, vedere il modo in cui il mondo non viene raccontato. Vedere come un altro mondo non solo è possibile, ma è già qui, sempre.
La gazzetta arcoriana di Rossella, stasera, nella sua medietà, è stato un bell’esempio di questa invenzione perpetua del mondo. Se ne ascenda la scala paradisii – laddove il Paradiso è il non-luogo superessenziale, e la Cesara Buonamici la sua apofatica profetessa.
Si comincia con la scossa di terremoto al largo di Sumatra. Si prepara un altro tsunami? Notizia dell’ultim’ora che scalza, ahimé, quanto era destinato a far da prima notizia. Prima dello spiacevole imprevisto del terremoto, in testa c’era la campagna contro il rischio alcool. Brucia il cervello, ci hanno già avvertito i titoli di testa. Nonno Sirchia (il cui compito è quello – classicamente biopolitico - di lavorare sul corpo sociale, avendone cura, controllandolo con scrupolo) arriva a dire che una volta non si beveva così tanto e ci si divertiva di più. Dalla sua faccia non si direbbe che si sia divertito molto, nella vita. Ma insomma, l’importante, in un giorno di festa, è mettere in guardia tutti dall’eccesso di festa – ovvero, mettere i corpi docili al lavoro. E, prima ancora, creare allarme. La gazzetta dell’Impero non deve certo dare notizie, deve ammonire i sudditi, con un bollettino quotidiano che li segua passo passo. E deve farlo terrorizzandoli. Ché paura e terrore sono le armi migliori dell’Impero.
Dopodiché, in perfetta concatenazione, si passa all’innocua scatoletta piena di polvere pirica ritrovata sulla finestra di una caserma sassarese. Eccoli, gli anarco-insurrezionalisti che vogliono prendere il posto delle Brigate Rosse. Che la scatoletta fosse innocua, e che ciò che voleva chi l’ha messa (se è vero che l’ha messa lui) è proprio ottenere l’attenzione dei media – non conta: anzi, si dice proprio che qui si tratta, addirittura, proprio di una ‘deflagrazione mediatica’. A riprova del fatto che le gazzette non danno conto del mondo, ma di se stesse. In questo caso, occorre creare il pericolo anarco-insurrezionalista: mai lasciar vuota la casella del nemico assoluto, ché alla bisogna si può accusare chiunque di coltivarne l’amicizia.
Sempre a proposito di assenze, ecco il Papa, che manca dal balcone. L’ennesimo trailer del fastoso spettacolo della morte del Vicario di Cristo, evento mediatico a venire senza rivali.
Un veloce accenno alle code autostradali di Pasquetta (la fastidiosa normalità), e via con la sfilza di ‘scioperi che riguardano tantissimi settori fondamentali’, come dice la Cesara con un’evidente punta di fastidio. Che rompicoglioni questi scioperanti. Ma sciopereranno per qualcosa? Boh.
Ecco ancora un’altra agonia alla ribalta, quella di Ranieri (combinata con il lusso miliardario monegasco). La morte e la sovranità sono d’altra parte qualcosa che costituiscono, da sempre, lo spettacolo principale per l’animale umano, e i gazzettari, questo, lo sanno bene.
E qui si arriva al clou - dopodiché non ho più resistito. Lo spot per la petizione per la Fallaci senatore a vita. ‘Pensate’ dice la Cesara meravigliata, come una mamma che racconta qualcosa ai suoi bambini per coinvolgerli in ciò che sta dicendo, ‘60mila italiani hanno già firmato’. Peccato che siano i lettori di Libero, il vero giornale fascista, di cui si può dire solo, per la sua smisurata violenza, che ‘la sua dottrina è il fatto’, e che perciò mi onoro di aver bruciato durante un concerto, una volta. Si diventa senatori a vita ‘per altissimi meriti in campo sociale’: e quali sarebbero questi meriti? Essere l’odiatrice, la condottiera che incita allo scontro di civiltà? Che il suo cancro si sbrighi a farne cenere, inch’allah.
Mi tocca dunque scriverlo, ancora:
E' davvero giunta l'ora che te ne vada, Oriana. Che la tua bocca taccia per sempre, e cessi di vomitare odio. Ché adesso li vedi, i risultati che provoca l'odio: s'incarna nel corpo, ed è carne cattiva. Fa male odiare così tanto, fa male l'odio quando non nasce nell'amore ma nella separazione. Se almeno il tuo cancro fosse un segno. Se almeno potessi caricarti sulle spalle l'odio che hai proferito, quell'odio che ti sei fatta carico di restituire. Ma questo è un destino sacro, il destino di azazel. E tu non hai dignità di capro espiatorio. Del pharmakon, che è medicina e veleno insieme, tu non sei che la parte velenosa. E magari fosse che il veleno si esaurisse con te. Resterà, invece, come resteranno le parole che ti hanno attraversato, che tu hai fatto ostensorio della tua rabbia personale, che hai esibito con il tuo orgoglio schiumoso. In fondo non eri che una piccola particola del male, che nella poltiglia del male si dissolverà.
postato da alderano
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