del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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lunedì, 21 agosto 2006

 

I liberi di parlare e i liberi di affogare.

 

I belpietristi del Giornale secondo alcuni sarebbero quasi dei paladini della libertà di pensiero, dacché ospitano collaborazioni di intellettuali e scrittori liberi e non schierati – che pure, nella loro pretesa purezza di non prendere partito, si prendono la libertà, quella sì, di farsi assoldare. Sembra propendere per questa tesi anche Giulio Mozzi in uno scritto comparso ieri su Nazione Indiana, nel quale si parla dell’articolo di Emanuele Coen uscito sul Venerdì di Repubblica sul rapporto tra editori e rete e in cui viene citato anche il sottoscritto (titolo dell’articolo: Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la rete).

Ora, mi chiedo, con quale purezza ci si può fare assoldare da codesti mistificatori, autori di veri e propri crimini contro il linguaggio, ovvero il pensiero, ovvero l’umanità?

Mirabile il titolo del Giornale, oggi. “Immigrati: sbarchi, tragedie e delitti”.  Un gran calderone sotto un minimo comun denominatore: “emergenza immigrazione”. Con un obiettivo politico: “la politica delle «porte aperte»”. Si prendono fatti che non hanno legame tra loro, li si lega mediante una shakerata ideologica, e via servita la paura al bibente lettore. Gli sbarchi e gli affondamenti di Lampedusa; l’omicidio di una ragazza in una chiesa ad opera di un sacrestano; la violenza sessuale in centro a Milano; la comparizione della madre della ragazza pakistana uccisa nei giorni scorsi.

Da rilevare anzitutto gli slittamenti lessicali nel lungo sottotitolo: gli “immigrati” annegano; il sacrestano che ha ucciso la ragazza (per motivi ancora tutti da verificare) è “un altro extracomunitario” assassino; il violentatore è un “clandestino”; la madre della “pakistana sgozzata” (l’assassinio cui dianzi si faceva riferimento) ha detto che non era una “buona musulmana”.

Ciò che sorprende per prima cosa è che l’enormità delle tragedie di migranti subsahariani (tra loro ci sono molti eritrei, ad esempio, e la cosa dovrebbe essere approfondita), con quella potenziale pietà umana che per chiunque dovrebbe scaturirne, viene usata come lievito di quell’impasto di paure dell’indifferenziato che prende corpo negli slittamenti linguistici di cui sopra. Tanto che gli annegamenti, nel titolo, non ci sono: si parla invece di sbarchi, come si conviene a un’invasione con tutti crismi. Questa è davvero una sapiente arte dell’inganno. Applausi.

Poi. Il sacrestano è di certo extracomunitario, cingalese per la precisione (tralasciamo il fatto che già la parola extracomunitario è una parola razzista: smetterà di esserlo solo quando anche gli statunitensi verranno normalmente denominati tali): peraltro, da un punto di vista giornalistico, forse è più rilevante che si trattava di un sacrestano, dunque di un bravo cattolico, che ha sconsacrato la chiesa con un omicidio. Tanto più che lui è perfettamente integrato nella comunità da anni. E invece no: per il Giornale, d’un tratto, la linea di demarcazione non è più lo scontro di civiltà tra cristianesimo e Islam: l’importante è rimarcare l’esser extra. (E’ insomma il gesto del bando, come “semplice posizione di una relazione con l’irrelato”). Perché questo extra torna utile, viene capitalizzato nella misura in cui nell'occhiello si legge appunto che Hina è stata uccisa in quanto non era una “buona musulmana”. E automaticamente tutto il resto acquisisce questo segno islamico. Del resto Hina, in quella frase, è una “pakistana” – la sola ad avere diritto alla nazionalità, dunque la sola ad essere persona di fronte all’indifferenziata tenebra popolata di fantasmi. (Chi non ha nazione, non è).

Un extra acquisisce nazionalità e diventa persona solo quando si fa “sgozzare” (come un capro) e diventa vittima. Altrimenti è un extra, ovvero (slittamento) un clandestino / fantasma, come risulta dal fatto che il violentatore è così definito, clandestino, laddove per adesso l’unico indizio è che potrebbe essere un maghrebino: dunque potrebbe essere un immigrato regolare, o addirittura un cittadino italiano…

Tornando a Hina, e chiudendo il cerchio: altre fonti riportano che la madre di Hina abbia detto di sua figlia che non era una “buona pakistana” e non una “buona musulmana”. E secondo altre fonti non ha detto questo per giustificare il marito. Ma la verità, nello shaker dei giornalai, è irrilevante. E certo non si pretenderà che ci spieghino che cosa questi fatti hanno a che fare con la presunta politica delle porte aperte. Certo non si pretenderà che dicano che queste tragedie sono prodotte proprio dalla politica di chiusura prima e di mancata integrazione poi. Mica vorremo impedire la loro libertà di parola.


postato da alderano 18:31 commenti (6) 
 


mercoledì, 16 agosto 2006

 

Infrango per un istante il silenzio agostano, dacché sul frontone della presente stanza non è ufficialmente stato esposto il cartello di ferie. Così pubblico uno stralcio da un libretto che avevo pubblicato qualche anno fa. Si chiamava "Di puri contorni - Passeggiate letterarie a Massa". In questo itinerario non si poteva mancare d'incontrare la casa  marina di Alberto Savinio, che ho amato e amo come pittore e vieppiù come scrittore. Qualche giorno fa, ospitato dalla figlia Angelica, ho avuto la gioia di tornarci, a distanza di anni, in quella casa fatta ad esse, nella foresta del Poveromo, abitata da memorie e innervata di vita.

   Un tempo Marina di Massa era un luogo “selvaggio in riva al mare, sotto una fitta pineta.” Oltre il limite delle pinete – volute dagli Estensi nel ‘700 -, non c’erano che “dune piene di erbe e di spini, che scendevano verso la riva del mare, selvaggia come tutto il resto, dove non c’erano cabine e la rena era grossa e cosparsa di ricci e di lavarone portato dalle onde.”

   Questo il ricordo del critico letterario Marco Forti, che confronta con rimpianto “quell’Eden casalingo e selvaggio” con l’odierna “comune e piuttosto dozzinale stazione di villeggiatura.”

   Fino agli anni trenta, quando il fascismo volle la strada litoranea e le pinete cominciarono a popolarsi di case sparse – per arrivare poi al mutamento radicale del volto di Marina con la crescita economica del dopoguerra – quei luoghi rimasero davvero selvaggi. Era questo che incantava Carrà, il quale dipinse con amore il fiume del Cinquale, e che era forse apprezzato anche da Shelley, il quale si fermò a dormire sulla marina massese come tappa notturna nelle sue navigazioni dal Golfo di Spezia alla Versilia.

   Se nel nostro itinerario un nome dev’essere legato alla marina massese, è quello dei fratelli De Chirico: il ‘metafisico’ Giorgio, e il meno celebre ma non meno grande Andrea, che per distinguersi dal fratello scelse lo pseudonimo di Alberto Savinio.

   Su Giorgio, che soggiornò a Marina di Massa per un’estate, non posso fare a meno di ricordare che capitava sovente nel bar Tirreno, davanti al pontile, dove il proprietario del bar Alfredo ‘Camillo’ Grazzini - nonno di chi scrive – dava ospitalità al ‘Cenacolo’, ovvero il circolo degli artisti massesi, da lui creato (tra quegli artisti, figure monumentali come quella del partigiano Conte Giò).

   Ma è il fratello Alberto Savinio ad aver celebrato la marina massese in belle pagine di letteratura. Il suo amico architetto Galassi costruì per lui una casa, a forma di chiocciola e con un muro davanti disegnato a ‘S’, nelle pinete del Poveromo, appena sotto la chiesa di S. Domenichino. Di essa Savinio scrive in diversi passi di alcuni libri. Nessuno ha esaltato la natura del Poveromo, le sue ‘mitezza’ ed ‘umanità’, più di quanto abbia fatto lui, fuori da ogni retorica, in un passo di Ascolto il tuo cuore, città: “Fosse venuto anche Nietzsche, e si fosse messo anche lui a correre in bicicletta dal Poveromo al caffè Roma e ritorno, i baffoni in bocca e gli occhi infocati sotto le sopracciglia a gronda, non sarebbe finito pazzo, e invece di quei terribili dieci anni consumati con nuvole e sassi nella testa sulla collina di Weimar, avrebbe vissuto cinquant’anni ancora di pensieri chiari e tranquilli.”


postato da alderano 14:24 commenti (3) 
 


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