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del resto è così che ci si prende
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI
mercoledì, 19 dicembre 2007
Premi e targhe
Con un po' di ritardo, informo che Lager Italiani ha avuto il "premio scaffale" al premio Omegna ("premio letterario della Resistenza"). Il primo premio è andato a Gomorra di Roberto Saviano. Co-premiati con Lager italiani sono stati Il piombo e l'argento, di Carlo Capogreco e Guido Rossa, mio padre, di Sabina Rossa e Giovanni Fasanella.
Non sono andato alla premiazione (è noto che i formalismi mi fanno venire dei pruriti in parti imprecisate del corpo): perdere due giorni per andare a ritirare una targa mi sembravano eccessivi. Come mi ha fatto notare il mio amico Andrea R., in fondo non ho nemmeno il caminetto... Ho detto però che se mi chiameranno a parlare, allora sarò ben lieto di andare.
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00:14 commenti (7)
martedì, 18 dicembre 2007
La Comunarda.
E' il titolo di una nuova canzone, di cui ho scritto il testo a quattro mani insieme a Francesco Forlani, via sms. Eccolo.
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16:42 commenti
sabato, 15 dicembre 2007
Scrivere
Che sorpresa stamani, e che stretta al cuore, quando ho aperto il thread dei commenti al mio scritto su Nazione Indiana, La macchina selvaggia, Andrea, il just in time. Andrea è morto a 23 anni schiacciato da una pressa, e quest'estate sono andato a Porto Sant'Elpidio a incontrare sua madre Graziella. Che ha saputo del mio scritto, e ha commentato così:
"Grazie Marco,per aver raccontato in modo così veritiero e diretto la storia di mio figlio ANDREA. Grazie per essermi stato vicino e per aver fatto conoscere questa cruda realtà….ancora si muore per pochi euro al mese, il DIO PROFITTO prevarica la vita umana, i lavoratori sono solo dei numeri che possono essere facilmente sostituiti.voglio comunque rivolgermi atutti coloro che hanno letto e leggeranno questa “triste storia”: cerchiamo tutti insieme di gridare l’indignazione per queste morti preannunciate, più voci ci saranno più forte sarà il coro e forse qulcuno ci sentirà.
GRAZIE MARCO anche a nome di ANDREA che sicuramente sarebbe orgoglioso del tuo scritto,
Graziella Marota mamma di ANDREA
lascio la mia mail graziella98@virgilio.it"
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11:44 commenti (8)
martedì, 11 dicembre 2007
InCanti
Un sito musicale (soundsblog.it) mi ha chiesto una lista delle dieci canzoni "preferite". La risposta ovviamente è impossibile. Così ho buttato giù dei nomi senza pensarci troppo. (Vedi qui).
Mi sono limitato alle canzoni che hanno segnato la mia storia di rocker, per così dire. Alcune le ho scelte per affetto esistenziale (sono come dei parenti...), altre perché mi perdo nel cantarle, altre ancora perché le ascolto molto ultimamente. Ci sono Lou e John che cantano la venere in pelliccia di Sacher-Masoch, c'è la torsione ultradiabolica che Perry diede a Sympathy for the devil a suo tempo composta da Mick quando Marianne gli passò il Maestro e Margherita, c'è Iggy il dio del rock (qualsiasi porcata faccia resta tale, al di là del bene e del male). E poi la voce e chitarra sghembe e visionarie di Syd, la voce e chitarra iperuraniche di Jeff, la voce immane di suo padre Tim, la voce sovversiva di Demetrio. E la filastrocca più bella del mondo, quella dei Can, e l'ascesa d'amore di David, e l'amore dislocato di Robert. Tutti affetti imperituri.
Sympathy for the devil (versione Jane's Addiction)
Venus in furs (Velvet Underground)
Dark globe (Syd Barrett)
Hallelujah (versione Jeff Buckley)
Gioia e rivoluzione (Area)
Search and destroy (Iggy & the Stooges)
Mary so contrary (Can)
Song to the syren (Tim Buckley)
Rock'n'roll suicide (David Bowie)
Sea song (Robert Wyatt)
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22:26 commenti (57)
sabato, 08 dicembre 2007
Vite bianche
Ieri sera ho cantato con gli Apuamater, e la Libertà di Ceccardo l'ho dedicata ai morti di Torino, e a tutti i morti sul lavoro. Di seguito, l'articolo che ho scritto per Liberazione.
E' da tempo che giro l'Italia incontrando sopravvissuti. Coloro che hanno avuto un affetto, e lo hanno visto scomparire inghiottito dalla macchina produttiva. Incontro padri, madri, parenti, amici, colleghi dei morti sul lavoro. E ogni volta si tratta di far fronte a un dolore negato. Negato dalla società, che si rifiuta, nei fatti, di considerarlo davvero. Perché considerare una morte sul lavoro significherebbe non lasciare soli i sopravvissuti, per prima cosa, e poi cominciare ad articolare un discorso che provi a mettere rimedio al suo ripetersi, e ne affronti le cause. Significherebbe smettere di pensare che sia una fatalità. Ma questo non è possibile. Perché sappiamo tutti che la nostra società ha bisogno di sacrifici umani. E' accettato da tutti. E' normale così.
La strage di Torino mi riporta alla mente la morte di Matteo Valenti. Ventitré anni, di Viareggio. Anche lui morì bruciato. Ma in un'azienda artigianale, di appena due dipendenti. Il cui proprietario era il presidente della Confartigianato di Lucca, e aveva la responsabilità per la sicurezza per quattromila aziende. Nella sua, nemmeno un aspiratore. Matteo non è stato dimenticato, ed è nato un comitato che ha chiesto verità. Ma è un caso raro. Quante verità come la sua sono negate?
A Torino un lavoratore era vicino ai compagni che bruciavano. Testimone impotente. E anche in questo caso, mi viene da pensare che sia davvero questo l'inferno: un ragazzo innocente che brucia e grida, e tu che guardi e non puoi farci nulla. Di Roberto Scola, il secondo morto, il testimone ha detto: Era bianco, sembrava carne cotta. In questa immagine che annichilisce c'è tutta l'incommensurabile verità delle morti sul lavoro. E' come se Roberto, e in lui ogni lavoratore, fosse stato sottoposto a una pressione insopportabile. Una pressione che conduce al punto di combustione, e cancella. Una pressione che svuota, che priva di ogni identità, di ogni resto. Fino a far diventare una persona una semplice appendice macchinica, bianca di morte.
Sì, morte bianca, è questa la classica e bugiarda espressione. Bianca come un sepolcro. Un'espressione ipocrita, che racchiude in realtà l'indifferenza della società. Quell'indifferenza diffusa verso cui Gramsci manifestava il suo odio, un territorio affine all'ignavia che Gesù di Nazareth vomitava dalla bocca. Morte bianca, come a dire: non è colpa di nessuno. Com'era per le morti in culla dei neonati. Se però grattiamo il palinsesto, troviamo che l'espressione originale era “omicidi bianchi”. A dire invece che le colpe c'erano, ed erano occultate.
Non sono le morti a esser bianche. Sono le vite. Vite cancellate dall'indifferenza, e dalle necessità intangibili, e sacre, della Produzione. Vite bianche.
Nella strage di Torino ci sono tante verità insieme. La grande fabbrica multinazionale, in via di smantellamento, gli estintori vuoti, i turni di lavoro massacranti. E di fronte a questa cruda evidenza, si grida allo scandalo. Ma lo scandalo è tutti i giorni, questa è la verità. Basta voler vedere, e ragionare. Quante volte si incontra negli occhi delle madri, o delle mogli, questa verità.
La strage di Torino è un evento così fragoroso che non può non conquistare i titoli principali di giornali e tg. Ma faranno presto a dimenticarsene, come sempre: conviene piuttosto additare i migranti come untori, ché la gente è contenta quando l'evidenza è confermata, e non importa se è solo un'impressione. Meglio farebbero invece a obbligarsi a dar conto di come vanno avanti i procedimenti sulle morti sul lavoro. O meglio, di come troppo spesso non vanno avanti. Di come queste vite vengano cancellate anche dopo la morte. Del resto, nessun imprenditore va mai in galera per una morte dovuta a sua precise, accertate e definite responsabilità. L'imprenditore sa che non rischia nulla. E perciò può permettersi di trascurare la sicurezza delle vite umane che sta usando. Cominciamo da qui, è questo che dicono la maggior parte dei familiari delle vittime. Non per vendetta del passato, per giustizia del futuro. E poi affrontare davvero i dati strutturali della questione: la frammentazione del processo produttivo, la catena infinita degli appalti, la ricattabilità e la precarietà dei lavoratori, la competizione selvaggia scaricata sul costo del lavoro e sulla sua sicurezza. Fino, magari, a tornare a pronunciare, magari in forme nuove, quel sintagma antico: “coscienza di classe”. E' solo a partire dall'articolazione di un discorso di questo tipo che la lamentazione a reti unificate sulle “morti bianche” cesserebbe di essere un rito che celebra un sacrificio necessario.
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15:42 commenti (7)
lunedì, 03 dicembre 2007
Di cancerosa bile e di altre amenità.
Due anni fa, nella presente stanza, avevo esposto un resoconto da un consiglio d'istituto. (Sostavo sulla cattedra del liceo classico: per chi voglia sbirciare nell'archivio, era il 14 febbraio 2006). Erano le immortali spoglie del mio alter ego di gioventù, Evasio Stoppani, a far conto di tali vergogne – con la sua lingua educata agli atletismi lessicali e sintattici di nonno Dossi. (Stoppani, siccome il Giannino del livre de chevet scritto da Vamba e da me compulsato nella più tenera infanzia, noto come il Gianburrasca). Dopo qualche settimana, il preside – che rendeva sommo onore al Vamba stesso, parendo essere uscito dalle sue più intime fantasmiche imaginazioni – mi intimava di censurare lo scritto dell'Evasio, per il buon nome ed il decoro della scuola. Ad evitanda alia complicationes, chè già non minime erano al momento, e fastidiose, lo spennellai di bianco, confidando nella telematica insipienza del burbero capitello della presidenza (già, anni prima, mio professore, al quale imputavo la momentanea nausea del filosofare, e la mia trascelta della facoltà bric-a-brac di scienze politiche). Bastava selezionare, e tornava e torna a leggersi l'incriminato scritto.
Quest'anno varco la soglia del liceo linguistico, cui accade di avere lo stesso preside del liceo classico. E' nuovo, non ne ho mai avuto notizia. Mi accoglie a pugni chiusi, forse per temperamento, ma anche perché al suo orecchio sono giunte voci, calunnie. L'onorata società di quella scuola ha fatto muro contro l'alieno che viene. Eppure moltissimi miei ex allievi mi cercano, non ho bisogno di dimostrare niente a nessuno; ma pure questo, al preside, sarebbe il caso di mostrarlo. Quanti sono quelli che vengono a cercarmi, per chiedermi consigli, personali o professionali, o anche solo per una cena, e c'è anche chi si è fatto fratello. Tra di loro tutti i migliori da un punto di vista didattico. Ma non solo, per fortuna.
Ma le voci della scuola imperversano. Questo riscontro tra i ragazzi, se mai, acuisce lo scontro. E' inaccettabile. Ah le invidie! Ah le frustrazioni! Fino all'altro giorno, quando una di quelle persone che sono state segnate da un “affetto” nei mie confronti (e il movimento è, sempre, immancabilmente, reciproco) mi rivela come nella sua classe una stimata collega abbia passato un'ora a sputar bile velenosa sul sottoscritto, dicendo di me le cose peggiori. Non dirò di più, per non far risalire al confidente.
Nello stesso giorno, come un segno, tornano a farsi vivi ben quattro ragazzi che avevo a scuola due anni fa, proprio quell'anno di cui la professionista di cui sopra lamentava. Due anni in cui ai ragazzi è sedimentato affetto, e riconoscenza. Due anni in cui a lei è sedimentato tanto, tanto intimo guano.
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13:03 commenti (8)
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