del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


giovedì, 27 settembre 2007

 

Le meravigliose visioni di Gianluca Sbrana.

Appena esposto lo scritto qui sotto, dove si mescolano furiosamente le danze dei visionari della storia (quelli che provano, perpetuamente, la meraviglia) - in meravigliosa consonanza mi arriva via mail l'invito alla mostra che sta facendo a Pietrasanta Gianluca Sbrana. Un vecchio amico e artista: pittore, scultore, installatore...insomma, un vero e proprio psico-artista. Meriterebbe davvero di essere conosciuto molto di più di quanto non lo sia. Guardatevi per cominciare la sua produzione più recente, dove i richiami alla pittura toscana trecentesca si mescolano furiosamente con i fumetti e le visioni blakeiane... (qui, sul sito della galleria di Pietrasanta). E poi, date un'occhiata al suo sito. Vi stupirà, lo garantisco.


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martedì, 25 settembre 2007

 

L'ora della danza

La colpa trabocca dal nome e si allarga nella coscienza  - è il corvo di Kafka che sconta la sua nera esistenza - ma un ebreo rinnegato all'apice della mente - danza come un sufi in cerchio sopra un'immensa lente...

E' venuto per tutti, Baruch il rinnegato - lo sbandato - si è gioiosamente crocifisso a una lente - il mondo è un gioioso golgota, e ogni crocifisso danza fino allo sfinimento testimoniando la sua vertigine - tu dirai, come si fa a danzare in croce - gli è che ognuno è tutt'uno con la cosa che ha testimoniato, e che testimonia per lui - così Spinoza danza come un sufi sopra una grande lente del diametro di due metri - Artaud danza su un fungo, aggrappandosi alla cappella, mimetizzandosi nel gambo - la Rina danza sul tetto di una baracca insieme ai suoi gatti inarcando la schiena – Saro-Wiwa danza sospeso sopra un getto di petrolio come un jinn – alHallaj danza nelle sue catene con la lingua esposta – Giordano Bruno danza su un’infinita stola di stelle – Holderlin danza sopra il Partenone – Dolcino danza sulla parete calva del monte - Sante Caserio danza tra i fiori -

(...à suivre...)

 


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giovedì, 20 settembre 2007

 

Bizzaria fonografica -

Nelle sue Note azzurre - ovvero i suoi diari di un trentennio - Carlo Dossi si immagina qualcosa che andrà, dopo di lui, ad accadere. E non mi riferisco al fonografo, già inventato da Edison quando Dossi sta scrivendo questi diari, ma - oltre che al mutamento radicale della vita quotidiana e della percezione - alla commercializzazione della musica che lui sa prefigurare, e soprattutto alla questione, che compare in un rapido ma ahimé premonitore inciso, della proprietà intellettuale, del copyright, di quelle super-caste che sono le società per autori ed editori. La parte finale, l'autoreverse sonico (che potremmo dire, con qualche arditezza, "proto-postmoderno", anche rispetto al radicale cambiamento nella percezione della storia, nella nuova prospettiva data dalla compresenza delle varie epoche, simultaneamente, in un simulacro di eternità), mi ha richiamato quelle sospensioni spazio-temporali proprie di certe atmosfere dickiane (ho appena finito di leggere l'ennesimo libro di Philip Dick: non lo avevo mai letto fino all'inizio di quest'anno, ma sto rapidamente rimediando, con ingordigia). Ecco la fantasia (bizzaria, con una erre) dossiana.

PS A proposito di milanesi: sabato canto tra di loro. Qui.

La musica in scatolette come il tonno e le sardine. Macchina di empire le scatolette. Tanti centimetri quadrati di musica l'una. Descrizione fantastica dell'apparecchio. Un grande orecchio di metallo raccoglie i suoni e li distribuisce per fili fonofori ad altrettante scatolette coperte di una pelle di tamburo sul fondo. Le scatole una volta piene, si suggellano automaticamente. Botteghe di suoni e cataloghi. Le cantate semplici, una lira, 1 concerto 8 o 10, un'opera intera, 20 o 30. Insorgeranno allora per lesa proprietà, i maestri di musica, i cantanti, gli editori. Si darà loro un tanto per cento. Si piglia la scatoletta, la si capovolge, si buca con uno spillo la pelle nel dato posto e le onde sonore cominciano a svolgersi e la sonata o la cantata si fà sentire. Essendo perpetua la possibilità di riempiere le scatole con gli stessi suoni, i nostri figli potranno udire come fu data p. es. l'Aida diretta da Verdi, sentire la voce di Garibaldi ecc. Nei cataloghi si vedranno poi segnati anche i rumori che non sono suoni musicali, p. es. Temporale, 1 lira - Lite fra cane e gatto C.mi 50 - Serraglio ecc. - Saranno poi nel codice preveduti anche i testamenti olofoni - si riudiranno i discorsi dei grandi oratori. Un cantante avrà il gusto di risentire in vecchiaja la propria voce; un vecchio le espressioni d'amore della sua bella di cinquant'anni prima. Si potrà portare in campagna un assortimento di scatolette ed aprirle dove meglio accomoda e più conviene. Sei solo, in un bosco, colla luna; schiudi la scatoletta della casta diva, cantata dalla Pasta ecc. - Altra importantissima applicazione. Nulla va perduto nell'universo. Altri ha già dimostrato come le imagini di tutto ciò che avvenne circolino ancora nello spazio, il quale, essendo senza fine, rende senza fine anche lo sviluppo delle onde delle imagini. Le nostre voci potrebbero formare invisibili strati sugli intonachi de' muri ecc. Ora, prendo un pezzo di una casa - poniamo - romana. Col fono-estrattore ne tolgo, strato per strato e immagazzino in appositi recipienti i suoni che vi aderirono. Naturalmente i primi saranno gli ultimi, e le parole entreranno nel recipiente tutte rovesciate. Ma, rivoltato il recipiente, si raddrizzeranno. E allora si potrà assistere - oh gioja immensa dei latinisti - ai colloqui degli imperatori e degli schiavi romani, udire i comandi de' Faraoni, le canzoni religiose dell'Etruria, le discussioni del Senato Romano, le varie favelle dei barbari ecc.


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venerdì, 14 settembre 2007

 

MANIFESTO (canzone)

 

E quando i cardini

non sorreggono più la storia, e l’io

è un altro, e il Tempo è Ora, spalancato

e osceno, aperto a liquidi e bave, immane –

ecco un incanto si produce:

Un dio che sputa

la sua risata

in faccia a chi s’illude

di avere in pugno il cosmo.

Un dio che sputa

la sua risata

in faccia a chi si chiude

in Sé, in un Dio, in un Mondo.

E’un dio che sputa

la sua risata

in faccia a chi del tempo

fa ruggine nel tempio infame

dove il Soffio è Capitale,

e inonda il mondo

del suo seme di scambio funereo ed infecondo.

E’ la bellezza, Idiota – puro contorno, immenso gioco

Una Rivoluzione Permanente – nessuna orbita, ma solo fuoco.

E’ la bellezza, Idiota - forma, potenza, nobiltà.

Trasformazione Incandescente - d’incomposta eternità.

Lieve, inafferrabile, giocoso dio che sputa

a chi non prende alla lettera il suo Soffio analfabeta.

Non vuole prediche, predicati,

né segni né mercati

né icone escrementizie

né prelati.

E’ un dio dal gesto distruttore,

dalla levità insaputa

di chi sputa

il suo sublime riso

nel viso del sepolcro vivo

che attende un giudizio

imbiancato e non vede

ciò che grida libertà

e per questo creperà con la terra nella bocca

- sotto a chi tocca…

O dio idiota,

che non temi di frantumar certezze,

né di renderci saldi nella tua radice ignota,

rendici eterni, e vuoti,

o dio idiota.

 

Idiota – nulla vuole, tutto lascia essere.

Rivoluzionaria – vuole il tutto, lascia essere il nulla.


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mercoledì, 12 settembre 2007

 

Hai espirato, e tutto

è compiuto, sul dorso specchiato

del cerchio conchiuso

una breccia: è certezza

 

tu sei la notte necessaria

e la notte ulteriore volgersi in forma

nitida, fulgore.

 


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lunedì, 10 settembre 2007

 

Non ci sono morti bianche. E viva fra' Dolcino

E' il titolo delle note che ho pubblicato su Nazione Indiana (le stesse riflessioni del post precedente, ma ampliate). Qui.

E sul blog musicale ho pubblicato un resoconto della memorabile giornata sulle montagne biellesi, nella celebrazione del settecentesimo anniversario della Resistenza di fra' Dolcino e Margherita. Qui.


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lunedì, 03 settembre 2007

 

La distrazione della morte

Dalle mie parti le morti sono davvero bianche: sono le morti in cava (canta il mio amico Davide: "Urla la morte bianca che quattro soldi vale. Mastica il paradiso, in miniera si scende, in cava si sale"). Di tanto in tanto, con una periodicità che oscuramente sentivo scandire il tempo con una certa ineluttabilità, ne sentivo parlare, ne leggevo sui giornali. Ma distrattamente. Sempre distrattamente. Come si fa per una cosa naturale, a cui non c’è modo di opporsi. La morte accade, e fa delle resistenze un grottesco capriccio. Si muore, morire è naturale, ed è naturale dunque pure morire lavorando. Morire nell’adempimento del proprio compito, una scivolata da mettere in conto, una cancellazione sempre possibile, uno sprofondo sempre incombente. La morte per lavoro è un lapsus, una dimenticanza che torna a galla, un’evenienza indesiderata e rimossa che mostra d’un tratto, all’improvviso, la sua prossimità. Un lapsus, una distrazione appunto, così pensa il lettore distratto dei giornali, distratto dai giornali, come ero pure io, uno mette male il piede sopra un’asse e cade giù, o mette mano dove non dovrebbe, nei meccanismi di un’impastatrice, o s’avventura imprudentemente su una tecchia di cava… Ma è solo la distrazione del lettore che produce la distrazione della morte: basta uno sguardo più attento, e ci si accorge che le morti sul lavoro, quasi sempre, non sono frutto di un caso necessario e inevitabile, volontà del destino – ma sono frutto di scelte precise, che hanno nomi e cognomi, anche se questi nomi e cognomi si fanno scudo troppo spesso delle inoppugnabili e incontrovertibili ragioni dell’economia. Ragioni ancor più inoppugnabili e incontrovertibili di quelle accampate dalla morte. E allora può accadere che lo sguardo fattosi più attento si accorga di come la morte sul lavoro sia un lapsus in un senso più profondo: che mostra, con lo schianto di un corpo che precipita, la verità di un sistema tutto intero, che prende, in fine, corpo. Ed è un corpo morto.


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