del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


lunedì, 28 gennaio 2008

 

Il lavoro della lingua

Sono affannato e ansimante, in questo periodo, in clausura: devo chiudere il libro entro dieci giorni e i giorni sono contati. Mi sono preso un po' troppo lasco, ultimamente, e ora devo stringere. Il libro - quello sulle morti sul lavoro - sarà diverso, strutturalmente, da Lager Italiani. E del resto, questo ho capito: che si tratta di dar forma al materiale semplicemente estraendone la sua forma stessa. Ogni soggetto ha la sua forma adeguata. E se le storie dei migranti erano tante piccole narrazioni, sovradeterminate da una teoria che le seguiva, questo libro è un vero e proprio resoconto di un viaggio in Italia, dove parto da me, e non perché io sia interessante in quanto soggetto, ma perché è la necessaria onestà di dichiarare che cosa vede chi scrive, e di esporre ciò che vede nel momento in cui lo vede, e di tracciare il farsi stesso di un'idea attraverso dei racconti. Un'idea che si fa anche attraverso riflessioni su dati e questioni, intramate alle singole storie esemplari - per comprendere davvero perché lavorare uccide. Ma la lingua, quella, è la stessa, quella non cambia e non può cambiare, ché la lingua è il respiro stesso.

Ho scritto un paio di giorni fa in una lettera a una persona riconosciuta in scrittura - dunque nell'anima, dove ci si riconosce - che la lingua è una questione di ritmo, una questione di scansione interna - ed è un ritmo che "dice tutto", perché è dato dalla frequenza d'onda che colui che scrive percepisce nel mondo. Una scansione, appunto, in scala ridotta del proprio campo di rappresentazione del mondo. Un ritornello: quelle pulsazioni improvvise che ritagliano spazi nel caos.

(Nel frattempo, però, la lingua lavora anche di musica, e costruisce ritornelli cantati. Insomma, lentamente riparto con una nuova esperienza musicale. Ne dico qui).


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venerdì, 25 gennaio 2008

 

Verità evidenti

Il signor Mastella, al Senato, ha citato una poesia di Neruda. Così diceva. Ricerca veloce sul web. Non è di Neruda, è un apocrifo. Non poteva scegliere poesia migliore per rappresentarsi. Ho riportato su Nazione Indiana, qui.


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giovedì, 24 gennaio 2008

 

La farsa e la tragedia.

Premetto che considero Casarini e i suoi una jattura per l'intero movimento italiano. Detto questo, tutta la mia solidarietà per la condanna richiesta contro di lui e altre dodici persone nel processo di Cosenza (riporto, di seguito, il comunicato di Supportolegale). Quando le trame più manifestamente ridicole rischiano di prender corpo - è segno che siamo davvero a un livello di guardia. Altro che Mastella (macchietta, detto per inciso, la cui peggior vergogna resterà quella di essersi appropriato di una poesia di Neruda nella sua dichiarazione di voto al Senato - luce masticata da una bocca di guano).

50 anni di pena, questa la richiesta del pm per gli imputati del Sud Ribelle. Siamo giunti alle battute finali del processo che si tiene a Cosenza e che vede coinvolte 13 persone, accusate a vario titolo di associazione sovversiva, ai fini di impedire l´esercizio delle funzioni del Governo italiano durante il Global Forum di Napoli e al G8 a Genova nel luglio 2001 e creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l´ordinamento economico
costituito nello Stato. Niente male, come impianto.
Un processo che fin dalle sue premesse si farà ricordare come tragicamente farsesco, grottesco, una commedia all'italiana, più 'I Mostri', che non 'I Soliti Ignoti'.
I momenti in cui non si ride, corrispondono con la lettura delle richieste del pm Fiordalisi, voglioso di prendersi qualche attimo di gloria. Peccato sia oscurato dalla querelle Prodi si, Prodi no. Le pene vanno dai 2 anni e sei mesi ai sei anni. Per tutti gli imputati sono state richieste anche misure di sicurezza, da tradursi in libertà vigilata per periodi che vanno da un anno a tre anni.
Le comiche però non mancano nell'iter processuale: è il 2002 quando alcuni piccoli funzionari di polizia si fanno il giro delle procure d'Italia per trovarne una disponibile a mettere sotto processo la rete di attivisti che organizzò il controvertice di Napoli 2001. Incontrano molte porte in questo peregrinare: gli sbattono tutte in faccia tranne
una, quella della procura di Cosenza e del pm Fiordalisi il cui imperituro ricordo si lega a quattro inchieste del CSM su di lui e ad inchieste particolari: fu lui a chiudere l'inchiesta sulla Jolly Rosso nave facente parte del progetto COMERIO, su cui anche Ilaria Alpi stava seguendo la pista. E' il 15 novembre 2002 le case di decine di attivisti di Napoli, Cosenza, Taranto, Vibo Valentia, Diamante e Montefiascone, vengono nottetempo devastate dalle perquisizioni delle forze dell'ordine: il risultato è venti persone arrestate, ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari, quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta, computer, libri, intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche.
Ancora una volta ci tocca dire "Nessun rimorso": come per Genova, così  per Napoli non ci può essere alcun rimorso in chi ha tentato di opporsi al potere economico mondiale. Per questo, per dimostrare a questi 13 imputati di non essere soli, saremo in piazza a Cosenza il 2 Febbraio.
La Storia siamo noi.
Supportolegale


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venerdì, 18 gennaio 2008

 

Argento vivo

Era così che si diceva, una volta, dei bambini esuberanti. Ma se è vero, come ci ha insegnato Foucault, che la modernità inizia con la medicalizzazione, ebbene la modernità avanza inesorabile, e non può che travolgere anche i bambini. Fino al 2003 il Ritalin era considerato una droga, della famiglia di morfina e cocaina, finché un decreto ministeriale ha stabilito che è un farmaco meraviglioso per curare i bambini affetti da argento vivo. Ovviamente l'argento vivo è diventato una sindrome, precisamente "sindrome ADHD", ovvero iperattività. La questione è ormai nota - nota, sì, ma solo ai pochi, ahimé, che sono attenti all'essenziale. Ieri il TAR del Lazio ha respinto la richiesta dell'associazione "Giù le mani dai bambini" di sospendere il provvedimento di immissione sul mercato della droga per bambini (cominciamo a chiamare le cose per nome).

Exuberance is beauty, diceva il grande Genio Poetico William Blake. Ma questa è l'età della bruttezza, e dunque è giusto così. Il bambino lo si sedi da subito, affinché non abbia consapevolezza di sé. Si erigano i muri contro ogni possibile deviazione dalla Norma, e i muri più saldi stanno dentro la psiche. Li si educhi alla vegetalizzazione, così faranno automaticamente, naturalmente, quello che sempre più adulti vanno facendo nei paesi del benessere. Il benessere, già. Il trenta per cento degli statunitensi, a quanto pare, assume psicofarmaci. Ma davvero pensiamo che è questa la società del benessere?


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lunedì, 14 gennaio 2008

 

La dischiusura

Lui ha sentito, da sempre – da quando ha memoria di qualcosa -, l’attrazione dello scivolamento. Il sentimento denso della carne che fa ostacolo, resiste, e poi si scioglie, si squaglia alla ferita di una lama. Che la lama che ferisce sia una semplice parola, o il sesso, o una lama vera e affilata – questo è secondario. E’ la forma pura di qualcosa che si sforma e che diviene – che si apre alla sua inconcepibile apertura – è questa forma pura che lo attrae: lo scarto che gli sta tra sé e sé, come il riflesso di una luce che scivola, da sotto una porta, dentro a una stanza buia. Quel taglio di luce gli traversa l’anima – e lui non può fare a meno di ricercarlo intorno a sé, nelle persone, nelle cose. Deve far specchio di quella luce, di quel riflesso, abbaglio.

La vita per lui sta tutta nello scivolare della luce sotto una porta, che apre il buio e lo dischiude. A cosa, chiederebbe qualcuno, e sbaglierebbe: è il gesto del dischiudere che conta.

 


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mercoledì, 09 gennaio 2008

 

corpo esposto

Da ieri sera è possibile leggere per intero il mio libro di poesie sul web. Qui.


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martedì, 08 gennaio 2008

 

Il corpo di Antigone e la 194

La battaglia a venire, per la difesa della 194, sarà dura. E necessaria. Il potere tenta di impadronirsi del corpo di Antigone. Ho scritto qualcosa su Nazione Indiana, qui.

PS - Dal referrer in fondo alla pagina vedo che stanotte qualcuno è arrivato qui digitando su google "pensare che GESU' si arrabbia al pensiero che io vorrei diventare mamma". Avrà trovato la risposta? E' decisamente un segno, questo.

PS II - Sempre dal referrer in fondo alla pagina, vedo che ogni giorno di qui passano almeno cinquanta persone, a volte cento. Mi viene da chiedere come mai, per converso, quest'assenza di commenti. E dai, su, è vero che non curo più questo blog come un tempo, è vero che spesso latito, è vero che passo più tempo su Nazione Indiana, ma così mi fate sentire come un pesce in un acquario, scrivete una parola, lasciate una traccia del vostro passaggio... Per esempio, fatemi un'ipotesi surrealista sulla persona che alle due di notte ha digitato la cosa su GESU'...


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lunedì, 07 gennaio 2008

 

Altro che Carla Bruni

Segnalo le poesie di Nadia Agustoni che ho pubblicato su Nazione Indiana. Qui. Una descrizione, ma anche una re-iscrizione di Silvana Mangano. Una donna che è un'icona meravigliosa di donna, ed è l'icona che amo, e di questa donna ch'è corpo acceso, e accende piccoli fuochi tutt'intorno, Nadia ha saputo tracciare i contorni in maniera perfetta.


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mercoledì, 02 gennaio 2008

 

 Vite nuove


Domani, a Torino, funerale di Giuseppe Demasi, l'ultimo dei sette operai morti alla ThyssenKrupp. Forse dovremmo essere tutti lì. Per essere parte in causa, ancora: la causa di quelli che non accettano l'annichilimento del lavoro. Ma è davvero questa la Causa? A parole, siamo in tanti a sostenerla. Ogni volta celebriamo un grande rito collettivo. Ognuno, in cuor suo, sente una compartecipazione. Espia, se non altro, la propria indifferenza. Ma nei fatti, poi, che cosa resta? Che fare, mi chiedo, io che mi trovo a scrivere di vite spezzate dal lavoro? Come sostenere lo sguardo di quei lavoratori che chiedono conto? Che cosa mi distingue davvero dal parassitismo della stampa che occhieggia e poi passa oltre? Sì, l'intenzione, certo, in cuor mio so perché faccio quel che faccio. Ma non basta.

Ho in mente la foto di un operaio della ThyssenKrupp che abbraccia un compagno in lacrime, lo sostiene, e con l'altro braccio allontana, arrabbiato, un fotografo. Reclamava rispetto. Ma non solo per quel traboccare di dolore che tentava di contenere. Reclamava un rispetto pregresso, che è mancato. Reclamava un'identità, che gli è negata. Reclamava un'estraneità, che è stata voluta.

Voi che vedete, osservate, scrivete – siete un “Voi” totalmente estraneo. Voi che avete decretato la fine della classe operaia, voi che scrivete che è l'ora di finirla con lacci e lacciuoli per le imprese, voi che per questo avete smesso di rappresentarci. Voi per i quali non esistiamo più, da tempo. Voi per cui il lavoro prolifera solo nelle vostre stanze immuni dal rischio. Voi per cui siamo animali in gabbia, in fine, e venite dentro i cancelli in visita, come fossimo scimmie, a darci le noccioline. Le noccioline della vostra compassione, tardiva. Tardiva e insincera. Restatevene fuori dai cancelli, dunque.

Il fotografo ha avuto l'intelligenza di non scartarla, questa foto. Di tenerla con sé, come prova di un'estraneità. Anche se magari non si sentiva accusato in prima persona. Forse si sentiva assolto dal fatto che l'accusa era rivolta a un “voi”. E con questo la propria responsabilità scompare. E così, magari, ha pensato pure il giornale che l'ha pubblicata. Pubblicandola, si è assolti.

Io non mi assolvo. Io mi sento coinvolto. Per questo non resta che ricostruire reti, quelle reti materiali quotidiane spezzate dalla Grande Narrazione dello Spettacolo. E trovare, ancora, una parola all'altezza degli occhi. Non una parola panottica, una parola che tutto sa e tutto racconta. Ma una parola che tenti di restituire un vissuto, e delle esperienze che occorre rimettere in circolo. Una parola mattone, fatta di sensi e di idee, di concetti e di materiali, di uomini e donne e pratiche. Tante parole mattoni, da condividere, per ricostruire qualcosa.

“Il mio sogno, del tutto personale, non è propriamente quello di costruire delle bombe, poiché non mi piace uccidere la gente. Vorrei piuttosto scrivere dei libri che fossero come bombe, vale a dire dei libri che venissero utilizzati nel momento esatto in cui vengono scritti o vengono letti da qualcuno. Dopodiché, dovrebbero scomparire. Libri, insomma, destinati a scomparire poco tempo dopo essere stati letti o utilizzati. I libri dovrebbero essere delle bombe, e nient’altro.” (Michel Foucault)


postato da alderano 21:08 commenti (4) 
 


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