Vite nuove
Domani, a Torino, funerale di Giuseppe Demasi, l'ultimo dei sette operai morti alla ThyssenKrupp. Forse dovremmo essere tutti lì. Per essere parte in causa, ancora: la causa di quelli che non accettano l'annichilimento del lavoro. Ma è davvero questa la Causa? A parole, siamo in tanti a sostenerla. Ogni volta celebriamo un grande rito collettivo. Ognuno, in cuor suo, sente una compartecipazione. Espia, se non altro, la propria indifferenza. Ma nei fatti, poi, che cosa resta? Che fare, mi chiedo, io che mi trovo a scrivere di vite spezzate dal lavoro? Come sostenere lo sguardo di quei lavoratori che chiedono conto? Che cosa mi distingue davvero dal parassitismo della stampa che occhieggia e poi passa oltre? Sì, l'intenzione, certo, in cuor mio so perché faccio quel che faccio. Ma non basta.
Ho in mente la foto di un operaio della ThyssenKrupp che abbraccia un compagno in lacrime, lo sostiene, e con l'altro braccio allontana, arrabbiato, un fotografo. Reclamava rispetto. Ma non solo per quel traboccare di dolore che tentava di contenere. Reclamava un rispetto pregresso, che è mancato. Reclamava un'identità, che gli è negata. Reclamava un'estraneità, che è stata voluta.
Voi che vedete, osservate, scrivete – siete un “Voi” totalmente estraneo. Voi che avete decretato la fine della classe operaia, voi che scrivete che è l'ora di finirla con lacci e lacciuoli per le imprese, voi che per questo avete smesso di rappresentarci. Voi per i quali non esistiamo più, da tempo. Voi per cui il lavoro prolifera solo nelle vostre stanze immuni dal rischio. Voi per cui siamo animali in gabbia, in fine, e venite dentro i cancelli in visita, come fossimo scimmie, a darci le noccioline. Le noccioline della vostra compassione, tardiva. Tardiva e insincera. Restatevene fuori dai cancelli, dunque.
Il fotografo ha avuto l'intelligenza di non scartarla, questa foto. Di tenerla con sé, come prova di un'estraneità. Anche se magari non si sentiva accusato in prima persona. Forse si sentiva assolto dal fatto che l'accusa era rivolta a un “voi”. E con questo la propria responsabilità scompare. E così, magari, ha pensato pure il giornale che l'ha pubblicata. Pubblicandola, si è assolti.
Io non mi assolvo. Io mi sento coinvolto. Per questo non resta che ricostruire reti, quelle reti materiali quotidiane spezzate dalla Grande Narrazione dello Spettacolo. E trovare, ancora, una parola all'altezza degli occhi. Non una parola panottica, una parola che tutto sa e tutto racconta. Ma una parola che tenti di restituire un vissuto, e delle esperienze che occorre rimettere in circolo. Una parola mattone, fatta di sensi e di idee, di concetti e di materiali, di uomini e donne e pratiche. Tante parole mattoni, da condividere, per ricostruire qualcosa.
“Il mio sogno, del tutto personale, non è propriamente quello di costruire delle bombe, poiché non mi piace uccidere la gente. Vorrei piuttosto scrivere dei libri che fossero come bombe, vale a dire dei libri che venissero utilizzati nel momento esatto in cui vengono scritti o vengono letti da qualcuno. Dopodiché, dovrebbero scomparire. Libri, insomma, destinati a scomparire poco tempo dopo essere stati letti o utilizzati. I libri dovrebbero essere delle bombe, e nient’altro.” (Michel Foucault)
postato da alderano
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