Il lavoro della lingua
Sono affannato e ansimante, in questo periodo, in clausura: devo chiudere il libro entro dieci giorni e i giorni sono contati. Mi sono preso un po' troppo lasco, ultimamente, e ora devo stringere. Il libro - quello sulle morti sul lavoro - sarà diverso, strutturalmente, da Lager Italiani. E del resto, questo ho capito: che si tratta di dar forma al materiale semplicemente estraendone la sua forma stessa. Ogni soggetto ha la sua forma adeguata. E se le storie dei migranti erano tante piccole narrazioni, sovradeterminate da una teoria che le seguiva, questo libro è un vero e proprio resoconto di un viaggio in Italia, dove parto da me, e non perché io sia interessante in quanto soggetto, ma perché è la necessaria onestà di dichiarare che cosa vede chi scrive, e di esporre ciò che vede nel momento in cui lo vede, e di tracciare il farsi stesso di un'idea attraverso dei racconti. Un'idea che si fa anche attraverso riflessioni su dati e questioni, intramate alle singole storie esemplari - per comprendere davvero perché lavorare uccide. Ma la lingua, quella, è la stessa, quella non cambia e non può cambiare, ché la lingua è il respiro stesso.
Ho scritto un paio di giorni fa in una lettera a una persona riconosciuta in scrittura - dunque nell'anima, dove ci si riconosce - che la lingua è una questione di ritmo, una questione di scansione interna - ed è un ritmo che "dice tutto", perché è dato dalla frequenza d'onda che colui che scrive percepisce nel mondo. Una scansione, appunto, in scala ridotta del proprio campo di rappresentazione del mondo. Un ritornello: quelle pulsazioni improvvise che ritagliano spazi nel caos.
(Nel frattempo, però, la lingua lavora anche di musica, e costruisce ritornelli cantati. Insomma, lentamente riparto con una nuova esperienza musicale. Ne dico qui).
postato da alderano
12:28 commenti (10)