Promemoria per un coro
Finito il libro Lavorare uccide, rimetto mano a quello – ancora anonimo – sul mio viaggio in Italia attraverso il lavoro dei migranti irregolari. E leggendo quel formidabile libretto che è l'Etica di Badiou, mi chiarisco alcune cose rispetto a ciò che sto facendo. Si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle “vittime” – ma questo significa, raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime. Dai colpi degli “immortali”, come scrive Badiou. Si tratta insomma di raccontare il mio divenir-nero. Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore, quello che gli offre un aiuto, una sponda, una mano, una voce.. Si tratta invece di raccontare le voci che s'intrecciano, come in un coro. Dev'essere un canto corale. Un coro che celebri la natura che si è innalzata sopra l’umano ogni volta che l'umano ha resistito ai colpi dell’ignominia, parando colpo su colpo, e ogni colpo è stato restituito.
Si tratta, allora, di riconoscersi come infiniti: non lo stupore dell'altro (e da lì allo stupore del selvaggio non c'è che un passo, poi), ma riconoscersi gli stessi, presi nel medesimo, infinito mondo - differente, e medesimo perché differente.
postato da alderano
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