del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


martedì, 28 novembre 2006

 

Incontri.

A Massa. "il vero e il falso in letteratura". Scrittori che ragionano sul fare-scrittura. Sabato 2 Giorgio Vasta, sabato 9 Christian Raimo. Alla mattina con le scuole (ore 11 teatrino dei servi),  al pomeriggio con il pubblico massese, inch'allah (ore 17,30 palazzo Bourdillon in piazza Mercurio). Organizzazione casa editrice Transeuropa, di cui è parte anche il vostro Alderano. Non mancate. Perché si tratta di due scrittori tra i più interessanti in Italia, e non lo dico per dire: se non credete, andate a leggervi  le ultime cose che Giorgio e Christian hanno pubblicato su Nazione Indiana. Bellissime.

postato da alderano 14:28 commenti (5) 
 


venerdì, 24 novembre 2006

 

il Contagio

Sono entrato a far parte della tribù di Nazione Indiana. Il mio scritto (in)augurale è qui.


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martedì, 21 novembre 2006

 

Uomini del "Si".

Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, dev'essere stato molto solo nella vita, così mi viene da pensare. Il suo corpo, a vederlo, pare ritagliato nella tristezza. Come se la memoria delle solitudini vissute gli si fosse inscritta nella carne. Allora, mi viene da pensare, per fuggire questa tristezza Battista ha deciso di dar forma a una memoria collettiva ritagliata sulla sua, a misura delle sue solitudini."Degli anni settanta si ricorda solo la violenza. Perché non ci fu altro". Così ha scritto ieri sul suo giornale. "Si" ricorda. Battista lo ha deciso per tutti, ha stabilito il "Si", il "Man" - e la sua solitudine, forse, ha pure il diritto di farlo, il diritto di segnare la medietà delle cose. La memoria (la sua, divenuta immediatamente quella di tutti) decide l'essere delle cose: altro Battista non ricorda, dunque non ci fu. Ci furono conquiste sociali e politiche decisive, si innescò un cambiamento sociale importante, le piazze traboccavano di "essere", ma Battista, mi viene da pensare, era chiuso nella stanze buie dell'Università a preparare la tesi sulla Città del Sole, il cui relatore sarebbe stato Asor Rosa (su questo, tra l'altro, occorre rilevare come il suo libro che condanna in blocco Utopia e Comunismo usi come paradigma interpretativo proprio l'Utopia campanelliana: ancora, la memoria privata che diventa forma della Memoria storica - oltre che un più volgare "non si butta via niente"). Fuori, nelle piazze, accadeva anche che i ragazzi e le ragazze si amassero, mentre lui meditava da solo sul totalitarismo di quell'amore.

Sono sicuro che Battista dev'essere una di quelle "persone di retto sentire" cui Ratzinger si riferisce, quando afferma che la Chiesa deve opporsi a Pacs aborto eutanasia e quant'altro "per il bene di tutta la società e in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere". Io mi auguro che ogni persona di retta ragione sappia vedere la ragione totalitaria che sottende questa espressione, nonché  il suo "fondamento mistico".


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venerdì, 17 novembre 2006

 

A volontà.

 

Domani sono a Siracusa, per un convegno sul volontariato. Dirò anzitutto di come, all’interrogazione parlamentare sulle vicende avvenute a Caltanissetta (le fughe favorite dagli operatori sociali della cooperativa Albatros, emanazione della Croce Rossa – di cui ho già scritto anche qui), Rutelli abbia tenuto a precisare: “non bisogna dimenticare che gli enti gestori sono associazioni di volontariato”. Come se questo potesse mettere al riparo, a prescindere, l’operato in questione. Come se il senso politico, e nella fattispecie il senso giudiziario, del loro agire non dovesse essere valutato nel merito. Come se, soprattutto, ci fosse una presunzione di innocenza. La presunzione che sia davvero volontariato, quello, nascondendo il fatto che si tratta in realtà di un business miliardario, di una vera e propria forma di assistenzialismo sulle spalle dei migranti. No, quello non è volontariato. Ho provato allora a scrivere, sulla scorta delle riflessioni di Roberto Esposito, che cosa è davvero (dovrebbe essere) il volontariato.

 

Se tante persone fanno oggi volontariato, ciò è perché la dimensione politica non basta, e non può, costitutivamente, bastare. Ciò è perché il volontariato ha a che fare direttamente con la dimensione profonda della comunità. Perché, facendo volontariato, si obbedisce a un istinto che ci mette a contatto con la natura più profonda dell’essere umano. L’istinto dell’essere-in-comune, ovvero l’istinto del dono, della perdita.

La sfera strettamente politica non può, costitutivamente, andare oltre la modalità della contrattazione: in essa si dialoga da identità acquisite, definite, si parte da rappresentazioni già date, si è già immessi in un ruolo. Nella sfera istituzionale, in questo senso, non può darsi alcuna comunità. Quando questo è accaduto, o accade, è allora che accade anche il totalitarismo. Nella sfera istituzionale non può darsi alcuna comunità perché la comunità – cum-munus, messa in comune dei doni, come fa rilevare Esposito -– la comunità è dono, ma un dono necessario, sentito come necessario, in quanto l’uomo si comprende come im-proprio: l’uomo comprende di non appartenere in se stesso, ma di essere un nodo in una rete. L’uomo è una creatura, ciò si dice in un linguaggio religioso. Nella sfera politica del liberalismo moderno l’uomo è invece pensato originariamente come individuo, “assolutamente proprietario di se stesso” (e nel giusnaturalismo di Locke, allora, il diritto di proprietà è conseguentemente pensato come diritto naturale). Nella comunità, invece, l’uomo è “essere-con”, è originariamente appartenente a una dimensione sociale che lo precede e lo fonda (ma – e qui sta la differenza con il totalitarismo di cui si diceva – non può farne a meno). Il dono, allora, che spesso fonda l’agire del volontariato, è quella comprensione di questo originario “essere-con”, è comprensione del fatto che siamo gettati in un mondo che ci precede, che abitiamo un linguaggio e un mondo che ci trascendono.

Si comprende allora come la comunità – la dimensione del dono, di ciò che non ha misura, di ciò che eccede ogni dimensione del dare-avere, del calcolo, del guadagno, ma che ha a che fare piuttosto con la perdita – la comunità non possa aver luogo in una dimensione “istituzionale” (dove si dialoga a partire da identità acquisite, dove ci si rappresenta in ruoli definiti), ma possa aver luogo più facilmente in situazioni estreme, quando le identità si spezzano, quando si è messi in gioco radicalmente, alla radice, quando si affrontano i limiti della vita e della morte: quando si vive insomma – per dirla con Bataille – “all’altezza della morte”. “Quando cresce il pericolo aumenta pure tutto ciò che salva” – così, del resto, scrisse Holderlin.

Insomma: la comunità è dono, e il dono sfugge a ogni logica economica, produttiva. Essa include la perdita: il suo agire non può essere redditizio. E’ altra cosa dall’economia, la quale invece ha a che fare con la proprietà, con l’appropriazione. (E qui si torna - ancora - a Bataille, alla sua dépense).


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venerdì, 10 novembre 2006

 

Io, pedofilo.

I pedofili sono gli altri.

 

1.

 

Mi hanno chiamato a casa. E’ la cooperativa. Oggi non andare a lavorare, mi hanno chiesto. Sono rimasto sorpreso, ho chiesto perché. Perché no. Non mi hanno detto altro. Dopo qualche ora mi hanno richiamato, Nei prossimi giorni non andare a lavorare. Il motivo è sempre lo stesso, Perché no. Ho cominciato a perdere l’equilibrio, il respiro è caduto verso il basso. Ho chiamato i responsabili della cooperativa. Nessuno si è fatto trovare.

Non capisco. Non c’è ragione perché mi sospendano dal lavoro senza dirmi niente. Se fosse malato Luca, non ci sarebbe ragione per non andare da Matteo. Se fossero malati tutti e due, non ci sarebbe ragione di non dirmelo. E poi la voce reticente di chi mi ha annunciato la sospensione degli affidi parla chiaro. C’è un’accusa su di me. E non mi si dice quale.

 

E’ notte. Mi sono appena svegliato urlando. L’incubo nemmeno lo ricordo.

Mi sono risvegliato nell’incipit del Processo.

 

E’ una malattia che invade il corpo, e non se ne conosce la ragione. Sfugge a ogni controllo, a ogni disponibilità. Sfugge a ogni appello: non c’è nome che salvi, adesso. Nulla può dar senso a questo intruso che mi afferra e s’impadronisce di me. Unica possibilità, amare quest’intruso, abbracciarlo…

Amarlo? Io dovrei amare il mio carnefice? Non il mio carnefice, ma il movimento della sua lama che entra nella mia carne. A quel movimento devo andare incontro con un altro movimento, con l’amore che devo all’essere del suo gesto: un movimento che vuole riconciliare con l’essere puro e semplice, e nel medesimo tempo si radica in uno squarcio incolmabile. Ovunque esso sia diretto, lo squarcio da cui prende impeto e forma permane.

L’essere è altrove, il non essere è ora.

 

Sono riuscito a ottenere un incontro con i responsabili della cooperativa. Mi hanno detto che la madre di Matteo è andata dall’assistente sociale. Quella stessa assistente sociale che mi aveva messo in guardia dalla madre (il padre non c’è), Stai attento, mi aveva detto, La madre rifiuta l’educatore, si smente sminuita, dice che non ce n’è bisogno… Ecco, questa assistente sociale – Fiorella Pelanda, si chiama, assistente sociale al comune di Lerici: a futura memoria - ha creduto alla madre quando gli ha detto che io ho mostrato a Matteo foto porno su internet (e pensare che a casa nemmeno ce l’ho, il bambino l’ho sempre portato a vedere i Pokemon sul computer della biblioteca). Gli ha creduto quando gli ha detto che l’ho picchiato. Gli ha creduto quando gli ha detto che l’ho portato da una strega.

Voglio parlare con l’assistente sociale, dico. No, lei si rifiuta di parlare con te. Farà un esposto.

 

Rabbia, vendetta… evaporano al fuoco della domanda infinita, all’ustione del perché senza perché. Non rimane che la lotta per resistere: far fronte all’irruzione dell’impossibile, del totalmente altro, senza legami, incomprensibile, inspiegabile.

Resistenza: stare legati, radicati nell’esistenza.

Non scivolare via da sé.

 

Quanto sarebbe utile un nome! Una giustificazione qualunque: la teoria della retribuzione, il karma… Aggrapparmi a una ricompensa: il martire, il prigioniero politico…

Invece, solo essere. Essere, e gridare. E la risposta a questo grido è il mistero da accogliere così come si presenta. (Giobbe, per esempio).

 

Nella lama che apre la mia carne, il mistero.

Nella carne aperta, spalancata, il buco nero dove collassa ogni ragione, scaturigine d’insensatezza.

Nel mio grido di dolore, la domanda e la resistenza ai miei torturatori.

 

Il pedofilo è il male, e non può che causare altro male, che rispetto a lui sarà sempre male secondo. Io sono il motore immobile del male.

 

Si aggrappano ai bastioni della verità, ai bastioni del senso. Difendono il ragionevole ad ogni costo. A costo del sacrificio di una vittima (ma quel costo, forse, non è che il guadagno stesso). Un sacrificio non ordinato da un dio, però: semplicemente accade, come accade l’esistere. Il sacrificio è forse la volontà stessa dell’esistere.

Ciò che perturba il ragionevole va ridotto al silenzio – e quel silenzio passa da un grido bestiale. Così si indica il mostro, si accendono i roghi, si difende il ‘bene’…

E’ qui davanti ai miei occhi, inscritta nella mia carne, la vicinanza tra Pilato e Torquemada. Sopprimere gli scarti (feconda ambiguità del termine: ciò che si discosta; ciò che è diverso; ciò che è inutile; ciò che è da gettare).

E nel mio caso, paradossalmente, lo scarto è chi ha voce (l’adulto, non il bambino), e per questo gliela si nega. E’ la cattiva coscienza che dà voce e verità al ‘soggetto debole’ a discapito del ‘forte’. Difendere il ‘debole’ rinforza chi è forte solo della sua debolezza, in essa irrigidito, castello sulla sabbia. Il ‘soggetto debole’ diventa scudo del vile.

La presidente della cooperativa, vestita di camicia bianca e colletto di pizzo, ostentava collane e anelli d’oro, e a queste meschine sicurezze s’aggrappa nel suo relazionarsi agli eventi: s’aggrappa all’icona di un eterno desiderio di una pulsione sociale che la trascende, e nasconde cadaveri; s’aggrappa ai piccoli simboli di una classe ignobile…

La società che prospera sulla morte si fa scudo di immagini candide, per nascondere la sua immondezza erige monumenti alla purezza.

La società elegge il suo capro espiatorio per farne campo di battaglia delle proprie contraddizioni.

 

Nonostante la seduzione di un nome che mi metterebbe in salvo, mi tengo saldo in ciò che non ha nome.

Al loro gridare oppongo il mio silenzio. Al loro ringhiare verità oppongo il mio corpo.

 

Di fronte al mondo occorre sempre provare la propria innocenza. La colpa è nella non trasparenza. E di fronte a questo – il male radicale dell’essere umano (la polvere con cui è impastato) – la trasparenza diventa sospetta. ‘Vivere in una casa di vetro’ è una colpa aggiuntiva: la mancanza di prudenza – l’ingenuità dell’irruenza – non può che essere troppo abile dissimulazione.

 

E torno a vomitare odio sull’ipocrita facilità pilatesca che giudica e condanna: gli ignavi che saranno vomitati.

Eppure, nell’attesa – del Giudizio -, sono io a essere vomitato. Non c’è ragione che possa sorreggermi. Il mio resistere è ‘causa sui’. Mera volontà d’essere.

 

Sono abbastanza lucido per vedere. (La lucidità è estremità del senso, che si fa dissenso).

 

Con la memoria dell’immensità criminale in cui siamo radicati, della sventura degli sventurati, posso ridere di questa mia sventura – si dissolve, prende il volo…

Ma subito ricado nella grevità, e la vista mi si annebbia, schiavo dei patimenti, delle passioni, del corpo…

Così continuo…

 

Ma in fondo importa a qualcuno che io sia realmente colpevole di ciò di cui mi accusano?

 

 

2.

 

In fondo al mio blog ho un referrer. Il referrer indica le provenienze dei visitatori del blog, ma soprattutto (ed è questo il motivo della sua presenza) le chiavi immesse nei motori di ricerca. Per un certo periodo è capitato nel blog chi cercava ‘ingoiare sperma’ e affini: ‘ingoiare sperma fa bene’, ‘ingoiare sperma fa male’, eccetera (il motivo stava in un monologo, L’afferramento, che ho pubblicato anche su Nazione Indiana).

Ne risultava, ma già lo sappiamo, una diffusa ignoranza in materia sessuale. Più inquietanti, invece, chiavi di ricerca come ‘ingoiato sperma di mio fratello’, o ‘mio fratello mi ha sborrato in faccia’. La famiglia come universo concentrazionario. Una catena generazionale come trasmissione incessante di tare ereditarie, di violenze innominabili, di abusi senza fine. E’ difficile, e raro, sottrarsi a questa catena che uccide.  Sottrarsi, significa spezzarla.

Ho letto un libro, edito da Sensibili alla foglie: si intitola La bimba, e racconta la sequenza allucinante, e protrattasi per vent’anni, di stupri familiari, abusi, violenze. Questa bimba ha avuto la fortuna e la forza di uscire dal cerchio, di vederlo e vedersi da fuori, di saper parlare quell’incantamento, e di consegnarlo alla morte. Ma migliaia di altri individui (individui femmine, per lo più) non sanno, e non possono, farlo.

E di bimbe così, ne ho conosciute in carne e ossa, e ho sofferto per loro.

Altro che sostegno all’istituzione familiare. La famiglia altro non è che una trasmissione di tare – di nevrosi, nel migliore dei casi.

Ma le violenze familiari non si guardano. Si punta il dito contro il pedofilo, invece, il mostro cattivo dal quale ci si deve guardare. Quasi che oggi si assistesse a una diffusione esponenziale del morbo pedofilo, per misteriosi motivi. In realtà, è evidente a tutti che i pedofili sono sempre esistiti, e che oggi sono elevati a super-mostri perché l’isolamento è il presupposto del nostro way of life, e il pedofilo deve incarnare nei bambini, fin da subito, la paura dell’Altro, la paura del mondo. Così il bambino crescerà nella paura, con la paura, e sappiamo bene come la paura, il terrore, siano essenziali allo stato d’emergenza permanente in cui viviamo, uno stato d’emergenza che ha bisogno della frantumazione dei legami sociali, del sospetto reciproco.

E torno dunque a dire: per nascondere la propria immondezza, la società erige in monumento la purezza. Il soggetto debole diventa scudo del vile.

 

3.

 

L’esposto c’è stato. Attenuato, anche se non so in che modo, grazie a un amico che conosceva qualcuno dentro il Comune, il quale ha garantito per me. Insomma, pare che almeno la storia del computer non sia comparsa. Questo amico mi ha detto come in Comune tutti sapevano che un educatore era stato accusato di molestie a un minore. E l’esposto si riferiva anche da un punto di vista penale all’ipotesi di molestie a un minore.

Ovviamente la cosa è finita nel nulla, dopo mesi d’ansia però, e il posto di lavoro perduto. E se non avessi avuto quell’amico, chissà cosa sarebbe successo.


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venerdì, 03 novembre 2006

 

Amore.
 
Amore è lasciar essere. Lascia essere un ente per ciò che è. Lascia che egli divenga ciò che è - che possa ciò che può - che si esponga per ciò che è - ovvero, nel senso (del suo divenire) che gli è proprio. Riconsegna dunque l’ente al suo senso.
L’amore è pura disposizione: potenza che si trattiene presso se stessa - che non forza lo sguardo.
 
La differenza specifica dell'amore sta nel suo essere a fondo perduto. Oltre la necessità di corrispondenza. L’amore in questo senso è sovrano. Trabocca. Come il sole.
 
Quando si dice amore, spesso si è mossi dalla nostalgia dell’Assoluto. Allora occorre specificare che amore non può designare altro da un gesto singolare - ossia diretto a una singolarità: il gesto di un’integrale accettazione gioiosa di una qual-cosa.
Il desiderio di salvezza e redenzione s'impadronisce di questo gesto, così come del gesto convulsivo dell'amore-passione. Ma ambedue sono movimenti integralmente finiti.
(Tenere gli occhi spalancati nella catastrofe è la salvezza: proprio il fatto dell’impossibilità della salvezza – l’irredimibilità del tutto - è la salvezza. Non che sia tramite per la salvezza: è quella constatazione – quella con/siderazione - che è la salvezza stessa).
 
Amore è nome per un conatus. Per un desiderio. Per un gesto che si confonde col desiderio che lo muove. Io amo te: ti amo per il tuo essere, non per qualche tuo predicato (altrimenti siamo nel campo del feticismo - e non è una distinzione assiologica). Ti accolgo - ti dico Sì - in quanto il tuo essere provoca in me gioia.
Invece l’amore universale (in quanto tensione astratta, trascendente) è ideologia. E’ la raffigurazione ideologica dell’autocoscienza di essere esseri singolari plurali. E’ l’originaria apertura che ci s/forma, e che ci fa insostanziali.

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