Vengo anch'io' no, tu no.
Alcuni membri della redazione di Nazione Indiana hanno aderito a un appello di scrittori contro il boicottaggio ventilato da alcuni contro la Fiera di Torino per l'invito allo Stato d'Israele in quanto ospite d'onore. Di seguito pubblico le due mail che ho mandato nella lista interna di Nazione Indiana. Ieri sera avevo manifestato il mio disaccordo rispetto all'appello così.
Scusate, ma io sono perplesso. Gli appelli da firmare sono un po' un presa di posizione forte su questioni "a rischio", minoritarie, occultate - una sorta di decretazione d'urgenza in materie che la maggioranza non considera. Ma questa questione: ne vengo a conoscenza qui, ma vedo che chi ha chiamato al boicottaggio sono stati alcuni membri dei comunisti italiani affinacati da una parte, anch'essa minoritaria, di rifondazione, peraltro subito redarguita da bertinotti per interposta persona. E allora questo mi puzza. Chi si vuole difendere? Non ho letto nè visto servizi televisivi, ma non dubito che sui media ci sarà una unanime condanna sdegnata di questi sciagurati che hanno chiamati al boicottaggio. E' davvero necessario che anche gli intellettuali gli diano una mano? Cui prodest?
Detto questo - e detto che io non sono sospettabile di non riconoscere la centralità della cultura ebraica (Lager italiani ha due note: Moni Ovadia e Erri De Luca, e tanto basti) - a me pare che non sia così scontato che qui stiamo parlando di cultura e non di politica. La fiera del libro parla con lo Stato di Israele, e con i rappresentanti del suo governo: vedo che sui giornali infatti si riporta dell'incontro di Ferrero con il ministro plenipotenziario dell'ambasciata d'Israele in Italia. Dunque posso anche sospettare legittimamente - conoscendo le posizioni del governo - che esso tenderà a invitare scrittori che supportino la sua condotta? E che magari, che ne so, tenderà a non invitare scrittori radicalmente critici? O forse, sì, lo farà, ma nella giusta e necessaria misura per apparire rispettoso di tutte le posizioni?
E poi, ho letto una dichiarazione di Dario Fo, dice che si poteva - se la pace e il dialogo sono l'obiettivo - fare come fanno anche per il premio Nobel, che lo danno all'uno e l'altro, ossia invitare congiuntamente anche gli scrittori palestinesi.
Dire questo è essere antisemiti? A me pare che quest'appello sia davvero semplificatorio, e fa appello ai sensi di colpa che da anni gli amici (del governo) di Israele cercano di instillare in chi si limita a condannare nel modo più netto e deciso la condotta del governo stesso. Insomma, firmiamo, non vorremo mica sembrare antisemiti. Io non lo sono, e non firmo.
Per me sono - tutti, indistintamente - vittime. Se passo poi al piano politico (e l'ho scritto in un commento), se devo stare con qualcuno sto con gli anarchici israeliani contro il muro (ebrei, israeliani, residenti in Israele). Io sto con tutti gli ebrei democratici, che riconoscono che il loro Stato esercita un'oppressione. E il punto è proprio quello: lo Stato. Finché non si esce da Stato contro Stato la questione non verrà mai risolta. Cosa possiamo fare noi allora? Favorire l'incontro. In ogni occasione. Ma la fiera del libro ha fatto questo? No. E' passata dallo Stato, quando avrebbe potuto saltare la mediazione statale e rivolgersi direttamente alle comunità di scrittori, di persone, da una parte e dall'altra. Se io voglio la pace faccio questo. E mi viene da pensare, se avesse fatto così la fiera non avrebbe avuto i contributi che sicuramente ha avuto. La fiera è un'istituzione di potere, e come tale si è comportata.
postato da alderano
19:26 commenti (15)