del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


domenica, 24 dicembre 2006

 

La meraviglia.
a lei, che sa

Qui è rimasta la forma del tuo seno. Il tuo seno perfetto. Alto, della forma esatta della mia mano. L'aureola grande, a raccolta. Il centro di irradiazione che indica altrove. Il tuo seno, mosaico di luce scomposta, la mia lingua lo sa parlare, del tuo seno la mia lingua conosce ogni giunzione e percorso, la mia lingua ha perlustrato ogni senso del tuo seno.
Di sensi il tuo seno è pieno.
E il gesto con cui mi offri il seno da baciare. Deponendo ogni pudore mi riveli l'inizio. Il mio. E nel tuo seno scompaio. Assorbito nella perfezione di una forma che conosce la gravità della terra, che la sfida e la vince. Il tuo capezzolo sfrontato è un gesto di verità. Fa segno alla verità di un luogo assoluto, un luogo dove ogni spazio è condensato, e prima di ogni spazio è condensato il tempo: in quel picciolo ruvido è il senso pieno, come pieno è il tuo seno.
So a memoria la pelle indurita e corrugata del tuo capezzolo, i piccoli solchi che stanno come scrittura del suono primordiale, l'OM che mi fa venir meno. Ecco un altro senso, dunque, il senso dell'OM tatuato sul tuo piede, l'OM che si traccia sulla terra come orma, e che di ogni tuo passo fa un suono dell'inizio. Ondeggi, oscilli, e nella tua andatura è presa ogni rifrazione, prodotta ogni resistenza. Il tuo passo è il tuo seno in movimento. La stessa grazia, la stessa potenza, la stessa pienezza. Lo stesso Sì tracciato sulla terra, a ogni passo ne prendi possesso, le imprimi sopra il tuo nome, il tuo OM, il tuo Sì. Al ritmo del tuo culo, che è spirito.
Il tuo seno, il tuo passo, il tuo culo. Trinità che si raccoglie nel tuo volto: è il tuo volto che esprime il tuo nome, il tuo volto è nome puro senza nome. Sul tuo volto è raccolta ogni perfezione.
E poi, più in fondo del fondo, il tuo sesso, la tua fica, che non si può dire.

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venerdì, 22 dicembre 2006

 

Sul bollettino Nandropausa, Wu Ming 2 ha scritto una bella recensione di Lager Italiani. Eccola.

La prima cosa che mi ha colpito, leggendo Lager Italiani, è stata la qualità della scrittura.
Avevo notato il titolo in libreria, ma vista la collana, pensavo a un'inchiesta giornalistica sui Centri di Permanenza Temporanea: testimonianze dirette, approfondimenti, schede. Un genere di informazioni che, con una certa supponenza, ero convinto di avere, o di potermi procurare in abbondanza con l'aiuto di Mr Google.
Giorni dopo trovo il tempo di sfogliare e all'improvviso inciampo su volti, storie, voci, passioni. Una raccolta viva, dove il bisogno di raccontare, e la capacità di farlo, prendono il sopravvento sulla cronaca, l'indagine, la denuncia. Vicende che attraversano i CPT, ma senza dimenticare il prima e il dopo, sempre in bilico tra il germogliare di una speranza e l'incombere dell'assurdo.
Assurdità: è forse questa la parola chiave del lavoro di Marco Rovelli, la seconda sorpresa che mi ha riservato.
Chi conosce lo scandalo dei CPT, anche di sfuggita, tende a concentrarsi sui maltrattamenti, le violenze, l'aspetto carcerario delle strutture. Lager italiani, appunto. Quello che spesso sfugge, ma che non ha meno importanza, è invece l'assurdità del contorno, l'arbitrio sistematico di una legge di fatto inapplicabile, iniqua, incapace - pur nella sua mostruosità - di accordare a tutti lo stesso trattamento. Trascorrere in gabbia due mesi o cinque giorni, essere rimpatriati a forza o lasciati liberi sul ciglio di una strada, poter parlare con la propria famiglia o non avere diritto a una telefonata, essere in regola o clandestini: è il caso a decidere, il tiramento di culo, la lista d'attesa di un aereo, una frase di troppo. A ben guardare, un aspetto comune a molti ambiti della biopolitica italiana (basti pensare alle leggi sulle droghe).
Lager Italiani
ha dunque il merito di presentare la barbarie in modo inequivocabile, ma senza lasciarsene inghiottire. Senza diventare contenitore di resoconti, ma raccogliendo la sfida narrativa, per trasformarsi in racconto corale, letteratura civile, incubo che riguarda tutti, e non caso eccezionale, evento scellerato che colpisce una minoranza di poveretti.
Chiudere i CPT è necessario, ma non sufficiente.
Bisogna pretendere un mondo dove la parola clandestino suoni aliena quanto "razza ariana".

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venerdì, 15 dicembre 2006

 

Il peluche di Kornel.


Al secondo piano del casolare di via Malvezza c’è la stanza di Kornel. Un lenzuolo arancione alla parete per occultare quel troppo bianco, e troppo sporco. Uno specchio ai piedi del letto, e nell’angolo opposto una televisione. Stava guardando Il gladiatore. No, non mi disturbi, dice, L’ho già visto tante volte. La moglie resta distesa sul letto, è arrivata dalla Romania solo da tre mesi, ancora non parla italiano. Sta quasi tutto il giorno qui, a vegliare, in questo casolare occupato da rom che da anni occupano campi e casolari bolognesi e regolarmente vengono sgomberati.
Su una panca messa di traverso davanti allo specchio ci sono diversi peluche. Il più grande è un coniglio argentato con le orecchie che gli spuntano da un cappello di circo. Gli fanno corona due o tre orsetti marroni. Sono di mio fratello che sta nell’altra stanza, dice Kornel, Lui è qui con due figli. Ti piacciono? dice, Prendine uno! Ho risposto di no, dentro di me qualcuno ha detto che era brutto togliere una cosa a chi ha così poco. E invece sarebbe stato bello e giusto prenderlo, e non solo perché lo desideravo, ché addirittura ho pensato, se pensare è la parola giusta per il lampo di un’immagine, che un domani avrei avuto piacere a farlo diventare l’orsetto di mio figlio, io che fino ad ora non sono mai stato sfiorato da pensieri paterni, non solo per questo sarebbe stato giusto prenderlo, perché lo desideravo e lo vedevo nel mio futuro, ma anche perché con quel gesto avrei sottratto un pezzo di Kornel a quello stato d’eccezione, lo avrei restituito a una normalità condivisa attraverso un gesto di accettazione e di cannibalismo, portandomi via un po’ di lui, un po’ della sua carne e della sua gioia. Invece ho esitato, e ho mancato.
Mi sono portato via solo le sue parole, e la sua stretta di mano, e il suo accompagnarmi fino alle scale da dove si scende al piano terra, dove gli altri rom stavano a guardare la televisione insieme a Luciu, il boss del casolare, un uomo di un quintale e oltre, con i capelli lunghi tirati all’indietro, maniere spicce, tatuaggi e una maglietta da metallaro.

Kornel, 33 anni, è originario di Kraiova, la città da dove vengono la maggior parte dei romeni bolognesi. In realtà Kornel viene dalla zona di Kraiova, da un paese a una ventina di chilometri dalla città, e ha sempre fatto il bracciante agricolo. Poi, negli anni novanta, con l’agricoltura non si sopravviveva più, i contadini sono stati costretti a vendere gli appezzamenti di terreno che un tempo appartenevano allo stato, e molti sono stati acquistati da agricoltori italiani in attesa delle sovvenzioni che presto cominceranno ad affluire dalla Comunità europea.
Allora Kornel è venuto in Italia, cinque anni fa, e da tre lavora come elettricista, ovviamente in nero essendo lui clandestino, anche se il suo padrone è un bravo ragazzo che gli ha pagato perfino un viaggio in Romania a suo tempo, e che vorrebbe pure metterlo in regola se potesse, ma non può. Lui fa l’elettricista e suo fratello il muratore, ma almeno il fratello ha fatto venire il figlio, Kornel non può permetterselo, suo figlio è in Romania con suo padre, e lui da tre anni non lo vede. I peluche stanno qui nella sua stanza, lui li guarda e pensa al figlio che vede riflesso in quei peluche ai piedi dello specchio.

Adesso quei peluche sono ancora lì, ai piedi dello specchio. Ma non c’è Kornel, e neppure sua moglie. Loro sono venuti a prenderseli ieri mattina le forze dell’ordine, alle cinque e mezza. Sono arrivati silenziosamente, con due pullman, bloccando l’ingresso della strada, una strada lunga e dritta tra i campi, di fronte il muro di una zona militare, e hanno circondato il casolare. I cinquanta rom, compresi i neonati e le donne incinta, si sono fatti prendere senza opporre resistenza, abituati come sono agli sgomberi e alle deportazioni, è una vita che vengono sgomberati e deportati. Le forze dell’ordine in cambio li hanno fatti vestire, ma non hanno potuto prendere niente, hanno dovuto lasciare lì vestiti, televisioni, peluche.
Li hanno portati in caserma, e fuori c’è un aereo charter che porterà Kornel e sua moglie indietro in Romania. I peluche invece sono rimasti. E questo è il motivo ulteriore del mio mancamento.

“Vogliamo ringraziare le forze dell'ordine per lo sgombero dei 50 rom avvenuto stamattina in via Malvezza a Bologna, ma anche l'onorevole del Carroccio Gianluca Pini che lunedi' scorso ha fatto un sopralluogo nella zona e ha denunciato la situazione. Questa operazione dimostra che se c'e' la volonta' e la determinazione i problemi si possono risolvere”'.
Il segretario provinciale della Lega Nord di Bologna, Manes Bernardini, ha commentato cosi' lo sgombero di 50 rom effettuato oggi all'alba a Bologna da Polizia e Carabinieri.


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martedì, 12 dicembre 2006

 

Pacem in terris?

Ratzinger dixit: "Se si pone la persona umana al centro del sistema sociale e dei rapporti culturali e religiosi si riesce più facilmente a garantire la pace che ora nel mondo è sottoposta a numerosi pericoli e sfide costituite dalla violazione dei diritti umani, dalle disuguaglianze sociali e di genere, dal terrorismo, dal pericolo nucleare, dagli attentati alla vita con la fame, l'aborto, l'eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni, il degrado ecologico". L'aborto e l'eutanasia sono un pericolo per la pace, asserisce il pontefice con abile quanto scoperto paralogismo. Se ne deduce che chi non legifera nel senso dell'abolizione di aborto e eutanasia è oggettivamente un guerrafondaio come chi mette bombe (ma non come chi le sgancia, però). E' evidente che questo ragionamento va compreso insieme a quello, scanzonato, sulla laicità, che va bene se è "sana" - ed è sana se "riconosce a Dio e alla sua legge morale, a Cristo e alla sua Chiesa il posto che ad essi spetta nella vita umana" - e a quello per cui la Chiesa deve opporsi a questi mali "per il bene di tutta la società e in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere". Ancora una volta, evidentemente rivendichiamo il nostro sinistro sentire...

E pare quanto mai chiosare il tutto con l'omaggio reso a suo tempo dal predecessore polacco al massacratore cileno finalmente defunto (omaggio opportunamente ricordato da Sergio Baratto su Primo Amore): "Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale."


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giovedì, 07 dicembre 2006

 

Tribù.

Su Nazione Indiana ho pubblicato il testo introduttivo a un progetto su Artaud di un geniale amico attore, Paolo Spaziani. Mi auguro di poterlo vedere presto in scena.

Su Peacereporter, Luca Galassi ha pubblicato una bella recensione di Lager Italiani. E' un amico anche lui, ma so che le cose che ha scritto non le ha scritte solo per amicizia.

Sul blog di Lager Italiani, c'è un appello per un ragazzo nigeriano che è stato rinchiuso nel CPT di Gradisca e rischia di essere rispedito via. Se avete due minuti, aderite.


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domenica, 03 dicembre 2006

 

Ieri, durante il laboratorio condotto da Giorgio. (Il prossimo appuntamento è sabato prossimo, con Christian. Ore 17,30, palazzo Bourdillon, piazza Mercurio, Massa)

Scarto.

La gamba l'ho sentita scricchiolare contro l'albero, e adesso le asperità della strada producono dolore. Sconosciuto alla sofferenza. Offrila a Gesù Abbandonato, dice mia madre. Non so cosa sia l'abbandono. Lo provo.
Una frenata. L'ambulanza scivola sul ghiaccio. La curva a gomito. Un albero, ancora. Un ramo nell'abitacolo, il vetro del finestrino va in frantumi. Mia madre grida. Non rispondo. Silenzio, nessuno si è fatto male. Il guidatore scende dalla vettura per vedere i danni. Mia madre piange. Resto ad occhi aperti, fissi sulle nuvole. Sollevo leggermente il collo, verso il petto. Mi guardo la maglietta di Mickey Mouse, quella di Lio. Eh toi dit-moi que tu m'aime. Non provo più abbandono.

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venerdì, 01 dicembre 2006

 

Genova.

Placanica, dopo anni di mobbing psichiatrico all'interno dell'Arma, decide di rivelare ciò che tutti sappiamo, e che nessuno vuole vedere. Che la morte di Carlo non è stata pura accidentalità. Di certo lui non parla adesso per nobile amore della verità, parla pro domo sua (del resto qualche anno fa hanno cercato di farlo fuori, evidentemente il limite era colmo), ma è importante che dalla sua bocca emergano concetti fino ad ora confinati alle contro-inchieste e liquidati come visionari. Su come questo poi influisca sulla riapertura del caso Genova, lasciatemi essere totalmente sfiduciato. (L'intervista e link relativi si trovano sul blog di Georgia).

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Il Piccolo mondo antico di Evasio Stoppani.

In coincidenza di immersioni senza bombole nelle attività docenti, riemerge quale contrappeso Evasio Stoppani. Trattavasi del mio alter-ego, la cui vita narrai, più di due lustri orsono,  in un lungo racconto rimasto impubblicato, Vita di Evasio Stoppani appunto, scritto à la manière de Carlo Dossi, con ulteriori fagocitazioni linguistiche. Una sorta di entbildungsroman - romanzo di sformazione. In questo brano che riporto, Evasio vede, con sguardo apocalittico, innocente e disperato, la sua città. Massa. Provinciale, molto provinciale.

Ebbe negli occhi Jacopo, ossuto e dinoccolato, il solito panama in testa, davanti a quella bandiera (dov’era sparito, poi? Era da quel giorno che non lo vedeva): stavano preparando la festa, mentre sfilavano di gran carriera donne affannose e impellicciate con uomini ingrigiti in finti regimental. Jacopo aveva preso a dar vita a una delle sue solite performance. Intonava poesie, ghignanti cantilene pregne di improperi a un dio greve, crudele e odioso. Una s'intitolava Il congresso eucaristico di Chicago. Evasio lo conosceva sin da quando saltavano la scuola per andarsi a imboscare in qualche bar, e da allora non era cambiato. Sempre lo stesso gusto decadente di dar scandalo. E siccome quella città era uno dei rari luoghi dove ancora lo scandalo era possibile, risultava difficile sfuggire alla tentazione. Dunque Jacopo, giullaresco come suo solito (scartati dall'eternità abbiamo il dovere di essere giullari, aveva scritto a grandi lettere su una parete del sottopassaggio), si rivolgeva ai passanti, sdegnati dai suoi impoetici versi,urlando parole incomprensibili perfino a sè stesso: Sobbalza sordido skyline! Ed in quel tempo postnatalizio, le facce imberbi da asparagi idrocefali di cui andava cantando fuggivano inorridite.

Quel sobbalza sordido skyline! risuonò nuovamente nel sottopassaggio, quando Evasio, in singolare coincidenza sinestetica, vide con la coda dell'occhio un altro punto esclamativo. Anche tu protagonista! - così recitava un cartellone pubblicitario affisso su una macchina per fototessere che giaceva inutile da anni nel sottopassaggio. Un altro messaggio in codice. Qualcuno, in qualche luogo, si divertiva a farsi beffe di lui. Ecco un'altra vigliaccata del solito, oscuro demiurgo.

 Qualche tempo prima, in quella macchina, ancora splendidamente funzionante, aveva scattato alcune foto. Gli servivano per il passaporto. Era deciso a trasferirsi in Zimbabwe, da Arianna. Si fingeva spazi e silenzi. Il nome stesso di quel luogo - Zimbabwe - gli rotolava dolce in bocca procurandogli un inconsueto piacere di libertà. Come una fila di cammelli ebrei al limitar di mistica piscina. Tornato a casa, nella posta in arrivo aveva trovato una lettera. Par avion. Poche, nude parole il suo congedo.

...

Oh, lo Zimbabwe!

 Quelle grandi case di pietra, l’antico regno di Monomotapa!

 Gli interminati spazi, e i sovrumani silenzi!

 I giardini della preesistenza!

 Invece, Mevia. Fumoso cumulo di rovine, pre-tutto e post-tutto, e nel frattempo nulla. Si faticava a trovare qualcosa che s’appiccicasse come distintivo all’anima del popolo. Sola tradizione agli e cipolle (“aghij e gibole, vinite, vinite gente.. .”), ormai vuote sillabazioni buone solo ad empire la bocca boccheggiante antenati e speranze. Nulla, nulla che avesse il sapore dell’eternità in quel borgo desolato: neppure la sgraziata figura d’una impiegatuccia del Comune, ché ognuna di esse si mascherava ormai, intemerata, secondo le mode teleimposte. Ecco, sì: ora sovviene il minimo comun denominatore agl’indigeni del luogo: il trucco. Auto e donne, similmente truccate: questa la vera, saporosa tradizione della città.

...

In pochi attimi, quasi fosse in punto di morte, rivide la città scorrergli sotto gli occhi in rapida sequenza. E che le immagini sono opera di Satana - non fu per lui mai vero come allora. Perché non la montagna delle rocce rivide Evasio - l’amato monte, perfetta immagine di solitudine - quel Tambernicche (o Tamberlicchi, secondo altra lezione) che il Poeta immaginò schiantarsi vanamente sopra i ghiacci di Caina; rivide invece la trama perversa della città, le labirintiche strade a inoltrarsi nel delirio delle case affastellate una sull’altra, sparse come semi sulla roccia, cresciute qua e là, senza criterio alcuno, a saturare la striscia di terra che separa i monti, forati come un dente in stato di avanzata carie, dal mare, il cui corpo pareva chiazzato dalla rogna.

 E in quel selvaggio groviglio, Evasio non riusciva a fissare lo sguardo su alcunché. Si perdeva. Cominciò a barcollare. La testa ondulava, irrigidito il corpo, già minato da un’etilica stanchezza. Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva finalmente, per la prima volta, una chiara visione. E in quell’immagine credette per un attimo di riconoscere la propria. Reset. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più nè l'uno nè l'altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa fatta da miriadi di parti tra loro irrelate. Città informe, additata negli atenei a irriproducibile esempio, a futura memoria di architetti provvisti di ragione; città informe perfino nel nome con il quale era segnata sulla mappa, il cui ellenico etimo significava, guarda caso, impasto. Un vero blob, in fin dei conti concettuoso specchio della modernità.

 Una città che si perpetuava in un sogno di pessima qualità, dove s'ammucchiavano brandelli di storie senza capo nè coda, e i tempi si sovrapponevano perversamente.

 Una città in mezzo al guado, e lì sarebbe restata per sempre, a farsi traversare da tutte le correnti, a infradiciarsi e ammuffire e isterilirsi.

 Evasio si chiedeva come sfuggire a quell'orribile spettacolo, a quel gelo, e intanto pensava che in Zimbabwe sarebbe stata tutta un’altra cosa....

 


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