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del resto è così che ci si prende
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI
venerdì, 30 novembre 2007
Sacrifici
Torno sul libretto di Bataille che ho curato e tradotto ed è uscito da pochi mesi per Stampa Alternativa. Georges Bataille lo scrisse nel 1933, e lo pubblicò tre anni dopo in una plaquette - Sacrifices -, ad accompagnare cinque acqueforti di Andrè Masson. Questo testo non era stato pubblicato in Italia, fino ad oggi. Ve ne riporto un brano straordinario.
Tuttavia, l’amore bruciante – che consuma l’esistenza esalata ad alte grida – non ha altro orizzonte che una catastrofe, una scena d’orrore che libera il tempo dai suoi legami.
La catastrofe – il tempo vissuto – deve essere rappresentata estaticamente non sotto forma di vecchio ma di scheletro armato di una falce: scheletro glaciale e lucente ai denti del quale aderiscono le labbra di una testa tagliata. In quanto scheletro, è distruzione compiuta, ma distruzione armata che s’innalza alla purezza imperativa.
La distruzione corrode profondamente, e così purifica, la stessa sovranità. La purezza imperativa del tempo si oppone a Dio, il cui scheletro si dissimula in drappeggi dorati, sotto una tiara e sotto una maschera: maschera e soavità divine esprimono l'adeguamento di una forma imperativa - che si dà come provvidenza - all'esercizio dell’oppressione politica. Ma nell’amore divino si rivela infinitamente il bagliore raggelante di uno scheletro sadico.
La rivolta – la faccia decomposta dall’estasi amorosa – strappa a Dio la sua maschera ingenua, e in questo modo l’oppressione rovina, nello schianto del tempo. La catastrofe è ciò per cui un orizzonte notturno è abbracciato, ciò per cui l’esistenza lacerata è entrata in trance – è la Rivoluzione – è il tempo liberato da ogni catena e puro cambiamento, è uno scheletro, uscito da un cadavere come da un bozzolo, che vive sadicamente l’esistenza irreale della morte.
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mercoledì, 28 novembre 2007
Storie di ordinaria ferocia (una ferocia innocente)
Mi accade spesso di parlare di immigrazione, in classe. E' il mio specifico, da qualche tempo, mi chiamano in giro per l'Italia a parlarne, ne scrivo. E' naturale tendere a farlo anche nelle mie classi. E dalla discussione di stamani ho tratto una riflessione. (Una un po' più costruttiva, e non così distruttiva, la farò un'altra volta). Credo che molti ragazzi di oggi (non tutti, per fortuna, e spero nemmeno la maggior parte) siano abitati da quella che chiamerei una ferocia innocente. E' questa la caratteristica di alcune/i ragazze/i. Che non si avvedono della propria ferocia. Che non hanno nozioni precise dei termini della questione, ma sono preda da una parte delle proprie impressioni immediate (non mediate, appunto, dalla ragione: spiegando Hegel cerco continuamente di far comprendere la necessità della "mediazione" razionale, della negazione - ma a volte sembra tempo perso) e dall'altra del discorso mediatico dominante, dei suoi immani luoghi comuni. Diffidano di chi vuole togliere all'Altro i tratti "rassicuranti" del capro espiatorio (e allora non serve nemmeno il discorso girardiano, con tanto di visione di Dogville). Fino all'esplicitazione dell'ideologia, quando una ragazza (una ragazza che - avendo io la presunzione di leggere dentro il cuore - è senza dubbio buona, generosa) - di fronte all'evidenza del fatto che non esiste un dato oggettivo che avvalli la secolare diceria che "gli zingari non rubano i bambini" (lo afferma la polizia, nel sito bambiniscomparsi.it) - dice, Ma allora sono tutti foloni? (Foloni significa propalatori di bugie, dalle mie parti...). Questo non è possibile. E allora il discorso è chiuso, e il dato non si prende in considerazione. (Se poi dici che c'è un sacco di ferocia in certi discorsi, egoismo, incapacità di considerare l'altro - lei si arrabbia, e anche a ragione, perché sa di avere il cuore buono. Solo che il pensiero recalcitra al cuore, spesso). E' difficile, per la maggior parte delle persone, non credere alla doxa, all'opinione comune (lo è sempre stato, e lo è tanto più oggi quando l'opinione comune si fonda sui media che creano e manipolano paura). E in nome della sicurezza fornita da quest'ala protettiva si preferisce non guardare in faccia i dati. Non prendere in esame la complessità delle questioni. Perché la complessità spaventa. E allora tu ti affanni a discriminare, le ragioni delle migrazioni, la composizione della popolazione migrante, la globalizzazione e tutto il resto - ma poi il ragazzo (che pure è orgoglioso di avere avuto il nonno partigiano ed è fieramente anti-americano) torna sempre al suo dato immediato, allo "schifo che c'è ai semafori". E allora tutta la fatica del pensare crolla, ed è vana. Ciò che vince, in questo genere umano che a volta non pare fatto per seguire virtute e canoscenza, è sempre e solo la panza, la panza, la panza. E l'odio e la rabbia che ne sprigiona.
A volte, davvero, invocheresti Grace, l'angelo sterminatore, che facesse piazza pulita di tanta innocente ferocia che alberga in queste Dogville quotidiane.
Poi dici, Ma sono ragazzi. Già, ma sono anche gli adulti di domani.
Aggiornamento. Su suggerimento dell'amica Helena ho pubblicato questo pezzo su Nazione Indiana. Con un'icona in testa, e una coda nuova...
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21:07 commenti (15)
martedì, 27 novembre 2007
Clandestino e criminale
E' una cosa che ho scritto su sollecitazione di Wu Ming 1, lui l'ha pubblicata su Carmilla (qui) e io l'ho pubblicata su Nazione Indiana (qui).
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16:14 commenti
sabato, 24 novembre 2007
Piccola meditazione sull'Amore
Oggi è il 375° anniversario di Spinoza. Perciò ripubblico questa breve meditazione sull'amore. Per lui, per me. Per te.
Amore è lasciar essere. Lascia essere un ente per ciò che è. Lascia che egli divenga ciò che è - che possa ciò che può - che si esponga per ciò che è - ovvero, nel senso (del suo divenire) che gli è proprio. Riconsegna dunque l’ente al suo senso.(L’amore è pura disposizione: potenza che si trattiene presso se stessa - che non forza lo sguardo.)
La differenza specifica dell'amore sta nel suo essere a fondo perduto. Oltre la necessità di corrispondenza. L’amore in questo senso è sovrano. Trabocca. Come il sole.
Quando si dice amore, spesso si è mossi dalla nostalgia dell’Assoluto. Allora occorre specificare che amore non può designare altro da un gesto singolare - ossia diretto a una singolarità: il gesto di un’integrale accettazione gioiosa di una qual-cosa.
Il desiderio di salvezza e redenzione s'impadronisce di questo gesto, così come del gesto convulsivo dell'amore-passione. Ma ambedue sono movimenti integralmente finiti.
(Tenere gli occhi spalancati nella catastrofe è la salvezza: proprio il fatto dell’impossibilità della salvezza – l’irredimibilità del tutto - è la salvezza. Non che sia tramite per la salvezza: è quella constatazione – quella con/siderazione - che è la salvezza stessa).
Amore
è nome per un conatus. Per un desiderio. Per un gesto che si confonde col desiderio che lo muove. Io amo te: ti amo per il tuo essere, non per qualche tuo predicato (altrimenti siamo nel campo del feticismo - e non è una distinzione assiologica). Ti accolgo - ti dico Sì - in quanto il tuo essere provoca in me gioia.
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giovedì, 15 novembre 2007
Il triangolo nero
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
E' il manifesto redatto e fatto girare su tutto il web e sulla stampa. Un manifesto che dice l'essenziale di ciò che c'è da dire. Vorrei che fosse diffuso il più possibile, letto e pensato. Lo trovate, tra gli altri siti, qui.
Aggiornamento: Il manifesto che abbiamo promosso sta diffondendosi viralmente su stampa e web. (Qui, per esempio, la notizia del Corriere online). Adesso tocca passare alla seconda fase. Dare il via a incontri, per far giustizia alle parole.
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martedì, 13 novembre 2007
Oggi ero felice (gratia gratum faciens sul monte Morello)
Giravo nel bosco di Monte Morello, col verso del corvo che gracchia, mi fermo, rispondo a quel verso girando, con un passo in tondo, che risuona nel bosco, il corvo risponde al mio passo, ai miei passi, i passi di me che rispondo al suo verso, io che giro in tondo e rispondo, con le braccia aperte ed arrese, io e il corvo parliamo, un verso ed un passo, due passi e due versi, un verso più urlato ed un passo strusciato, e quando il discorso è compiuto io chino la testa, io che sono grato, e il corvo non dice più niente. Poi torno indietro, ed esco dal bosco, e dal limitare, appena ad un passo, il corvo riprende il suo verso, come a salutare, e rispondo con un altro passo, ed un giro, ed un verso, a due passi due versi, e poi di nuovo, ed ancora, un altro silenzio.
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19:23 commenti (2)
mercoledì, 07 novembre 2007
Su Cormac McCarthy
(A Lorenz)
Cormac McCarthy ha uno spessore "tragico" che lo rende un classico dei nostri tempi. Ho letto tutto di lui: ben più che evocativo, tutt'altro che minimalista, io trovo che McCarthy riesca a raffigurare personaggi mitologici, figure di meravigliosi chiaroscuri che si stagliano sul nero di un cosmo segnato dal male, e talvolta queste figure sono trapassate da una grazia fuggevole (la fragilità dell'assoluto, scrive Zizek, l'assoluto che si manifesta "tra un istante"). E l'ultimo romanzo, La strada, è una meditazione profondissima sull'esserci dell'uomo. L'esserci alla fine. Dopo tutto, che cosa resta? - ecco la domanda che muove la narrazione di McCarthy. Quando un romanzo mi piace davvero, finita la lettura resto qualche istante con la mano sulla copertina del libro appena chiuso, come a sacralizzarlo, e a costituire un resto, un "resto che resta" - e nel contempo a farmi benedire. Da La strada non riuscivo più a staccare la mano.
Dopo la lettura de Il buio fuori avevo scritto questo: "Questa è pura, vera mitologia. Le figure di McCarthy sono vivide, vibranti, carnali, sanguinanti rappresentazioni delle forze primarie del cosmo. Si potrebbe vederla anche come una vera e propria cosmogonia. McCarthy mostra, con una smisurata potenza visionaria, l’eterno divenire di un Cosmo in dissoluzione, votato all’Apocalissi già da sempre. Una paradossale cosmogonia apocalittica, dove le potenze della generazione sono le medesime forze della degenerazione. Potenze che fingono un Cosmo là dov’è solo Caos. Quello di McCarthy è una sorta di sguardo gnostico che contempla l’universo: se l’universo si muove in un indifferente fluire (che per l’uomo assume le sembianze, e il nome, del Male), l’occhio di McCarthy saetta della stessa indifferenza. Con la stessa indifferenza racconta le infinite erranze di personaggi alla ricerca di un qualcosa (di una qual cosa: laddove, al limite, non è la cosa ad importare). Una ricerca che non può che fallire il suo scopo, votata al fallimento, un itinerario che non può che concludersi – come si conclude Il buio fuori – in acque paludose, e nello sguardo cieco che non sa di averle davanti. Anche ne Il buio fuori McCarthy racconta quest’itinerario desertico con icone cinetiche di incomparabile intensità. Come la sequenza della furiosa, inarrestabile, letale corsa di uno sterminato branco di maiali nel deserto, tra la gola ed un burrone. Una legione di maiali,imprevedibile irruzione del Male, sublime ipostasi del Maligno. O con le mute sagome d’ombra della trinità sterminatrice che percorre il libro, segnandone le stazioni con le sue morti, elargite gratuitamente."
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domenica, 04 novembre 2007
La Rivelazione dell'Ora
Gente seduta sul marciapiede all'alba, mezzo immolata e con i vestiti fumanti. Come suicidi mancati in una setta. Altri venivano in loro aiuto. Nel giro di un anno c'erano roghi sulle creste dei monti e allucinate litanie nell'aria. Le urla degli assassinati. Di giorno i morti impalati lungo la strada. Che cosa avevano fatto? Arrivò a credere che nella storia del mondo forse c'era più castigo che delitto, ma non ne trasse grande conforto.
(Cormac McCarthy, La strada)
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