del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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venerdì, 18 aprile 2008

 

La Tecnica del Canto

Girellando per la rete grazie a google in cerca di cosa si dice su Lavorare uccide, ho trovato un articolo del professo Fedele, che ha la cattedra di"sicurezza degli impianti industriali" alla Sapienza di Roma. E' una critica all'articolo di Stella uscito sul Corriere della Sera (e mediatamente al mio libro, che Fedele però non aveva ancora letto), in primo luogo perché il dato assoluto del numero dei morti sul lavoro trascelto da Stella a corredo del suo articolo non è significativo, dove invece secondo lui occorre vedere i dati Eurostat, i quali dicono che l'Italia non è il paese in cui si muore di più, ma è nella media europea. Sarebbe bastato che il professore avesse atteso almeno di leggere il libro, e avrebbe visto che il dato Eurostat è citato e decostruito nell'analisi degli economisti Brancaccio e Suppa, che è stata per me molto importante. Ma l'impazienza ideologica del professore era troppa, evidentemente.

Se riporto qui questa polemichetta, è perché al termine del suo articolo il professore si lamenta dello spazio concesso al libro del "cantautore e cantante italiano Marco Ravelli". Ciò che non mi offende in sé (l'infedele Fedele ha il suo lapsus linguae che rivela una cattiva coscienza, e mi apparenta nel cognome a un antico portiere della nazionale di calcio svedese), ma che mette in luce una caratteristica ben precisa della modernità. Perché agli occhi dell'ingegner Fedele (e come potrebbe essere altrimenti?) il fatto che uno scrittore sia anche cantante è immediatamente svalutante, e rende lo scrittore inaffidabile. Dicendo cantautore e cantante (ma colgo l'occasione per precisare che non sono cantautore, attributo appropriato per De André o Guccini, ma non per me, anche se capisco che un ingegnere difficilmente ha il tempo per soffermarsi su queste inezie) – il professore crede di esporre lo scrittore al ridicolo agli lettore del suo articolo. Del resto nessuna sorpresa, viviamo nel tempo della Tecnica, e dunque come può uno che pretende di fare un discorso rigoroso avere pure l'ardire del cantare? Ora, a volte qualcuno mi dice, riferendosi alla disseminazione delle mie pratiche, che sono come gli uomini rinascimentali, che appunto praticavano arti molteplici senza scale gerarchiche – ché, aristotelicamente del resto, ogni scienza ed ogni arte ha il suo specifico dominio, il suo specifico linguaggio, e ha a che fare con una parte determinata dell'essere. Ogni arte, insomma, contribuisce da par suo a restituire la totalità dell'essere. Il paradigma dell'uomo totale del mio amato Bataille, dunque, è in questo senso aristotelico e rinascimentale. Per la civiltà della Tecnica, che rifulge nella critica sprezzante di Fedele, tutto questo è inconcepibile. La Tecnica richiede iperspecializzazione, asservimento al dato, reificazione del soggetto per farne appendice macchinica. Io ringrazio dio di non essere diventato professore di sicurezza degli impianti industriali.


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