del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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venerdì, 30 marzo 2007

 

Per Giacomo.

 

Quando ho fatto la prima supplenza nella mia storia scolastica, c’era un ragazzo, nella prima liceo classico, che stava seduto alla destra della cattedra, isolato dagli altri ma non troppo, con capelli lunghi e trasandati, un accenno di barba, e una palandrana di pelle marrone. Ma forse ricordo male, forse sovrappongo il ricordo di tre anni dopo. Fatto sta che questo ragazzo stava accanto alla cattedra, e sembrava svagato, perso nel troppo cielo che manca sempre tra le mura di una classe. Aveva un computer portatile con sé, ci giocava e ascoltava mp3, e lo voleva tenere aperto durante la lezione. Glielo avevo negato, le prime volte, mi pareva di farmi prendere in giro. Ma non c’è modo di catturare uno sguardo smarrito, lo si può fare solo con gli aghi di Arancia meccanica, e non è questo che io ho mai inteso fare dalla cattedra. Allora lui torna alla carica: Prendo appunti, mi dice, Se mi lascia tenere aperto il computer mentre parla giuro che ascolto, dice. Gli do fiducia. Va bene. E Giacomo ascolta. E’ di parola. Filosofia no, quella non era la sua passione. Ma durante le lezioni di storia Giacomo interveniva, chiedeva – era curioso, Giacomo lo storico.

Qualche anno dopo, tornato in quella scuola, ché lui era già fuori, si era iscritto all’università, alla facoltà di storia, un giorno me lo vedo spuntare, Posso assistere a una sua lezione? Stavo parlando dei primi del novecento, credo, non lo ricordo più. Ma ricordo che mi fece piacere questa manifestazione d’affetto, questa chiamata di Giacomo lo storico.

L’ho rivisto un mese fa, a un bar dove mi avevano portato alcuni studenti per un cena troppo a lungo rimandata, dove avevo cantato insieme a Cecilia Perdere l’amore. E lui era lì. Mi disse di sé, giusto un paio di minuti. Una vita da universitario pendolare, le nottate, lo studio.

Poi, una settimana fa, Lorenzo, un suo ex compagno di classe che ora è mio fraterno amico, Lorenzo mi telefona, mi dice che Giacomo è stato investito, alle cinque e mezzo di mattina di ritorno da una discoteca mentre andava alla stazione, ed è morto. Ma chi, Giacomo quello… Scendo nei dettagli per essere proprio sicuro che si tratti di lui, l’ho capito da subito, ma l’incredulità costringe a tener lo sguardo fisso nel vuoto e spalancare gli occhi ai minimi particolari, in uno sforzo estremo del ricordo. Sì, lui.

Io non ero in Apuania, se no sarei andato a salutarlo al funerale, almeno fuori dalla chiesa, almeno al cimitero. Non c’ero, così lo saluto qui.

La Storia è un incubo dal quale voglio uscire, aveva detto Stephen Dedalus. Lui ne è uscito, ma certo quanto meglio sarebbe stato che lui fosse rimasto qui, in quest’incubo, smarrito nel troppo cielo che continua a mancare anche fuori dalle mura della classe.

Continuo a pensare alla tua camminata, a come fumi le sigarette, al tuo interstardirti sul voler chiudere i joint solo a bandiera, al tuo essere juventino convinto, a quando mi arrabbiavo se mi davi dell'interista, alla tua risata, alle cazzate, agli abbracci, a quandi mi hai consolata, a quando al baraonda avevo freddo e mi sono infilata dentro il tuo giubbotto insieme a te e tu mi hai guardata e hai detto "è bello pensare che questo sia affetto e non opportunismo" e giù risate, al fatto che da allora ad ogni abbraccio che ti davo ti precisavo "è affetto eh! non opportunismo!", al fatto che ci trovavamo d'accordo sul fumare solo maria e non il fumo, vino rosso e non bianco, alle discussioni su quanto odiamo le donne, a quando mi prendevi in giro dicendomi che ogni tanto non mi ci consideravi neanche una donna, alle partite da me stravinte a sbarazzina e tu che sgranavi gli occhi e dicevi "con te non ci gioco più!", a quando mi parlavi della clara, a quando sei venuto al mio compleanno coi capelli lisciati dalla piastra e il vestito elegante per prendere in giro carlo, il ragazzo della clara che è sempre tutto in tiro...mentre tu... tu ti vantavi di non lavarti, eri orgoglioso di puzzare, e volevi che la gente ti prendesse così com'eri...ed infatti così era...così ti abbiamo preso.
ripenso all'edizione limitata delle lucky strike che nessuno mi voleva regalare, ma quando l'ho chiesto a te all'inizio hai detto di no e poi me l'hai dato, e ti ho abbracciato, e tu hai preso in giro la lauz perchè dicevi che aveva fatto la faccia contrariata perchè non l'avevi regalato a lei...
ripenso a x-pro o come si scrive, ai discorsi comunisti, alle serate agli scogli, o a casa del tarta, ricordo la sera a marina quando ti eri messo a fare domande alla gente per il puro gusto di metterle in imbarazzo e ci infilavi sempre di mezzo damiano che tra l'altro era lì presente...
non so più cosa dire, ci sono mille altri ricordi che non sono confusi, ricordi di anni fa quando volevi metterti con me, quando, come ha detto la pina, eri una specie di fascista e venivi al fortino con la maglietta della germania....di una cosa sono sicura: sei un testardo, e quando ti impunti non c'è verso. non so che altro dirti, già...voglio solo sperare che ci sia un aldilà dove tu insieme a renzo state, e ci guardate e vi fate delle grasse risate prendendoci per il culo! mi immagino renzo, il vecchio e sorridente renzo semina-coppini, che ti prende a coppinate sul collo, e tu che imprechi e ti sballonzolano i ricci davanti agli occhi, e ti cade la sigaretta. la sigaretta che noi abbiamo firmato per te. fuma, già...dio spero tanto che tu sia, esista da qualche parte. ma non ti voglio reincarnato in chissàchi, ti voglio te stesso, ti voglio il già con tutte le cose  che ho scritto sopra. perchè sei un personaggio. perchè puzzi e perchè sei goffo, perchè sei alto con la carnagione scura, perchè ti tremano le mani, perchè hai naso con la gobba, perchè sei tu. un vecchio marpione con l'abitudine alla sfiga. d'altronde se ti chiamavamo ade un motivo ci sarà, no? ti voglio bene. è stupido dirlo, ma è così. ti stringo forte, e stringo forte tutti perchè si sentono come me. adios amigo, y hasta siempre.”

Giulia (che spero non me ne voglia per questo).


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venerdì, 23 marzo 2007

 

Del sodomita Ratzinger e di altre amenità.

Ratzinger dimentica la caritas, che è accoglienza dell’altro (ama e fa’ ciò che vuoi), in nome dell’assimilazione di ogni alterità, e la sua reductio ad unum: questo è il suo peccato “capitale”. E’ un sodomita - dove Sodoma, nel testo biblico, viene distrutta non certo per concupiscenze anali, ma perché i suoi abitanti vogliono negare la sacra ospitalità allo straniero. Se Ratzinger ha ragione, lui è di certo destinato all’inferno.

Il testo di Sergio Baratto sul Primo Amore usa il linguaggio apocalittico dello scontro rovesciandolo su chi pratica le crociate, e così facendo lo smaschera, mostrandone la portata menzognera: la jihad contro l’Occidente (perché l’Occidente è la distruzione della fede); l’Occidente contro l’Islam (perché l’Islam è barbarie); Ratzinger contro il relativismo (perché i Dico sono la strada lastricata per la distruzione dei fondamenti della società).
Baratto, diciamo così, scomunica gli scomunicatori appropriandosi paradossalmente del loro linguaggio scomunicante.


Del far parola di Dio.


E’ inutile e insensato parlare di Dio, e tantomeno della sua necessità, se prima non si conviene sul suo presupposto. O c’è o non c’è, punto e basta (come si conviene a una tautologia. E in Dio come tautologia - nel senso spinoziano, in fine: la libera necessità dell’essere - sono disposto a credere).


Del coraggio che manca oggi ai cattolici.

Ci sono stati cattolici, negli anni sessanta dell’ottocento, che erano per fare di Roma la capitale italiana, nonostante il Papa (tra l’altro, intendeva pure stabilire il dogma della sacralità del potere temporale della Chiesa - meno male che a far breccia han fatto prima). Ad esempio, un frate domenicano, Prota, presidente della Società emancipatrice del sacerdozio italiano, scriveva nel 1861: “Roma, per necessità morale e politica, esser deve la Capitale della nostra ristaurata Nazione; e gl’interessi della Chiesa cattolica, anziché perdere della loro importanza ed influenza, acquisteranno, allora, immensamente dell’una, e dell’altra. […] QuandoRoma sarà degl’Italiani, la nostra cattolica fede, e la nostra Chiesa, giungeranno all’apogeo di una indefettibile gloria e splendore.”
Ma soprattutto un uomo come Ricasoli, molto devoto, che pure disse: “Vogliamo andare a Roma, non distruggendo, ma edificando; porgendo modo, aprendo la via alla Chiesa di riformare se stessa; dandole quella libertà e quella indipendenza che le siano di mezzo e stimolo a rigenerarsi nella purità del sentimento religioso, nella semplicità dei costumi, nella severità della disciplina, che con tanto onore e decoro del pontificato fecero gloriosi e venerati i primitivi suoi tempi; e infine col franco e leale abbandono di quel potere, affatto contrario al grande concetto tutto spirituale della sua istituzione.” - e agì di conseguenza. E lo stesso Cadorna, l’uomo delle cannonate, si comunicava tutti i giorni. Ci vorrebbe un po’ di quel coraggio, insomma.


Dell’essere e dell’etica.

Tra mercificazione dell’essere e decostruzione del soggetto (ovvero soggetto inappartenente - Nietzsche, ma Nietzsche radicato in Spinoza, il quale già aveva sradicato) c’è un piccolissimo scarto, lieve come un aleph - ovvero un mondo. Una barra spaziatrice, ed è una barra che apre un mondo. Il mondo della libertà dell’etica versus la costrizione della morale. La libertà infinita di un soggetto che si apre alla sua costitutiva apertura versus la chiusura di un soggetto-sostanza. Il Senso che si fa versus un Senso che si dà.


Del discutere sui blog.

Che senso ha mettersi a discettare sui massimi sistemi (la religione, il sacro, il tragico, la finitudine, il linguaggio…) in un thread di un post di un blog? Ci convinceremo mai? C’è qualcosa di più che non l’esposizione dei propri stendardi, dei propri labari, dei propri scudi? Non mettiamo in scena forse (”ci” mettiamo in scena) una battaglia tra oriazi e curiazi, solo senza spargimento di sangue? Certo, questo (l’assenza di sangue) già sarebbe utile - e forse è proprio questo il senso più importante di queste interminabili discussioni telematiche. Ma in termini di conoscenza? Ci accade di cambiare idea, qui? No, né ho mai visto qualcuno a cui sia accaduto. (in termini di arricchimento di conoscenze, se mai, il blog funziona aforisticamente, per stimoli, suggestioni, diversioni, torsioni…) Però accade a volte che ci costringiamo a pensare più a fondo ciò che pensiamo - e anche questo è positivo. Dunque, anche qui siamo di fronte non a un vero dialogo, ma ad un uso funzionale dell’altro come sdoppiamento di sè, uno sparring partner del tutto fittizio.

Non ci convinceremo nel merito. Ma sono le forme della danza che contano.

(resoconto di una discussione su Nazione Indiana)

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giovedì, 22 marzo 2007

 

Reti.

Lunedì sera, a Torino, letture indiane. (Si veda qui). Sarò in ottima compagnia, con Andrea Bajani, Francesco Forlani, Antonio Sparzani, Giorgio Vasta. Ognuno di noi avrà a declinare il proprio nodo semantico della rete. Io dirò della rete dei migranti, quella traccia (parentale, amicale, dei "compaesani") che segna l'itinerario nomadico, il progetto esistenziale di chi si sposta per un'altra vita: un itinerario costellato da altre reti, come le reti che ripescano i corpi dal fondo del mare, o le reti sulle quali chinarsi per raccogliere le olive, o le reti telematiche necessarie per mantenere i contatti. (Poi mi fermerò a Torino qualche giorno, per incontrare dei ragazzi migranti che hanno da raccontarmi reti molto interessanti).
Ma dirò anche, e canterò, la rete degli anarchici. Ché a Torino ci sono dei ragazzi a cui tocca in sorte di far da mostro, loro che recalcitrano al pungolo e dicono sempre di no. Quelli che il buon Pisanu tacciò di essere parte di un'organizzazione verticistica, senza evidentemente sapere come gli anarchici, è la ragione sociale ad imporlo, non vogliano capi, ma agiscano sempre, bene o male che sia, di testa propria. Racconterò come fu proprio questa incomprensione a salvare la vita di Belgrado Pedrini, partigiano anarchico carrarino, lasciato in vita dai fascisti perché questi si ostinavano a voler sapere chi fosse il capo, quando capi Belgrado non ne aveva, e questa ostinazione diede a Belgrado il tempo necessario per fuggire, e mettersi in salvo. In suo onore, e in onore di chi recalcitra al pungolo, intonerò un canto. Entra la corte.

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venerdì, 16 marzo 2007

 

Sottrarsi al potere.

Ero a Rosarno, una decina di giorni fa, capitale della ‘ndrangheta e della raccolta delle arance, dove la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha perfino pagato il condizionatore della chiesa. Ne scriverò, perché quella terra è un punto di snodo decisivo nel mio “viaggio in Italia” attraverso il lavoro clandestino, che finirà in un libro (un po’ il prequel, o il sequel, di Lager Italiani – parlerò anche di questo).

Intanto, riporto un inciso delle cose che mi ha detto Antonino, un liceale che a sfidare quel mondo di paralisi ci prova - la sua testimonianza di un vissuto di fronte a un compagno di classe esponente di una nota cosca mafiosa: “Qua anche vestirsi non alla moda significa lottare, la mafiosità è nei comportamenti. Se una ragazza esce la sera è automaticamente una puttana. Io ho acquisito libertà d’azione quando mi hanno visto parlare amichevolmente con un ragazzo notoriamente di famiglia mafiosa, che è a scuola con me. Lui ha un conflitto interiore, io gli dico, Vattene da qui, hai i soldi, vattene, lui con me ci parla - ma quando è con altre persone si comporta diversamente. Non sono fiducioso – non riesce a uscire dall’arroganza: quando è attaccato reagisce cosciente del proprio potere. Se uno vuole smettere di essere mafioso deve reagire diversamente, anche se è vero che lui non è mai andato a picchiare un nero, anzi li schifa, l’ha pure detto pubblicamente, oppure è intervenuto, a scuola, a far da calmiere nei confronti di persone che picchiavano; a lui basta una parola, ha autorità. C’è gente violentissima, crescono respirando la violenza come una cosa normale, sono feroci – di fronte a una sua parola, chinano la testa. 

Lui ancora è un mafioso: se vuole sottrarsi, deve rinunciare alla sua autorità.”


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sabato, 10 marzo 2007

 

Cantieri.

Leggo che ieri a Roma 37 rumeni si sono barricati dentro un palazzo in costruzione. Sono loro, che lo stanno costruendo, da mesi. Ovviamente, come è normale, in nero. Con tutto quel che comporta. L'edilizia è il settore produttivo che tira di più, in termini di Pil, e uno dei fattori determinanti è questo: lo sfruttamento della mandopera clandestina, senza diritti. Devono essersene accorti anche questi rumeni. Tanto che si sono barricati nel loro palazzo, a reclamare l'assunzione. Non gli bastava il pagamento degli arretrati, a questi. Gli hanno detto che sono diventati "cittadini europei", e loro ci hanno creduto.
E per gli altri, per quelli che cittadini europei non lo sono diventati, e su di loro pende sempre la possibilità di essere rimpatriati? Per loro sarà più difficile. Saranno sempre soggetti all'espulsione, e dunque soggetti allo sfruttamento. Ma il gesto dei 37 rumeni è un gesto che vale anche per loro.

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Sul ponte.

Non è vero che prima ci sono le sponde, e poi i ponti sono gettati a unirle.
E’ il ponte a grantire che le sponde esistono. Senza ponte, come accertarsi che la l’altra sponda non sia orizzonte immaginato, illusione, miraggio? (E non si dà sponda senza un’altra sponda, come non si dà destra senza sinistra).
Solo il ponte – la sua pietra posata a far marchio su una terra vergine – è prova d’esistenza, verifica del vero… Senza il ponte nulla sarebbe reale. Nulla si dà al di fuori dei ponti. Non ci sono sponde, ma solo ponti – il loro meticciato.
Noi tutti, non siamo che ponti. Noi tutti, non siamo se non meticci…

E senza i ponti saremmo muti. Sono i ponti – ma anche le passerelle, e insomma tutto ciò che serve a far guado – a darci le parole. Così, ogni nome è nome di un ponte. E in quel nome non ci sono solo le pietre con le quali il ponte è stato costruito, ma anche – e soprattutto – tutta l’acqua innominabile che è passata sotto di lui – quell’acqua in cui non ci si può bagnare, mai – nemmeno una volta…
Il nome dei ponti, dunque, è fluido (ma anche volatile) – precario – innominabile… fai per dirlo, e lui ha già preso un’altra forma, un altro suono, un altro colore… come aggrapparsi al ponte, allora? Non c’è modo, evidentemente.
Solo occorre stare su quel ponte, nel punto precario del passaggio, nello scorrere di sangui che si mischiano, di nomi che mutano e fanno girare le teste come se l’acqua fosse alcool…

Non ci sono che ponti. E sui ponti è la nostra perpetua erranza. Erranza senza nome, senza appigli, senza stabilità. Erranza-meticciato. Guai a chi lo scorda, e fa muro alla sua precarietà, e s’illude che esistano sponde – opposte...


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domenica, 04 marzo 2007

 

Ieri, a Bologna, manifestazione contro il CPT. Said mi ha chiamato, Vieni? Purtroppo no, avevamo già fissato tempo fa un incontro all'Ateneo Libertario di Milano. Diciamo che è stata un evento decentrato, ma a risuonare è stata la stessa voce. Oggi Valerio Evangelisti, su Carmilla, dice la sua sulla  manifestazione e pubblica la recensione a Lager Italiani che aveva scritto per il manifesto e che era rimasta fino ad ora impubblicata. La copioincollo qui di seguito. (E intanto rifletto sulle illustre recensioni - Revelli, Vattimo, Evangelisti - che sono fioccate a ben nove mesi di distanza dall'uscita del libro: un parto...)

I lager di casa nostra

di Valerio Evangelisti

Si stanno moltiplicando i reportages che hanno il sapore e il valore di un’opera letteraria. Non c’è nulla di nuovo, in questo, e stupisce lo scandalo di alcuni, timorosi di improbabili contaminazioni. Sono due secoli e passa che scrittori di primo piano si mescolano a eventi del loro tempo e, accanto alla pura narrativa, forniscono resoconti di esperienze, di viaggi, di imprese politico-militari, di esplorazioni dei lati meno vistosi del loro presente.
Semmai, la novità è che alcune opere recenti manifestano un forte impegno sociale. Forse è questo che stupisce, in un’epoca che vorrebbe messa al bando la scelta politica netta e gli interrogativi troppo profondi. Ciò che era lecito a Friedrich Engels, a Jack London, a George Orwell (immergersi negli inferni di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, cogliere dal vivo la vita dolorosa di operai, minatori, emarginati), non lo sarebbe per giovani scrittori italiani odierni, che attenterebbero alla purezza dell’ “oggetto letterario”.
Tutte sciocchezze, è chiaro. Il rimprovero che sottostà alla condanna è semplicemente quello di coltivare la visione di una società stratificata, con dominanti e dominati, in un momento in cui l’asettico termine di “imprenditori” ha sostituito il desueto “padroni”, e in cui i “proletari” di un tempo sono divenuti “impiegati”, “collaboratori” o quant’altro. Una “sinistra moderna”, in equilibrio con una destra sempre uguale a se stessa ma che per misteriose ragioni appare nuova, ha fatto da battistrada a innovazioni lessicali capaci di spegnere ab origine ogni possibile conflitto troppo acuto. Dato il quadro, un autore che scoperchi la pentola e mostri la sussistenza di un “sistema” tanto potente quanto criminale non può che riuscire sgradito.
E’ il caso di Marco Rovelli, autore di Lager italiani. La provocazione è presente fin dal titolo. In un paese in cui, ufficialmente, si seguita a negare una memoria appesantita da lager per etiopi e slavi, da stragi di massa, da eccidi anche recenti (in Iraq, per esempio), e nel quale gli unici lager ammissibili storicamente sono quelli nazisti, parlare di campi di concentramento italiani contemporanei non può che destare scandalo.
Eppure Rovelli ce lo dimostra. Al centro del suo lavoro sono i CPT: i Centri di permanenza temporanea che l’Italia, non unica in Europa, ha allestito per detenervi chi giunga clandestinamente ai suoi confini. Un’invenzione del penultimo centrosinistra, che il centrodestra ha appena un po’ aggravato facendo dell’ingresso nel nostro paese una sorta di reato, da debellare con la massima durezza.
Rovelli è andato a interrogare i reclusi o ex reclusi dei CPT, raccogliendone le storie individuali. Siamo abituati a considerarli una massa unica, guidata da magnifiche sorti e progressive – la società multietnica a venire – oppure spinti da un torbido progetto di invasione. Nessuna delle due visioni è quella vera. Se interpellati uno a uno, coloro che abbiamo recluso in carceri assurde, inumane, narrano storie individuali diversissime, travagliate, in cui la costante è il dolore. Sfuggiti agli inferni voluti dalla macroeconomia – o, non è raro, dal desiderio assai comprensibile di “conoscere il mondo” – si trovano incarcerati senza avere commesso alcun crimine riconosciuto come tale.
Vengono ingabbiati, umiliati, costretti a promiscuità non volute (non solo tra sessi, ma anche tra etnie), sottoposti a oltraggi sessuali. Per quanto non sia un giudizio generalizzabile, oggi polizia, carabinieri e agenti di custodia, in larga percentuale, non sono diversi da quelli di Bolzaneto. Ci sono le eccezioni, certo, e nel libro risaltano. Ma risalta anche la tendenza, diffusa nell’assieme della società, a considerare il perdente colpevole delle sue miserie, con licenza di infierire su di lui ai massimi gradi di crudeltà.
Le vittime sono magrebini, slavi, sudamericani, asiatici. Provengono da parti del mondo costrette, in condizioni di miseria estrema, ad adottare l’ultraliberismo proposto dal Fondo Monetario Internazionale e a ridurre al minimo i servizi sociali. Così l’economia si risolleverà, così si ridurrà il peso (inestinguibile) del debito. Poco importano i destini individuali di chi è travolto dal meccanismo. Cercherà di sfuggire alla sua sorte. Si ritroverà in una gabbia italiana in cui i secondini le sbavano addosso, se è donna, o lo picchiano al minimo pretesto, se è uomo.
Il libro di Marco Rovelli – sia reportage o romanzo, chissenefrega – denuncia un’ingiustizia ai limiti del tollerabile. Regole economiche pazzesche, coltivate sbirciando continuamente l’andamento dei titoli di borsa, producono ondate migratorie. Quelle stesse ondate, quando si credevano in salvo su coste “democratiche”, si ritrovano fra le sbarre, a sperimentare le poche sofferenze non patite fino a quel momento. Per sopravvivere, a parte lo sfruttamento, una sola soluzione: l’illegalità. Ciò garantisce nuove sbarre, prima o poi.
Va notata l’evoluzione, in questo senso, di una componente del centrodestra: la Lega Nord. Prima ce l’aveva con i meridionali italiani. Poi passa ai magrebini. Successivamente ai neri in generale. Ed ecco che arrivano gli slavi: biondi, altissimi. Non rientrano nello schema. Allora diciamo che una parte minoritaria di loro sono musulmani. La guerra è contro l’Islam...
A parte la schizofrenia costante della Lega Nord, tutto il centrodestra, incluse le ali che si autodefiniscono “liberali”, sul tema dell’immigrazione e dei CPT è compattamente fascista. Peccato che i CPT siano creazione del centrosinistra, come Rovelli spiega bene, in appendice, nelle sue “Note deperibili”…
Ho idea che la radice del male risieda nella parola “centro”. Nucleo di moralisti capaci di sbattere poveri diavoli in un lager, nel nome di una presunta sicurezza sociale, e lasciare che fascisti dichiarati gestiscano il seguito. Pare inevitabile portarsi addosso questi figuri. Fortuna che un Marco Rovelli ci fa avere, per un attimo, qualche brivido circa gli esiti della manovra.


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venerdì, 02 marzo 2007

 

Su L'espresso è uscita questa recensione di Gianni Vattimo a Lager Italiani. Devo dire che in effetti, prima dell'uscita del libro, mi sarei atteso almeno una querela. Che non sia arrivata, a mio parere, non fa che dimostrare l'impunità di cui alcuni apparati statali si sentono portatori.

Il silenzio della vergogna
di Gianni Vattimo

Quelli che fra noi temono, con qualche buona ragione, che a forza di schierare truppe “di pace” accanto agli americani invasori in varie parti del mondo finiremo per divenire bersaglio di terroristi interni ed esterni, dovrebbero riflettere che queste deprecabili probabilità possono avere anche altre ragioni, meno direttamente legate alla politica atlantica. Il libro di Marco Rovelli dedicato alla presentazione di una sorta di mappa dei Centri di permanenza temporanea italiani (Cpt), con una serie toccante di racconti personali di coloro che vi sono stati o vi sono ancora reclusi, e di cui “L’espresso” si è occupato in una serie di celebri inchieste, è uno spaventoso documento di come un Paese democratico, liberale, persino overnato, anche, dalla sinistra, prepara al proprio interno le condizioni capaci di determinare ondate di indisciplina sociale di portata devastante. Ciò che stupisce ancora di più che i raccapriccianti documenti umani raccolti nel libro è il silenzio con il quale l’opinione pubblica lo ha finora accolto. Possibile che Rovelli non sia riuscito suscitare nemmeno una querela con facoltà di prova? Possibile che l’indifferenza pubblica e istituzionale a questi racconti non si sia finora smossa? Altro che cortei contro la base di Vicenza, qui siamo alla storia della colonna infame e alle basi stesse dello Stato di diritto. Ammesso che sappiamo ancora che cosa significa.


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Brindisi.

Alla carrarina - dedicato ai nuovi nati e ai nascituri. Si leva il bicierin in alto, lo si fa digradare verso terra, poi lo si porta a sinistra e infine a destra: un segno della croce, insomma, e l'importante è che l'occhio non perda mai di vista il vino. Si salmodia nel gesto apotropaico: "chiar al'è chiar - muscirin an'in'en - te'n te vò - te nemmanco - al'beve me" (più o meno). Va da sé che si pronuncia l'ultimo verso levando il bicierin alla bocca per assimilare il Verbo.


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