cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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sabato, 12 marzo 2005

 

Il Grande Vecchio Anarchico.

Delle farneticazioni del grande vecchio Pisanu su una fantasmatica direzione centrale degli anarco-insurrezionalisti (per non dire del collegamento con le Br) non varrebbe la pena di parlare, se non fosse che oggi leggevo l'autobiografia di Belgrado Pedrini. Un anarchico d'altri tempi e tempra, uno straordinario ribelle all'ordine costituito (autore, tra l'altro, del testo della canzone, rivisitata da noi lesanarchistes, Il galeone). Belgrado non attese la Resistenza ufficiale per esercitare il suo antifascismo: antifascista lo fu sempre, e con le armi in pugno. E fu per questo che si fece trentadue anni di galera: a causa della morte di un poliziotto fascista durante un conflitto a fuoco, e di alcuni espropri attuati ai danni industriali fascisti al fine di finanziare la lotta armata. Fatti accaduti prima del partigianesimo ufficiale, ahimé - altrimenti Belgrado avrebbe ricevuto una medaglia. Che peraltro avrebbe rifiutato, così come fece il suo compagno Giovanni Mariga.
Belgrado racconta di come scampò a morte sicura dopo essere stato catturato dai fascisti (alla fine del conflitto a fuoco di cui sopra - che finì quando finirono le munizioni). Fu per l'intervento del federale di La Spezia, che fermò la fucilazione di Belgrado (successivamente fu un assalto di partigiani anarchici al carcere di Massa che gli consentì di salvarsi definitivamente e di unirsi ai compagni sulle montagne). Il motivo dell'intervento del federale era che bisognava tenerlo in vita, quel bandito malfattore, per arrivare ai mandanti: ai cervelli, ideatori e compilatori di quei manifestini che spargeva in giro. Si legga cosa scrive Belgrado, e poi si pensi con pena al povero vecchio Pisanu.

"Ciò che ci salvò quindi, in quel momento estremamente critico, fu l'ignoranza che è la caratteristica comune di tutti i burocrati, i violenti e gli autoritari, di tutti i fascisti insomma. Secondo quelle povere bestie, abbruttite dai loro falsi ideali e dal loro ruolo subalterno, noi dovevamo avere un capo, un 'intelligente' come loro. (…). Dopo giorni, dopo botte, dopo torture, scoprirono che non era possibile trovare il bandolo inesistente di una matassa che era solo nelle fantasie dei loro cervelli. E' risaputo, infatti, che tutti gli anarchici, in quanto tali, sia che abbiano una laurea o meno, sono sufficientemente critici e autonomi da essere registi e unici responsabili di ciò che programmano e di ciò che fanno".

Aggiornamento: Le considerazioni svolte qui sopra sono considerazioni di metodo, per così dire. Per quanto riguarda il merito, rimando all'intervento di Patrizia Diamante sul blog di Stampa Alternativa.


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