del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


martedì, 30 ottobre 2007

 

Una madre che piange, o il suo Spettacolo.

Su Nazione Indiana, una riflessione su una morte da lavoro, l'incontro con una madre, l'utilizzo spettacolare del dolore. Qui.


postato da alderano 23:58 commenti (1) 
 


lunedì, 29 ottobre 2007

 

Ricordi d'osteria. 


L’osteria, microcosmo di vecchi, criminali e ubriaconi. Tempio premoderno, covo di ranters. A vegliare su di loro, una grande madre. La Daria, che da trent’anni si era reclusa in quella sorta di convento, dalla mattina fino a notte inoltrata, trecentosessantacinque giorni l’anno. Astemia, si era consacrata alla mescita del vino migliore della provincia. Era grossa di corporatura, e di seni, buddhica nell’aspetto e nei modi, eppure all’occorrenza sapeva fare come Cristo nel tempio, trovando sempre il modo di mettere a tacere chiunque, a prescindere dagli anni di galera che questi s’era fatto.

Dario, il marito, era l’opposto. Esile, fragile. E quanto al vino, ne vendeva meno di quel che beveva. Spesso faticavo a parlarci. Era difficile capire cosa stesse biascicando. Non distinguevo se non suoni informi.

Quella sera, entrando all’osteria, vidi Dario disteso su una panca di legno dietro un lungo tavolo di marmo. Seduti a quel tavolo altri quattro uomini a bere, e parlare. Uno era Franco, avevamo scambiato qualche parola la sera prima. Vicino c’era il grosso camino coronato da un finto ramo di pesco, e qualche vecchia foto di una tavolata in cui si riconoscevano alcuni di quegli stessi che erano lì in carne e ossa. Quando si alzò, Dario mi chiese dove avevo lasciato il ballerino della sera prima. “E’ morto?”, mi chiedeva, “è morto?”. Mi guardava come se non attendesse risposta. Lo sguardo mi oltrepassava. Non sapevo cosa rispondergli. Si girò verso un compare, “è morto”, diceva, e poi prese a chiedere di altre persone, non capivo i loro nomi, chiedeva se questo o quello fosse morto. Gli altri evitavano il suo sguardo, i suoi occhi umidi e socchiusi. Franco si alzò per andare nel bagno che stava all’esterno, e mentre era sulla porta Dario gli chiese “e Osvaldo?”. “L’hanno portato via in una cassa da morto”, rispose Franco. “E Osvaldo?” continuava Dario quando Franco era ormai uscito, e gridava le sue solite incomprensibili parole biascicate, e ci gettava addosso quei suoni sconnessi e insensati offrendoci da bere, e rideva, rideva di Osvaldo e di noi e di se stesso, e noi ridevamo con lui, ci disse del figlio di Osvaldo che era andato volontario in Jugoslavia, e finisce che muore anche lui, e quando muoio io dovete tutti bere fino a scoppiare, poi vomitate e ricominciate a bere, e andate avanti per una settimana, sì, sette giorni interi, e allora io resusciterò e sarò sempre in mezzo a voi, qui, porcoddio, qui nell’osteria. Guardami in faccia, disse a sua moglie, non sono ubriaco, sto dicendo sul serio.

Poi si stese di nuovo sulla panca, e si addormentò. “E’ stanco”, disse Franco che nel frattempo era rientrato, “oggi ha lavorato alla vigna. Lavorare stanca, diceva il nostro compagno Pavese, lo sappiamo per esperienza. Ho sempre lavorato nella vita, e sempre in fabbrica. Certo oggi sono passato di moda, ma ce ne sono stati tanti come me. Eppure, senti un po’ quel che ti dico”, (anche Franco cominciava a biascicare qualche parola), “eppure sono convinto che la dignità dell’uomo non sta nel lavoro, no, la dignità dell’uomo sta nelle cose inutili, quando canti, quando ridi, quando scopi, allora sei come un dio. E poi, pensaci bene, dimmi cosa c’è più inutile di Dio”.

“Dio è la cosa più inutile”, continuò senza attendere risposta, mentre la Daria stava ripulendo il tavolo dai cadaveri di bottiglie disseminati, “è per questo che il mondo delle macchine lo ha ucciso, perché qui tutto è finalizzato al soldo, (Daria portaci un’altra bottiglia che ti sei portata via tutto), e le cose inutili in questo mondo non devono esistere, allora zac!”, disse facendo passare un pollice sul mio collo, “hanno ucciso Dio. Però poi si sono dimenticati del buco che è rimasto al suo posto, non l’hanno tappato bene quel buco, e così siamo diventati sgonfi, tutti senz’aria... E allora tutti alle catene di montaggio, tanto lì l’aria non serve, operaio o non operaio, e attento bene che le catene di montaggio ormai sono dappertutto… Le catene ci hanno mangiato gli occhi, e i sogni. Una volta ho sognato un universo di catene che s’incrociavano, si annodavano, si aggrovigliavano, e tutto questo passando per le mie pupille, e finiva che le legavano, e io mi svegliai gridando. Ecco, quello è stato un sogno profetico, perché è così che siamo diventati ciechi, e morti”.

L’inutile è stato relegato nella riserva del tempo libero, intervenni io mentre Franco beveva un altro bicchiere, uno spazio vuoto da riempire, solo tempo da far passare, da ammazzare più in fretta possibile nell’attesa di tornare al lavoro senza nemmeno sapere il perché. Bravo, mi disse Carlo, bel discorso, però compagno te non hai mai lavorato, cosa vuoi saperne di lavoro. Bevi e canta, finché puoi.


postato da alderano 19:39 commenti (1) 
 


martedì, 23 ottobre 2007

 

Pensare fa bene?
Il taylorismo-fordismo necessitava di uomini-gorilla. Meri automi atti a compiere gesti parcellizzati e ripetitivi. Uomini macchina tout-court. “Non siete pagati per pensare”, questo era il motto. Adesso, nell'era della “time-based competition”, del “total quality control” e dell'organizzazione del lavoro toyotista (il just in time), il motto è diventato: “la qualità dipende da voi”. Che progresso, nevvero? L'operaio finalmente è emancipato. Adesso gli è addirittura richiesto di pensare. Allora tutto a posto? Eh no.

L'inghippo sta qui, che il primo motto non ha smesso di essere valido. Insomma, adesso gli operai devono pensare, sì – solo che non sono pagati per farlo. Dovete pensare per noi, ma gratis. Anzi, dato il privilegio che avete, dovete essere voi a pagare, e questo significa che dovete lavorare di più. Questo è esattamente ciò che succede. Ritmi di lavoro sempre più massacranti, una coscienza di classe che viene meno, nessun solidarietà, paura e ricatto che regnano incontrastati in fabbrica come fuori. Che bello, pensare.

 


postato da alderano 15:50 commenti (7) 
 


venerdì, 19 ottobre 2007

 

 La sofferenza delle madri

Graziella ha visto morire suo figlio, l'anno scorso, schiacciato da una pressa. Non è facile Marco, mi dice. Solo adesso sto prendendo coscienza che Andrea non c'è più. Per mesi mi ritrovavo a guardare quella porta, e aspettare che Andrea potesse rientrare da un momento all'altro. E ogni volta che uno racconta la propria storia è sempre un coltello che rigira nella piaga. Ma io continuo la mia battaglia. E vorrei riuscire a fare qualcosa di più. Insieme ad altri. Per far finire questa guerra.

Graziella è, come Gloria, una donna che soffre e s'offre. Giusto un apostrofo, un piccolo segno di differenza, un pulviscolo. Un apostrofo che è come sostare su una soglia. Offrirsi è rendersi disponibile. Disponibile alla sofferenza. Consegnarsi all'imprevisto. Un respiro di consegna, ma non di resa. Anzi. E' sporgersi fermamente, saldamente, e orgogliosamente, nel vuoto, aggettando con tutto il proprio profilo e il proprio peso. Consegnarsi all'imprevisto di un dolore che può ricorrere. Alla ricorrenza di un ricordo. Ripercorrere, ogni volta, ancora, gli stessi passi. Gli stessi tracciati della memoria. Una memoria che ogni volta rinnova il dolore, e pure, nello stesso movimento, rinnova la vita. Quella traccia di vita che è restata. Rimasta attaccata alle mani, stretta nel pugno. Un pugno che non si vuole disserrare, ma che tiene stretto il nome del proprio figlio, del proprio parto, del proprio grembo. La sua anima. Quel figlio che adesso è vivo, pur nella sua irredimibile morte, e lo è esattamente in questo interminato offrirsi che significa, ancora, e sempre, soffrirsi.

 


postato da alderano 22:16 commenti (4) 
 


domenica, 14 ottobre 2007

 

 Società e partiti.


Immagino che molti di quelli che passano da questa stanza non saranno interessati alle vicende che vado raccontando in questi giorni. Ma il thread, adesso, va seguito. Ché il linguaggio, i metodi, le questioni poste in questo buco di culo di un diavolo da quattro soldi che è Massa valgono come tornasole di un andamento più generale. Come nella reazione dell'attivo comunale di Rifondazione all'assemblea autoconvocata: è sbagliato, hanno detto, contrapporre società civile e partiti. Se dunque dei soggetti reali, con nome e cognome, si riuniscono in assemblea senza passare dai partiti, o senza quantomeno avvertirli e chiederne il permesso, questo significa contrapposizione, e non è “comunista”. Ecco, questo è il livello generale. Se i miei dubbi sull'assemblea venivano da sinistra (mettevo in guardia contro le derive politiciste)... queste sono critiche decisamente di destra.


postato da alderano 22:24 commenti (4) 
 


mercoledì, 10 ottobre 2007

 

Che cos'è la Sinistra? - pt. 2: Sinistra o sinistra?

Ho fatto girare nelle mailing list della sinistra massese la mia lettera aperta. Mi è arrivata la risposta di Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea. Pubblico il suo intervento, e la mia risposta.

Le considerazioni di Marco Rovelli sono talmente centrali che penso non possano restare senza una risposta. Anch'io ritengo che molte delle categorie con cui abbiamo interpretato e interpretiamo i fenomeni della contemporaneità siano ormai lise; penso anch'io che lo stesso lessico che utilizziamo per definirle sia molto frammentario. Viviamo una fase nuovissima dove la ricchezza finanziaria è 10 volte la ricchezza reale, dove i consumatori hanno superato ampiamente la disponibilità delle risorse e dove l'inflazione non è ancora esplosa solo perché le dimensioni planetarie del mercato del lavoro consentono di abbattare gli altri costi. Di questo vorrei parlare a lungo, perché sono convinto che ormai nessun fenomeno è più solo locale e i fenomeni planetari, a loro volta, dipendono da mille specificità locali. Sono però convinto a differenza di Rovelli che il termine sinistra sia uno di quelli da cui ripartire, perché mi sembra uno dei pochi che contenga in sé nuove forme di partecipazione, la ricerca di una formula di convivenza che vada oltre il mero sviluppismo, che rifiuti il grande vizio dell'indiviualismo. La sinistra può battersi per restituire centralità al lavoro rispetto alla rendita, per pensare forme di democrazia reale nell'utilizzo delle risorse, per concepire una dimensione collettiva dei processi socio-economici. Anche di questo vorrei parlare a lungo, perché penso che discutere a partire da un patrimonio condiviso e dalla costruzione di un progetto sia un esercizio estremamente fertile. Confesso che rispetto a questo, alla grande tensione ideale che lo stesso intervento di Rovelli contiene, la questione della deficienza della classe dirigente è ben poca cosa. Il solo atto da porre in essere rispetto ad essa è provare con coerenza e coraggio a cambiarla, e per questo occorre un impegno vero che parta della stanchezza e dallo sconforto di un'intera comunità. Scusami Marco, ma non mi basta coltivare un prezioso e affascinante isolamento; spero che questo territorio possa almeno provare a darsi una prospettiva migliore e per farlo deve essere valorizzato in modo profondamete diverso. Le primarie, a mio parere, non sono il terreno di mediazione con chi sostiene meri equilibri di potere, sono al contrario il tentativo di portare di nuovo tanti soggetti a misurarsi con le loro aspirazioni. A partire naturalmente non da un neutro governo delle cose, ma da una visione condivisa e vissuta di società, in sintesi da un'appartenenza che non sia certo un recinto ma abbia mille finestre aperte e un'instancabile voglia di contaminazioni. Spero, di cuore, che in questa battaglia uomini come Marco Rovelli ci siano. alessandro volpi.

Caro Alessandro,
ti ringrazio di essere intervenuto a seguito delle mie osservazioni.
Tu individui alcune coordinate che, intramate, darebbero vita alla figura "sinistra": partecipazione, con-vivenza (solidale) vs. sviluppismo e vs. individualismo, lavoro vs. rendita, democrazia reale (vs. democrazia formale, è da presumersi).
Su questo possiamo tranquillamente convenire. I tratti di una sinistra entro l'orizzonte del capitalismo, quelli storici: e se è vero che stiamo ancora dentro la modernità (quella i cui elementi fondamentali sono stati tracciati da Marx nel Manifesto - e il richiamo, qui, non è talmudico, ma sostanziale), allora ha ancora pienamente senso richiamarsi alla categoria di "sinistra". Ma il punto è: quale sinistra? Che cos'è la sinistra, oggi? Forse la questione è solo di un'iniziale: una esse maiuscola contro una esse minuscola. Una "Sinistra" (politicista, che si identifica e si appiattisce sul palazzo, che tende a farsi casta) contro una "sinistra" (sociale, articolata: in questo senso andava il mio richiamo/rimpianto al Social Forum, a quella straordinaria opportunità gettata al vento). Ora, ciò che ponevo in questione era un metodo. Il metodo che deve seguire un insieme di persone che vogliono costruire una - come tu dici - "visione condivisa e vissuta di società". Vivere, ovvero fare. Io credo che il fare preceda l'essere (ancora, richiamo non talmudico, lo giuro...). Ma se ancora non abbiamo costruito un progetto, se ancora non abbiamo un orizzonte condiviso - se dunque non c'è ancora alcuna soggettività politica (politica in senso ampio, dico) forte (ed è forte solo se nasce da pratiche condivise e vissute) - ha senso porre già la questione delle primarie? Quando dall'altra parte l'interlocutore (perché tale sarebbe, evidentemente) ha invece una soggettività politica ben salda, chiara, riconosciuta? Che potrebbe succedere, se non che le primarie diventerebbero proprio quel "terreno di mediazione" che tu dici che non devono essere? Poniamo il caso, fai una serie di assemblee, magari elabori un programma, poi nell'imminenza delle elezioni sarà pur sempre con quei partiti che dovrai trattare. E ho memoria di un tavolo programmatico, in questa provincia, ciò che avrei preferito non aver fatto. Il personale politico è sempre quello, e loro una base sociale ce l'hanno: una base clientelare, affaristica e quant'altro...ma ce l'hanno. E se tu che ti poni come controparte non sei espressione di un movimento reale di persone, che parte dalle cose (da pratiche condivise, appunto), che si aggrega intorno a delle cose, non ritengo possibile che potrai ottenere alcunché.
(Espressione di un movimento reale di persone: di pratiche. Ripartire dalle inchieste. Dalla messa in circolazione di saperi - di cose dette a mezza voce, e insieme di analisi complesse - che possano ricreare una grammatica nuova della politica, un discorso comune che ci permetta di avere davvero un'Idea della Città. Ricostruire un reticolo di saperi che indaghi sulla devastazione della città, che enuncino i poteri forti, che facciano nomi e cognomi. E che siano fatte circolare, queste cose. E allora, ripartire da assemblee pubbliche disseminate sul territorio, da una partecipazione davvero vissuta, che connetta istanze, questioni, desideri... Iniziare da qui. E poi, in base a quest'inizio, porsi degli obiettivi)

Tu dici che le primarie non devono essere il terreno di mediazione ma un tentativo "altro". Se fosse questo, perchè opporsi? Si potrebbe davvero tentare l'avventura, anche i cani sciolti e i libertari e gli sfiduciati potrebbero mettersi in gioco. Ma l'esperienza mi insegna che accettare le regole del gioco dell'avversario ti mette già in condizione di subire. E poi penso: perché, in questo territorio, queste iniziative nascono solo in vista delle elezioni? Quando sui giornali e nei circoli esoterici della politica cominciano già a farsi i nomi dei papabili sindaci? Perché, al di fuori di queste scadenze, tutto tace? Non trovo altra risposta se non questa: l'orizzonte di un agire politico, in questo territorio, è del tutto conforme ai luoghi della politique politicienne. Quando invece, per come la vedo io, finché le cose non smetteranno di ruotare intorno al Palazzo, finché non ci sarà insomma quantomeno una rivoluzione copernicana (non dico che il Palazzo debba scomparire, non pretendo tanto), la grammatica della politica continuerà a essere la stessa. Quella di una lingua non mia. Dopodiché, certo, preferirei un sindaco che sappia anche parlare anche la mia lingua, e magari fluentemente, piuttosto che uno che non accetta neppure l'idea che possano esistere altre lingue... E magari il sindaco poliglotta potrei pure sostenerlo - ma non è questo il punto, se all'indomani delle elezioni non vogliamo ricadere nella medesima situazione strutturale. Ma forse, davvero, si tratta solo di prendere atto proprio di questo, che l'orizzonte politico in questo territorio è tutto conforme ai luoghi della politique politicienne.
Non coltivo l'isolamento come virtù a priori, mi sono speso per anni attraversando tanti e differenti territori della politica, da quella istituzionale a quella di movimento, dal (la politica del) volontariato a una politica "nomadica", delle differenze. E credimi, non sono qui a sparare a zero sull'iniziativa. Spero anzi che dissipi i miei dubbi e produca qualcosa di buono. Alla faccia della mia sfiducia.
Salud y libertad,
Marco


postato da alderano 13:43 commenti (5) 
 


sabato, 06 ottobre 2007

 

Sinistra? Che significa Sinistra?

Assemblea autoconvocata: Pensare alla Città da Cittadini. Una Politica di Sinistra per Massa. La sala del teatrino era piena, e questo era segno che quanto sta accadendo coinvolge fino in fondo coloro che si sentono "di sinistra". A prescindere da ciò che questa espressione voglia dire. Ma forse sta proprio qui il problema.

Io, per me, sono uscito deluso da quest'assemblea. Con la solita impressione che ho avuto troppe, troppe volte nel corso dei molti anni in cui ho fatto politica - in cui l'ho fatta, ad essere più precisi, nelle forme più tradizionali. Sono uscito con l'impressione di un nulla di fatto. Di un'impasse. Ho avuto l'impressione che si usasse un vocabolario vecchio, e che si fosse mossi troppo dalla voglia di un'appartenenza pur che sia. Ho avuto l'impressione che ci si rifugiasse sotto gli ombrelli conosciuti e rassicuranti quando un mondo sta crollando. Ho avuto l'impressione che, dato il bisogno di radicalità che dovrebbe essere il presupposto quasi scontato del nostro esser lì, non si capisse però che cosa stava dicendo chi affermava che forse quella parola - "sinistra" - era superflua nei manifesti di convocazione. Gente che non chiedeva certo di "annacquare" alcunché. Ma che se mai era a chiedere più radicalità. Qualcuno si chiederà in che senso si può essere più radicali facendo a meno della parola "sinistra". Voglio fare un passo indietro. A quattro, cinque anni fa.

La "sinistra" non è uno scudetto da mettersi sul petto. Se è vero che la sinistra è un prodotto politico della modernità che, come tutti i fenomeni storici, si identifica con le sue forme, con le sue modalità concrete, che nulla di diverso è da queste, allora non si tratta di definirsi, ma di innescare pratiche sociali in relazione alle quali, dopo e solo dopo, prender forma. Si tratta, come è stato detto, di avere un'Idea di città. Di un'Idea del con-vivere, di un'Idea della Città. Ciò di cui non è provvisto chi guarda al suo particolare, agli interessi singoli, quelli dei ceti, delle lobby, dei rentiers, delle caste.

Questa era l'Idea del Social Forum. Che si caratterizzava nettamente, da un punto di vista globale, proprio per questa capacità di essere radicale a partire dalle pratiche. Ma io vorrei chiedere a quelli che oggi convengono a queste nuove assemblee: dov'eravate quando, per almeno tre anni, abbiamo tentato di costruire un percorso condiviso in questo senso? Perchè non avete partecipato e dato forza a quella straordinaria opportunità che abbiamo avuto allora? Perchè l'avete lasciata morire? Perchè avete lasciato che, grazie all'assenza di partecipazione, quell'esperienza morisse in virtù dei troppi veti incrociati di forze politiche e associative come al solito tese a egemonizzare qualcosa che per natura recalcitra a ogni egemonizzazione?

Ma non voglio piangere sul passato. Guardiamo al presente. E allora torno a chiedermi: che cosa significa, davvero, insistere sul dirsi anzitutto di Sinistra? E' una domanda che faccio, che mi faccio. E a cui azzardo una risposta. Ché nell'introduzione - e a ciò sono rimasto basito - è stato detto subito chiaramente qual'è il punto: le primarie. L'appartenenza all'Unione. Spostare gli equilibri interni alla "casta". Ecco perchè la necessità di chiamare in causa fin da subito (già da sempre, direbbe qualcuno) la nozione di Sinistra. Chiamare in causa una forma vuota da riempire di pratiche solo successivamente. E non il contrario, come sarebbe stato necessario: ché così è nei movimenti più significativi che si danno oggi (noTav, noDalMolin,Scanzano, ecc). Una rimessa in gioco della partecipazione, della socialità, "dal basso" (e allora, io credo, non è stato giusto rinunciare a questo "basso" a favore della nozione generica, e ambigua, di "Cittadini", che riporta le cose su un piano di astrattezza, strappandole dal piano delle pratiche).

Ma allora, se è questo, a me il gioco non interessa. Non ho nulla a che spartire con la casta e con le sue regole. Partire così significa accettare il gioco da essa imposto, riconoscerne la legittimità. Io non ci sto. Qui si tratta di rovesciarla, la casta. Qui si tratta di essere altri da loro, mettere in atto delle pratiche politiche che, da fuori il Palazzo, e non da dentro, mutino radicalmente la situazione. Costruire uno spazio altro.

Qui, ripeto, sta crollando un mondo, e noi vorremmo continuare a baloccarci con l'appartenenza prima di tutto. Se un comico mediocre come Grillo ha questa popolarità è perchè intercetta dei sentimenti diffusi. E gli offre una griglia interpretativa semplice semplice: il Palazzo cattivo e la società civile buona. Ora, io al Palazzo cattivo ci credo abbastanza. E' alla società civile buona che non credo, e a una società civile tout court, non attraversata da conflitti, che in questa dicotomia vengono occultati. (La misura di rendere ineleggibile chiunque abbia subito una condanna - e non solo chi l'abbia subita per reati contro il patrimonio, come sarebbe giusto - è da intendersi proprio così). Resta però che Grillo smuove così tanto perchè offre una prospettiva, un orizzonte altro. Che costruisce uno spazio altro. Ma noi, con questo semplice richiamo alla Sinistra (ovvero: con la necessità delle primarie da subito invocata, ciò che svela la vera natura di questo richiamo), che cosa offriamo? Non ci rendiamo conto che restiamo intrappolati entro lo stesso paradigma, che è precisamente ciò di cui nel Paese ci si vuole sbarazzare? Non ci rendiamo conto che è dalle pratiche che occorre partire? Da quelle pratiche che faticosamente i social forum tentavano di mettere in atto?

Insomma. Se lo scopo primario di questa "assemblea" è quello di relazionarsi con la classe politica, accettandone le regole, restando dentro un recinto da politique politicienne - se si sceglie un percorso "politicista", istituzionale - allora la cosa non mi interessa, e credo che saranno molti quelli a disinteressarsi della cosa: e in primo luogo, proprio quei cittadini che stanno "là fuori", e che "là fuori"' resteranno. Tutto si risolverà, nella migliore delle ipotesi, nell'immissione di un nuovo personale politico nelle fila del vecchio, ma il discorso politico non ne verrà scalfito. Se invece quest'assemblea sceglierà il fuori, sceglierà di partire dal sociale, nel sociale, se sceglierà di costruire un altro spazio, cercando di ricostruire un discorso pubblico condiviso, mettendo in circolazione saperi e pratiche, e solo dopo, come conseguenza naturale, ne nascerà una capacità di scuotere la classe politica, questa classe politica fatta di politicanti ladri puttanieri e analfabeti - allora, e solo allora, quest'assemblea avrà un senso davvero nuovo, e non si limiterà a ripercorrere il già visto, il già sentito, e il già fallito.


postato da alderano 11:52 commenti (3) 
 


venerdì, 05 ottobre 2007

 

Vite bianche

Ho fatto una lista di persone, di eventi, di luoghi. Come a dipanare un filo nero che mostri la figura sinistra della morte-di-lavoro. Si tratta di ascoltare i testimoni. Comprendere i motivi delle morti-di-lavoro – “motivi”, come i motivi di un tessuto che intrecciandosi formano una trama, e una figura - significa anzitutto ascoltare le storie “normali” dei sopravissuti, dei “testimoni”. Testimoni di un’assenza, di un vuoto.

Testimoni di un’assenza sono, prima degli altri, i familiari. Che più di ogni altro si trovano a dover maneggiare questo vuoto – e non trovano appigli. A loro tocca di ricostruire una rete familiare, e spesso il buco non sarà mai possibile ricucirlo. E intorno al loro dolore, se vorranno, a partire dall’insostenibilità di quel dolore, ricostruiranno la forma di una vita cancellata.

Testimoni, poi, sono i colleghi di lavoro, che hanno attraversato, e spesso ancora attraversano, il luogo di lavoro dove è morto un compagno. E solo grazie a loro, che conoscono il lavoro con le mani, sulla pelle, nella carne – sarà possibile trovare i nomi giusti per le cose.

E poi ci sono sindacalisti, medici del lavoro, e tutti quelli che da tempo si ostinano a rifiutare il fatto dell'ineluttabilità delle "morti bianche". Grazie a loro sarà possibile: raccontare  il reticolo sociale che “produce” la morte bianca. Comprendere la verità delle forme di vita, al di là del lavoro, oltre il lavoro. Capire insomma qual è la relazione tra l’essere lavoratore e l’essere “umano”, in questo nostro mondo “post” (postmoderno, postfordista, postideologico...). La domanda delle domande, allora, sarà questa: una morte bianca sarà forse radicata in una vita bianca?


postato da alderano 17:07 commenti (4) 
 


ARCHIVIO
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003

 


LINK
- - MARCOROVELLI & SBANDATI - il Myspace musicale
- - SBANDATI - IL MIO BLOG MUSICALE
- corpo esposto - il libro di poesie
- Lager Italiani - il blog del libro
- Sacrifici: il lavoro su Bataille -
- una vita - il mio spettacolo di canti popolari
Il blog acceso di Tereso
il blog antirazzista di Sherif
il blog bandito di LoSca
il blog cantautorale di Alessio Lega
Il blog critico della Lipperini
Il blog curante di Pistorius
Il blog dialogico di Minimokarma
Il blog filosofia di Azioneparallela
Il blog grouchomarxista di Pralina
Il blog intensivo di Emilio Millepiani
Il blog interrogante di sestoempirico
Il blog libero di Stampa Alternativa
il blog libertario di Sahishin
Il blog montaggio di Franz Krauspenhaar
il blog musicale di Luca Barachetti
Il blog narrante di Nazione Indiana
il blog poetico di Francesco Marotta
Il blog pre.ludico di Aitan
il blog presepe di Nicolò La Rocca
il blog ristoro di Daniele Greco
Il blog sovraesposto di Georgiamada
il blog vinoso di Stefano Calosso
Il bollettino di Giulio Mozzi
Il giornale di letteratura di Giuseppe Genna
Il giornale immaginario di Valerio Evangelisti
il sito Primo Amore
Il sito su Horst Fantazzini
Indymedia
la mia "voce" su wikipedia

 


COUNTER
visitato *loading* volte