del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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martedì, 15 aprile 2008

 

Ha vinto la plebe

Me ne sono stato in casa, ieri, e per pranzo mi sono cucinato un filetto di salmone e aperto una bottiglia di Falanghina. L'ultimo pranzo prima di entrare nella nuova era berlusconide. Dove si canta Meno male che Silvio c'è - e un paese tocca il fondo quando perde il senso del ridicolo. (Si guardi Mussolini al balcone come suona grottesco oggi, le sue facce di gomma, cartooniche. Esattamente come oggi Berlusconi inceronato sempre più simile a una mummia - e i suoi video, musicali e non, si vedranno con lo stesso stupore di come noi oggi vediamo le facce grottesche del duce).

Sono andato all'edicola, e l'edicolante era sgomento. Dai caroselli di iersera (ero uscito sul balcone per cacciar qualche gridìo, ma erano lontani) agli operai in tuta che vanno a comprare il giornale dicendo Abbiamo vinto. E' quel senso di appartenenza che sgomenta. Ma non stupisce. E' così che funziona ogni fascismo. Lo spiegava bene Hannah Arendt, come i totalitarismi si siano fondati sull'alleanza tra grande capitale e plebe. (E per lo squadrismo fascista in Italia fu lo stesso). Oggi la classe operaia non si riconosce più, e senza autocoscienza non c'è che plebe. Una plebe che sperimenta sulla pelle ogni giorno la ferocia della competizione, la precarietà del lavoro - e della vita. La precarietà di un mondo liquido. Dove non c'è più l'ombra di un discorso strutturato - perché oggi, a quanto pare, qualsiasi discorso strutturato prende il nome di ideologia, e l'ideologia è da evitarsi come la peste. Allora, basta dire Via l'Ici, via il bollo auto. Uno si fa due conti e dice ok. Perché non c'è più la capacità di fare più un discorso dotato di un minimo grado di complessità. (Del resto anche la "sinistra riformista" ha insegnato a disperare nella capacità della politica di modificare il reale - dunque, meglio prendere quel che viene, intanto).

E allora, due conseguenze: da una parte il successo di discorsi brutali, e brutalmente ideologici come quelli della Lega, che semplificano il reale, offrendo un appiglio per comprenderlo. (E allora, per esempio, oggi la Padania può aprire scrivendo impunemente che finito il centralismo finirà il carovita - come se tra le due cose ci fosse un benché minimo legame).

L'altro infausto corno, il dilagare dell'identificazione da parte del plebeo con il padrone, con i valori che questo gli offre, e che incarna per lui. Sempre più burini, intorno: dove il burino è appunto colui che prende a modello il padrone, ma che il padrone non accetterà mai al suo desco. E' colui che consuma paccottiglia, che vive di plagio e di speranza. E' l'ultimo scalino della degradazione dello Spettacolo: degradazione etica ed estetica. Il trionfo del kitsch, insomma. E allora si spiega bene la perdita del senso del ridicolo.

Meno male che il Nepal c'è.


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