del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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mercoledì, 30 aprile 2008

 

1° maggio

Se stasera siete in casa, io sto su RaiNews24, alle 21,15, a una trasmissione sui morti sul lavoro (si può vedere anche in streaming, qui). E domani, il primo maggio anarchico, a Carrara - in piazza Gino Lucetti (che ufficialmente è piazza Alberica). Per chi non lo sapesse, Lucetti fu l'anarchico che nel 1926 attentò a Mussolini - solo per un soffio lo mancò, in un tragico impeto di sfortuna: a lui venne dedicato il battaglione partigiano libertario sui monti apuani, a lui venne dedicata la piazza, che nel 1960 tornò all'antica denominazione per gli stradari ufficiali. Ma non per gli anarchici.

Un'altra bella manifestazione sarà a Reggio Emilia, dove l'associazione Città Migrante ha organizzato anche quest'anno una grande manifestazione per i diritti dei lavoratori migranti. Di lavoro migrante ho parlato con Federica Zambelli, anima dell'associazione - si può leggere la conversazione qui.

Infine Roma, il concertone di piazza San Giovanni. Non è per passare da padre pio, ma in qualche modo sarò anche là: ho scoperto su Internet che Claudio Santamaria leggerà dei brani tratti da Lavorare uccide.

Auguri al lavoro, che non sta in buona salute. Io, per ricordare ai ragazzi del perché domani staranno a casa, ho letto qualcosa sulle origini del primo maggio, e del primo maggio di Portella della Ginestra.


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lunedì, 28 aprile 2008

 

Autorità e Gerarchia

A La7, nella puntata di Exit dedicata al presunto "fannullonismo" nel settore pubblico, Sacconi, l'esperto del lavoro del nuovo governo, ripete come mantra che oggi è finalmente finito "il lungo 68", il quale, hélas, ha fatto perdere il senso della gerarchia, dell'autorità e della responsabilità. "La ricreazione è finita", ha detto, e che lo dica nel giorno della vittoria di Alemanno a Roma (ma io direi, almeno altrettanto, della sconfitta di Rutelli) non è casuale. (Tralasciamo il ressentiment - proprio da manuale nietzscheano - che trasuda dalle sue parole, dal suo tono, dalla sua espressione: rivendica la sua storia personale, "io ero dall'altra parte" - parte che adesso si pretende l'unica, come Montezemolo vuole, e lui vuole una realtà in cui gli operai si sentono vicini agli imprenditori, evviva le corporazioni).

Ora - detto che il sottoscritto quest'anno è andato alla sua cattedra anche con 38 di febbre, e dunque ha le carte in regola per parlare - a me paiono significative due cose: la prima, che nella società del trionfo neoliberista, di fatto, l'autorità nel mondo del lavoro è stata già fin troppo ripristinata. Basta guardare gli stipendi dei dirigenti. I manager hanno stipendi altissimi, ovunque. E cresciuti esponenzialmente negli ultimi trent'anni. (Negli ultimi quindici, poi, in Italia le ore di sciopero sono diminuite drasticamente e i profitti delle medie e grandi imprese sono schizzati in alto, senza avere però effetti postivi quanto all'occupazione). Nel pubblico dove lavoro io, l'autorità para-aziendale è stata imposta in maniera decisa, e con ben scarsi risultati. Eppure il modello del privato continua a essere gettato come fumo negli occhi. (Detto questo, è vero che si tratta di individuare dei meccanismi che incentivino un lavoro al meglio delle possibilità: ma, appunto, detto questo. E non invece partendo dalle ultime ruote del carro, come ha perfino fatto rilevare Di Pietro, che indica come invece il problema sia nella colonizzazione partitica degli incarichi nel settore pubblico). Seconda cosa: chi dice che si tratta di ripristinare l'autorità e la gerarchia è lo stesso che, esattamente l'indomani delle elezioni (e prima della nuova presidente della Confindustria Marcegaglia, a testimonianza di un'assoluta consonanza di cuore), ha detto che si tratta di cambiare la 123, la legge sulla sicurezza sul lavoro fatta dal governo Prodi. Una legge sulla quale il governo già aveva ceduto alle lamentazioni di Confindustria, ma che pure per Sacconi è troppo onerosa per gli imprenditori. Lo ha ribadito, nella stessa trasmissione, Beretta, vicepresidente di Confindustria (il quale tra l'altro ha ripreso i dati sugli incidenti in itinere, questione già affrontata e confutata nel capitolo finale di Lavorare uccide). Ora si capisce che cosa significa ripristinare l'autorità e la gerarchia?


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domenica, 27 aprile 2008

 

Scaffalature pt.2

L'anno scorso, alla Feltrinelli di piazza Duomo a Milano, trovai Lager italiani nel settore immigrazione, tra droga e psichiatria: problemi sociali, insomma - e che fosse Feltrinelli a far questo faceva riflettere. Ne dicevo qui.

Adesso con Lavorare uccide pare inscenarsi una commedia degli equivoci. E ahimé protagonista sempre librerie Feltrinelli. Gaetano mi segnala che a quella napoletana di via Tommaso d'Aquino il libro si trovava nel settore "management". (supergulp) Salvatore invece mi dice di averlo trovato, nell'altra Feltrinelli napoletana di piazza dei Martiri, tra i gialli (e qui, se vogliamo, un senso c'è, anche se non credo proprio sia stata fatto scientemente).

E allora, quelli di voi che hanno comprato il libro, o che semplicemente frequentano librerie, mi possono far sapere in quale settore trovano Lavorare uccide?


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mercoledì, 23 aprile 2008

 

Del viaggio

Ho scritto una nota a margine del libro, per il sito di Articolo 21, qui.


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venerdì, 18 aprile 2008

 

La Tecnica del Canto

Girellando per la rete grazie a google in cerca di cosa si dice su Lavorare uccide, ho trovato un articolo del professo Fedele, che ha la cattedra di"sicurezza degli impianti industriali" alla Sapienza di Roma. E' una critica all'articolo di Stella uscito sul Corriere della Sera (e mediatamente al mio libro, che Fedele però non aveva ancora letto), in primo luogo perché il dato assoluto del numero dei morti sul lavoro trascelto da Stella a corredo del suo articolo non è significativo, dove invece secondo lui occorre vedere i dati Eurostat, i quali dicono che l'Italia non è il paese in cui si muore di più, ma è nella media europea. Sarebbe bastato che il professore avesse atteso almeno di leggere il libro, e avrebbe visto che il dato Eurostat è citato e decostruito nell'analisi degli economisti Brancaccio e Suppa, che è stata per me molto importante. Ma l'impazienza ideologica del professore era troppa, evidentemente.

Se riporto qui questa polemichetta, è perché al termine del suo articolo il professore si lamenta dello spazio concesso al libro del "cantautore e cantante italiano Marco Ravelli". Ciò che non mi offende in sé (l'infedele Fedele ha il suo lapsus linguae che rivela una cattiva coscienza, e mi apparenta nel cognome a un antico portiere della nazionale di calcio svedese), ma che mette in luce una caratteristica ben precisa della modernità. Perché agli occhi dell'ingegner Fedele (e come potrebbe essere altrimenti?) il fatto che uno scrittore sia anche cantante è immediatamente svalutante, e rende lo scrittore inaffidabile. Dicendo cantautore e cantante (ma colgo l'occasione per precisare che non sono cantautore, attributo appropriato per De André o Guccini, ma non per me, anche se capisco che un ingegnere difficilmente ha il tempo per soffermarsi su queste inezie) – il professore crede di esporre lo scrittore al ridicolo agli lettore del suo articolo. Del resto nessuna sorpresa, viviamo nel tempo della Tecnica, e dunque come può uno che pretende di fare un discorso rigoroso avere pure l'ardire del cantare? Ora, a volte qualcuno mi dice, riferendosi alla disseminazione delle mie pratiche, che sono come gli uomini rinascimentali, che appunto praticavano arti molteplici senza scale gerarchiche – ché, aristotelicamente del resto, ogni scienza ed ogni arte ha il suo specifico dominio, il suo specifico linguaggio, e ha a che fare con una parte determinata dell'essere. Ogni arte, insomma, contribuisce da par suo a restituire la totalità dell'essere. Il paradigma dell'uomo totale del mio amato Bataille, dunque, è in questo senso aristotelico e rinascimentale. Per la civiltà della Tecnica, che rifulge nella critica sprezzante di Fedele, tutto questo è inconcepibile. La Tecnica richiede iperspecializzazione, asservimento al dato, reificazione del soggetto per farne appendice macchinica. Io ringrazio dio di non essere diventato professore di sicurezza degli impianti industriali.


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martedì, 15 aprile 2008

 

Ha vinto la plebe

Me ne sono stato in casa, ieri, e per pranzo mi sono cucinato un filetto di salmone e aperto una bottiglia di Falanghina. L'ultimo pranzo prima di entrare nella nuova era berlusconide. Dove si canta Meno male che Silvio c'è - e un paese tocca il fondo quando perde il senso del ridicolo. (Si guardi Mussolini al balcone come suona grottesco oggi, le sue facce di gomma, cartooniche. Esattamente come oggi Berlusconi inceronato sempre più simile a una mummia - e i suoi video, musicali e non, si vedranno con lo stesso stupore di come noi oggi vediamo le facce grottesche del duce).

Sono andato all'edicola, e l'edicolante era sgomento. Dai caroselli di iersera (ero uscito sul balcone per cacciar qualche gridìo, ma erano lontani) agli operai in tuta che vanno a comprare il giornale dicendo Abbiamo vinto. E' quel senso di appartenenza che sgomenta. Ma non stupisce. E' così che funziona ogni fascismo. Lo spiegava bene Hannah Arendt, come i totalitarismi si siano fondati sull'alleanza tra grande capitale e plebe. (E per lo squadrismo fascista in Italia fu lo stesso). Oggi la classe operaia non si riconosce più, e senza autocoscienza non c'è che plebe. Una plebe che sperimenta sulla pelle ogni giorno la ferocia della competizione, la precarietà del lavoro - e della vita. La precarietà di un mondo liquido. Dove non c'è più l'ombra di un discorso strutturato - perché oggi, a quanto pare, qualsiasi discorso strutturato prende il nome di ideologia, e l'ideologia è da evitarsi come la peste. Allora, basta dire Via l'Ici, via il bollo auto. Uno si fa due conti e dice ok. Perché non c'è più la capacità di fare più un discorso dotato di un minimo grado di complessità. (Del resto anche la "sinistra riformista" ha insegnato a disperare nella capacità della politica di modificare il reale - dunque, meglio prendere quel che viene, intanto).

E allora, due conseguenze: da una parte il successo di discorsi brutali, e brutalmente ideologici come quelli della Lega, che semplificano il reale, offrendo un appiglio per comprenderlo. (E allora, per esempio, oggi la Padania può aprire scrivendo impunemente che finito il centralismo finirà il carovita - come se tra le due cose ci fosse un benché minimo legame).

L'altro infausto corno, il dilagare dell'identificazione da parte del plebeo con il padrone, con i valori che questo gli offre, e che incarna per lui. Sempre più burini, intorno: dove il burino è appunto colui che prende a modello il padrone, ma che il padrone non accetterà mai al suo desco. E' colui che consuma paccottiglia, che vive di plagio e di speranza. E' l'ultimo scalino della degradazione dello Spettacolo: degradazione etica ed estetica. Il trionfo del kitsch, insomma. E allora si spiega bene la perdita del senso del ridicolo.

Meno male che il Nepal c'è.


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lunedì, 14 aprile 2008

 

Il Popolo e la Libertà

Non si può far finta di niente. Queste elezioni sono una svolta epocale. Da domani il paese non sarà più lo stesso. E' inutile negare che in questo modo si esce da uno stallo secolare. Il popolo ha voluto la sua libertà. Ha parlato chiaro. E quando il popolo parla, bisogna ascoltare. Anche quando la sua parola non ci piace.

(A me, però, quella sua parola piace. E piace lo sguardo di un Buddha che benedice un drappo rosso e due mani allacciate. A voi no? Guardate qui).


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domenica, 13 aprile 2008

 

Lavorare uccide

Come dicevo, Lavorare uccide sarà in libreria mercoledì. Ecco l'articolo comparso sul Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella.

Il muratore calabrese Nicola Coniglio, morto precipitando giù da un'impalcatura nel pieno centro di Perugia, non aveva forse mai visto le foto che Lewis W. Hine scattò nel 1930 durante la costruzione dell'Empire
State Building. Ma c'è un filo rosso che unisce lui e tanti altri a quegli operai fermati nelle straordinarie immagini del grande fotografo. Appesi come «Icarus» a un cavo nel cielo di New York. Intenti a stringere bulloni a trecento metri da terra, una mano a reggere l'appoggio e l'altra a stringere la chiave inglese. Seduti in fila su una traversina sospesa nel vuoto.
Quasi ottant'anni dopo, non è cambiato quasi niente. E migliaia di manovali vengono ogni giorno mandati su per le impalcature a lavorare così. Senza un casco, senza una imbragatura, senza un minimo di protezione contro gli infortuni. E come allora, quando morirono in cinque (senza contare le decine di feriti) nel cantiere del grande grattacielo newyorkese, continuano a cadere oggi. A grappoli. Basti dire che, di tutte le morti bianche sul lavoro, quelle nell'edilizia sono un quarto.
Marco Rovelli, un giovane insegnante, musicista e scrittore già autore di «Lager italiani » sui centri di permanenza temporanei, ha fatto un lungo viaggio tra i dolori, i lutti, gli scandali dei morti sul lavoro.
Si intitola «Lavorare uccide», è edito dalla Bur (Rizzoli) e arriva in libreria mercoledì prossimo. Ricco di storie, di testimonianze, di numeri: «Nel 42,5% dei casi si muore cadendo dall'alto. Nel 20,8% dei casi si muore travolti da una gru, da un carrello elevatore, da una ruspa. Nel 14,9% dei casi si muore colpiti da materiali da lavoro. Nel 10,6% dei casi si muore coinvolti dal crollo di un ponteggio o di un'altra struttura. Nel 5,5% dei casi si muore folgorati. Insomma si muore come si moriva decenni fa, nonostante, nel frattempo, le tecnologie disponibili siano migliorate di molto». Nel 2007, nei soli cantieri edili, hanno perso la vita in 235. Un po' meno che l'anno prima, ma molti di più che due anni fa, quando erano stati «solo» 191.
Uno su due muore al Nord, almeno uno su sei è un immigrato.
La precisazione «almeno» è obbligata. Come spiega Rovelli, in una realtà in cui il lavoro nero rappresenta una quota altissima, soprattutto nel Mezzogiorno, non è raro che il corpo di qualche poveretto venga rimosso in tutta fretta per simulare un incidente stradale. O più semplicemente venga fatto sparire.
Tanto, chi se ne accorge, degli immigrati? «A fine 2006 la polizia polacca fece circolare un appello: più di cento polacchi erano scomparsi dopo essere partiti per la raccolta dei pomodori. E, nello stesso periodo, la polizia italiana apriva un'indagine su una ventina di polacchi morti bruciati, affogati, strangolati, investiti nella zona del Tavoliere. E ti viene facile pensare che magari alcuni di loro sono stati inghiottiti da quelle morti bianchissime, cancellate, occultate, perché il padrone non può vedersi smascherato... ». Statistiche dell'Inail alla mano, abbiamo avuto a partire dal 2000 una media di 1376 morti l'anno. Troppi. Tolti i casi di chi ha lasciato la pelle negli incidenti stradali mentre andava al lavoro, la cui citazione da parte del vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei ha scatenato l'iradiddio di polemiche, siamo comunque primi nella classifica più terribile con 944 vittime contro le 804 della Germania e le 743 della Francia. Di più, tolta la Spagna, messa perfino peggio di noi, siamo in testa alla tabella degli incidenti mortali in rapporto al Pil: 68 ogni dieci miliardi di euro noi, 45 la Francia, 36 la Germania, solo 12 la Gran Bretagna. Un sesto.
Colpa della superficialità criminale di troppi «caporali» che rastrellano manodopera disperata e la affittano ad imprese clandestine a quaranta euro al giorno dei quali la metà va al lavoratore. Colpa della ignobile catena di subappalti subappaltati a subappaltatori che subappaltano col risultato che quando la magistratura condanna l'impresa a risarcire le vittime salta fuori che spesso i colpevoli risultano nullatenenti. Colpa della mancanza di controlli. Rivelata anche da un dettaglio di cui gli stessi lettori si saranno accorti: ma vi pare possibile che così tanti giovani muoiano il primo giorno di lavoro? Uno su sette, dicono i numeri ufficiali. Dietro, però, è probabile che ci sia dell'altro. Cioè che l'assunzione venga fatta spesso «dopo» l'incidente. Quando proprio non è possibile far sparire tutto.
La legge Bersani dell'agosto 2006, ricorda «Lavorare uccide», ha tentato di «mettere una toppa, imponendo di comunicare al Centro per l'Impiego l'assunzione di un lavoratore almeno un giorno prima della sua effettiva entrata in servizio. Ma la sanzione è talmente bassa — da 100 a 500 euro — che viene da chiedersi quanto sia efficace. Insomma, all'imprenditore può convenire sempre rischiare... ».
C'è di tutto, nel percorso di Rovelli. La storia di Gianfranco Viglizzo, caduto dal tetto di una cartiera in una vasca «piena di pastacarta, un impasto liquido dove si sprofonda come nelle sabbie mobili». E di Bogdan Mihalcea, morto come un topo mentre controllava un tombino, «portato via da un'ondata di melma di fogna ».
E di quelli che muoiono lentamente, come gli operai giuliani che per anni hanno lavorato con le fibre di amianto che «penetrano le fibre della pleura, poi d'un tratto, anche a cinquant'anni di distanza, si risvegliano e ti annegano di liquido in un mese». Nell'area di Monfalcone, «secondo il normale tasso di incidenza, ci sarebbe dovuto essere un caso ogni diciassette anni. Invece negli ultimi vent'anni sono stati duecentoquaranta solo a Monfalcone, e seicento complessivamente nella fascia costiera fino a Trieste. A Monfalcone più o meno tutte le famiglie hanno il proprio morto da amianto».
Andrea Gagliardoni aveva smesso il turno di notte alle dieci di sera, aveva dovuto riprendere alle cinque di mattina, era stanco morto e quando la macchina tampografica che imprimeva inchiostro sui frontalini degli elettrodomestici mostrò di stampare male, fece quello che gli avevano detto di fare: mise la pressa in stand-by e ci si infilò sotto per controllare gli inchiostri. Solo che la macchina, come già era successo, ripartì da sola. Schiaccandolo sotto un peso di otto tonnellate. Una «fatalità» omicida: invece di tre sistemi di sicurezza ne aveva uno, per di più rimosso per accelerare i tempi.
«È stata una morte annunciata», racconta la madre, Graziella, che ogni mese torna all'Asoplast di Ortezzano, in provincia di Ascoli Piceno, a portare un fiore là dove il figlio è morto: «Gli operai li avevano avvertiti, i loro capi. Ma la pressa era rimasta in funzione. Siccome il manutentore specializzato non era disponibile, era stato chiamato un elettricista del posto a metterci le mani. Ma la macchina aveva continuato a funzionare male». Era un martedì, il giorno in cui restò lì sotto. Aveva ventitrè anni.


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sabato, 12 aprile 2008

 

Stelle

Stamani il Corriere della Sera ha dedicato il suo focus di due pagine a Lavorare uccide, con un articolo di Gian Antonio Stella. Ovvio, quando stamani Giovanni mi ha mandato un sms per avvisarmi ho avuto un moto di soddisfazione. Poi, però, questa pietra sul petto. Allora stappo una bottiglia di Falanghina, adesso, e bevo - il calice in alto.


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venerdì, 11 aprile 2008

 

Dichiarazione di voto

Qui, su Nazione Indiana. Con video allegato. Perché è tempo di ridar valore alla virtù sociale della vergogna.

PS per Salvatore - Io credo all'incompossibilità dei mezzi quanto alla trasformazione della società. Ci vogliono insomma i miei amici anarchici-insurrezionalisti che lavorano in un modo ma anche i miei amici rifondaroli (alcuni di loro, intendo) che perseguono la riduzione del danno. Loro non potrebbero stare nemmeno nella stessa stanza, si prenderebbero a scarpate, se va bene. Io ho la convinzione (presunzione, chissà) di vedere le cose da una prospettiva storica, dove è necessario che s'intreccino fili diversi e discordi per dar luogo a un divenire.


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martedì, 08 aprile 2008

 

 Promemoria per un coro

Finito il libro Lavorare uccide, rimetto mano a quello – ancora anonimo – sul mio viaggio in Italia attraverso il lavoro dei migranti irregolari. E leggendo quel formidabile libretto che è l'Etica di Badiou, mi chiarisco alcune cose rispetto a ciò che sto facendo. Si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle “vittime” – ma questo significa, raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime. Dai colpi degli “immortali”, come scrive Badiou. Si tratta insomma di raccontare il mio divenir-nero. Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore, quello che gli offre un aiuto, una sponda, una mano, una voce.. Si tratta invece di raccontare le voci che s'intrecciano, come in un coro. Dev'essere un canto corale. Un coro che celebri la natura che si è innalzata sopra l’umano ogni volta che l'umano ha resistito ai colpi dell’ignominia, parando colpo su colpo, e ogni colpo è stato restituito.

Si tratta, allora, di riconoscersi come infiniti: non lo stupore dell'altro (e da lì allo stupore del selvaggio non c'è che un passo, poi), ma riconoscersi gli stessi, presi nel medesimo, infinito mondo - differente, e medesimo perché differente.


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mercoledì, 02 aprile 2008

 

Massa ieri e oggi

Pubblicai questa perla su un libretto che pubblicai anni fa per Memoranda, si chiamava Di puri contorni - passeggiate letterarie a Massa. La riespongo adesso, per trovare un senso all'inettitudine del popolo massese che mi costringerà ad astenermi nelle elezioni prossime venture.

Da Lerici a Lucca ci sono 42 miglia. Si passa per gli Stati del Principe di Massa e Carrara. E’ il sovrano più piccolo di tutti, e i suoi sudditi i più rozzi e i più maleducati che esistano. Vi ho dormito una sola notte, e non ho visto nessuno, uomini, donne e bambini, che non fosse d’una volgarità senza pari. Quanto al Principe, ha una vecchia carrozza dorata, che fa tirare da alcuni miserabili cavalli, per il suo villaggio, con due guardie e una picca alla romana, come ne hanno i principi che appaiono sui nostri teatri. Preferirei essere un buon capitano di fanteria al servizio del re di Francia o di Spagna, che non un principe così miserabile. Nei suoi Stati si torva il bel marmo bianco di Carrara, che costituisce la sua rendita principale. Ci sono anche parecchi cattivi scultori, che lavorano a delle brutte statue: le comprano per le chiese.

(Charles Montesquieu, Viaggio in Italia, Laterza 1971, p.120.)


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