Il Genoa Legal Forum ha chiesto di mandare memorie sui giorni del G8. Io ho mandato questo, legando due frammenti che già avevo qui pubblicato. (Se volete contribuire, mandate le vostre memorie a info@supportolegale.org).
A mio fratello.
E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.
Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘gli hanno sparato’. Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Io continuo a piangere, non riesco a fermarmi, vado verso gli scogli, per vergogna, per necessità di un posto, perché il pianto mi si confonda con il mare. Ma il mio pianto non ci sta, in quel mare. Mi sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati tre anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.
Mi sta ancora addosso quel pianto, nell’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Il dito che ci tocca tutti, e spreme la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani, fiori del pianto. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sanno, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sanno che il nostro non è un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facciamo a noi stessi. E qui non c’è me.
postato da alderano
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