(In treno, dopo qualche tempo - di ritorno da un canto comune dove il popolo, noi popolo, si canta, e vive, e ride - in uno scompartimento tra lingue da fotoromanzo, bocche riverse, lussi rimpianti, madri e famiglie, tendini infiammati, corpi di dolore, vacanze venture, m'abbronzo e cammino, borse e monili...).
La normalità. Me ne ero dimenticato. Ho passato, e passo, troppo tempo da solo, o con gente anormale. La normalità, che cosa abominevole. Il popolo alfin vincerà. Il popolo ha tutti i diritti. Ma quali diritti? E quale popolo? Inutile perfino richiamare il Marx della classe in sé e della classe per sé. Qui c'è solo un magma ossificato di spettri che vagano nel vuoto che li divide - che poi è il vuoto 'tra sé e sé'. Il popolo è la sua idea? O piuttosto: il popolo, e la sua idea? E' possibile colmare lo scarto? - poichè quello scarto è soprattutto lo scarto che si dà in me che vi pongo lo sguardo - è lo scarto tra l'idea del popolo (la mia, la sua? - l'idea di popolo sovrano) e la moltitudine confusa delle banalità, delle chiacchiere, moltitudine spettacolare in quanto non fa che contemplarsi riflessa nella propria inconsistenza, e fa di quella forma vuota un feticcio da adorare.
Il popolo si vuole - e si vuole in quanto schiavo.
Incolmabile, lo scarto tra banalità e sovranità: e chi vi fissa lo sguardo è condannato a dimorarvi, a prendere la sua incommensurabilità come non luogo a procedere per la propria pratica. Il che si può dire anche: non ci sono guide, oggi, nessuna strada segnata, ma vie da aprire nel rischio, con tecniche e stili diversi, incompatibili tra loro. Sapendo che la vetta è lontana, ed è possibile, perfino, che non vi sia.
Nel frattempo, frantumare specchi e vetrine.
postato da alderano
01:20 commenti (27)