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del resto è così che ci si prende
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI
martedì, 30 maggio 2006
Un testamento.
Viveva in un camper con la sua compagna. Veniva all’osteria che per me all’epoca era come una seconda dimora. Io cantavo con gli altri, dopo che di vino ne era stato versato. Lui stava in disparte e guardava. Sono comunista, diceva. Ma guardava anche quando cantavamo i nostri canti di lotta. Anche se più la notte avanzava e più il vino scorreva, i canti si facevano sempre meno impegnati - ma di certo non meno fatti di sogno. Quando anche i canti erano stati versati, loro tornavano sul camper posteggiato accanto al pollaio, e se ce la facevano ripartivano. Noi restavamo ancora un po’ sulle panche di legno distese, sotto i tavoli di marmo, a vedere se era restato qualche canto a sgocciolare.
Occorrerebbe sempre diffidare di chi non canta in compagnia. E’ un ladro e una spia, sì, ma non nel senso che si crede. Non è l’esser ladro a far problema, in quell’osteria di ladri ce n’erano a sufficienza. Ladri, papponi e truffatori. Un’ottima compagnia, che purificava dalla gioventù troppo uguale delle notti senza più lucciole. E’ l’esser spia che fa problema, e la spia che guarda a bocca chiusa e si porta via con sé il meglio senza restituire nulla in cambio, quello è il vero ladro.
Ecco, quello del camper era così, con i suoi occhiali spessi e la barba che lo nascondeva. Sono comunista, diceva. Non capite che viviamo nel fascismo. Viviamo nel fascismo, diceva. Avevo obiettato che forse l’etichetta non andava più bene. Che senza smettere di schifare questo mondo forse occorrevano nomi nuovi per dirlo. Ma lui mi aveva guardato con la bocca ancora più chiusa. E quando cantavamo i nostri canti impegnati, mi fissava.
Una sera, un’amica mi disse che quel ragazzo era in Aids conclamato.
In quell’osteria un pappone mi fece un’offerta di lavoro, una sera. Mi chiese se volevo andare a portargli le ragazze sul viale alle undici di notte, e andarle a riprendere alle quattro. Poca fatica, e guadagni bene. Avere la fiducia di quell’uomo, quello è stato il mio orgoglio più grande. Però non mi sentivo tagliato per quel lavoro. Questa è la differenza tra te e Miles Davis! ha constatato il sassofonista del mio gruppo. Io ho dovuto incassare e acconsentire.
Dove sei stato, mi chiede quello del camper.
A uno stage di teatro.
Stage? A un corso vorrai dire!
Mi rimprovera, ai suoi occhi acquosi non solo sono meno comunista, adesso, sono pure trendy.
Era Mussolini che voleva italianizzare le parole, dico.
Entro nell’osteria, so che adesso me lo sono giocato definitivamente.
E’ una questione di parole, con lui, è come se per lui le parole indicassero troppo poco. E lui sta là, all’altezza di un irreparabile, e le sue parole devono dispensare colpe, come folgori.
Qualche sera dopo sono a cena all’osteria. Lui si volta dall’altra parte, quando arrivo. Un’oretta dopo, quando mi tocca andarmene, lui mi segue, nello spiazzo sterrato e buio dove ho parcheggiato la macchina, radente al muro. Ho già le mani sul volante, lui mi bussa al vetro. Io lo abbasso. Mi colpisce con uno schiaffo, Non mi salutare mai più, dice.
La distanza si è fatta incolmabile. Gli occhi se ne stanno riparati dietro le volte di un altro mondo. Una parola indesiderata apre in lui uno squarcio intollerabile, come se il cielo delle stelle fisse si scuotesse, trascinandolo giù dal suo giorno del giudizio.
Ci vuole poco a trascinarmi giù dalla macchina. Apro lo sportello, rispondo con schiaffo a schiaffo. Lui retrocede. Io sto fermo, non so che fare. Lui si ricarica. Bastardo, grida. I suoi occhi sono troppo vicini, adesso. Hanno dentro qualcosa, è una luminescenza d’odio in eccesso, è come se buttasse addosso a me il suo carico di morte. Quegli occhi adesso mi investono. Mi investono ancora. Mi schiacciano alla portiera della macchina.
Si raschia in gola, mi sputa il sangue infetto in faccia.
Non ho più parole adesso, per qualche istante resto senza parole e senza gesti in uscita. E’ l’istante sospeso che dura a piacimento di un dio cattivo, quello in cui il buio collassa, quello di cui non resta traccia e che porterai sempre con te.
Torno al mondo, al respiro trattenuto, lui è già al camper, e prende qualcosa dal cruscotto. E’ una cosa lunga, sottile e trasparente. Mi è tornato il gesto, la portiera si apre, salgo, e in un solo movimento chiudo con uno scatto e metto in moto, lui è già lì, fuori dal finestrino che picchia, con la sua siringa in mano.
La sera che lo avevo conosciuto mi aveva regalato un libro di pensieri, immagini, novelle. Parole come di un sotto terra ignoto, come di una lingua sepolta viva.
Si intitolava “Ich sterbe”, il libro. Io muoio.
Quell’amica che mi aveva detto del suo male, e che mi ha detto poi della sua morte, ha bruciato il libro nel fuoco, come per una purificazione.
Io ce l’ho ancora, nascosto dietro ad altri libri. Ho seppellito quel linguaggio scuro sotto terra di parole.
Lui, finalmente, vulcano spento.
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22:05 commenti (5)
ORIANA VIENI A CARRARA!!!
I tuoi amici anarchici.
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16:05 commenti (2)
domenica, 28 maggio 2006
Cantar maggio.
Pracchia è un grosso borgo delle montagne pistoiesi. Ai tempi del Granducato era sede di una dogana che segnava il confine con lo Stato Pontificio. Perciò, su quelle montagne pistoiesi, i preti non sono visti di buon occhio. Mio bisnonno è stato scomunicato dall'altare, mi diceva un ragazzo, Perché era socialista e s'era fatto cremare, hanno scomunicato lui e tutta la sua famiglia. Ieri a Pracchia si cantava il maggio. Si gira per le case e le aie del paese cantando l'avvento del maggio, augurando ogni bene per il raccolto e per l'amore, e chiedendo in cambio uova, formaggio, vino. E' una tradizione antichissima che si era perduta, e che negli ultimi anni è stata gioiosamente ripresa e rinnovata. Rinnovata, dico, perché tra un canto dell'Inserenata ("Semo venuti a fa' l'inserenata / padron di casa se contento siete / so che c'avete una figlia garbata / dentro le quattro mura la tenete / ma se per sorte si fosse addormentata / fatele un fischio che la scionnerete / diteli che l'è parso un de' suo' amori / la viene a salutar con canti e suoni / diteli che l'è parso un de' suo' amanti / la viene a salutar con suoni e canti") e Eccolo maggio ("Eccolo maggio piano piano piano / con l'acqua in grembo / e le mezzine in mano / è bene venga maggio e maggio gli'è venuto"), si infila un W Fernandez della Bandabardò, ma anche un Nostra patria è il mondo intero. Ché, guarda il caso, chi va a ricercare questo spirito antico dell'Appennino Libero (così recita il nome di una festosa congrega del luogo) non ha dubbi sul luogo "geo-psichico" dove collocarsi: il luogo della cooperazione e della moltitudine singolare contro ogni esclusione. Altro che il ritorno alle radici in chiave nazi-padana.
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15:23 commenti (5)
venerdì, 26 maggio 2006
About Dogville.
Ne avevo parlato tempo fa su Nazione Indiana, di Dogville. Ho amato talmente quel film che ne ho fatto il culmine di un percorso nella terza del liceo nel quale insegno. Siamo partiti dalla dialettica servo-padrone esposta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, dispiegandone i fili - passando fuggevolmente per Lacan - fino alla teoria sacrificale del capro espiatorio di Girard. Muniti di questi dispositivi concettuali, ciascuno dei ragazzi della classe ha messo per iscritto la propria visione del film. Fateci un salto, sul sito nel quale abbiamo radunato tutto. Grazie alla mano generosa di Lenny.
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21:36 commenti (1)
giovedì, 25 maggio 2006
Il cattivo parente.
Io ho una grande stima di Antonio Moresco. Da molti è accusato di una sorta di profetismo. Per me, la sua è una vera, realissima, radicale testimonianza etica. E’, in ultima analisi, la sua scrittura che è immediatamente etica. In essa una forma ha preso corpo. E’ una scrittura che esonda dalla pagina, come la cipolla che si sdoppia, si sfoglia, si decentra. Un grande libro, La cipolla, uno dei libri per me fondamentali della letteratura italiana più recente.
Proprio per questo continuo a non capire perché Moresco – come succede qui - accetta di farsi rap/presentare da Massimilano Parente. Non capisco perché è con lui che discute di etica professionale, con lui che condanna chi si tiene stretti i legami con i “poteri forti” dell’imprenditoria editoriale - quando Parente è un fedele collaboratore dell’impresa culturale più importante nella destra berlusconiana, revisionista, parafascista. Basta vedere la composizione del consiglio d’amministrazione. Com’è possibile prestar fede a chi soggiace realmente a questi poteri forti, se non altro prestandosi al loro gioco? Come si può a “continuare a cantare” in buona fede scrivendo su un giornale dove la propria firma compare accanto a pezzi che recitano, ad esempio, “Oh no, riecco il 25 aprile!”? Oppure “Scusate, non è colpa nostra: ma i gay non possono adottare bimbi”?
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13:37 commenti (4)
martedì, 23 maggio 2006
Gomorre.
Un blog incazzato, che fa giornalismo vero. Leggete questo post dal napoletano, leggete come si muore, e come non ci sia modo di salvarsi, talvolta, se non con la fuga.
E poi, magari, andate a comprarvi Gomorra, il libro di Roberto Saviano, una "docu-fiction" come mi ha detto lui. Un viaggio visionario e realissimo nel Sistema della camorra. Non l'ho ancora letto, ma dicono sia un grandissimo libro, e conoscendo come scrive Roberto credo proprio che sia vero.
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23:03 commenti (2)
lunedì, 22 maggio 2006
Banca Bassotti.
Ieri sera una magistrale puntata di Report ha mostrato con grande rigore ed eccellente capacità di esposizione come affidare capitali alle banche - e nella fattispecie le pensioni, ciò che ormai dovrà essere per tutti - sia riporre la propria vita in una banda di mariuoli, che si arricchiscono alle spalle dei clienti con un classico gioco delle tre carte. I quali mariuoli, peraltro, sono coloro che trainano la presente economia di carta – in attesa dunque di un crollo prossimo venturo: dacché è il settore bancario ad avere negli ultimi anni incrementato i propri profitti, davanti ai petrolieri e al settore assicurativo (il quale è una dependance di quello bancario, in un macroscopico conflitto d’interessi). Ma questo è il mercato, baby, e in nome del mercato ogni gioco sporco è lecito (sulle tecniche di questi giochi sporchi, si veda ad esempio il libro edito da Stampa Alternativa La Banca Bassotti). Di fronte a questo grande esproprio di ricchezze messo in atto su scala globale – avrete ancora il coraggio di indignarvi per chi di tanto in tanto sfonda una vetrina di una banca? O forse arriverà il tempo in cui vi accorgerete che – nonostante l’intemperanza giovanile che trova sfogo in quei gesti sia spesso controproducente e non condivisibile – è a ciò che non si manifesta che bisogna guardare per comprendere davvero come stanno le cose?
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18:52 commenti (3)
venerdì, 19 maggio 2006
Ricevo e pubblico.
Tempo fa il mio amico Alderano ha parlato in questo luogo di una cena in una fabbrica occupata, la Ceramica Vaccari. I dipendenti tutti licenziati, senza la speranza di una cassa integrazione e con una misera buonuscita di 10.000 euro fatta cadere dall'alto e arrivata con fatica. I dipendenti non si arrendono, però, e stanno cercando imprenditori interessati a riinvestire su di loro, sull a loro fabbrica. Mi permetto di invitare i lettori di Alderano a visionare un filmato s.o.s. che è stato lanciato sulla rete e che è possibile vedere ai seguenti indirizzi: www.video.google.com e quindi cercare vaccari www.homepage.mac.com/enrico/share/FileSharing24.html Inoltre prendo l'occasione per invitarvi tutti all' R.D.A. May DAy di La Spezia per una giornata di musica pro-Vaccari il 2 giugno. Spero parteciperanno, fra gli altri, anche i nostri amati Les Anarchistes.
Un abbraccio a tutti, Silvia.
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21:02 commenti (1)
mercoledì, 17 maggio 2006
Fiorini e conigli.
Ieri a Firenze è stata consegnata a Caterina Bueno il Fiorino d'oro, ovvero il riconoscimento del Comune per i suoi meriti artistici e culturali. Era l'ora. (E non finisce di certo qui). La serata è finita con una cena sopraffina in una trattoria di campagna nel pratese con Carlo Monni e signora. Coniglio nostrale, insalata nostrale, patate nostrali, vino nostrali: incomparabile "la Pergola", trattoria che pare uscita dai quei luoghi restituiti in "Berlinguer ti voglio bene". (Se capitate da quelle parti, il numero è questo: 0574460445).
C'era anche Gianna Nannini, ieri, chiusa sigillata nel suo camerino e uscita sul palco a dire quant'è rock Caterina. Peccato che la sua manager - interpellata dal sottoscritto riguardo a una possibile partecipazione della Gianna a un concerto-tributo a Caterina (al quale hanno già aderito Bandabardò, Piero Pelù, Moni Ovadia, Riccardo Tesi, Gianni Maroccolo, Ginevra De Marco) - abbia detto che lei non fa mai serate insieme ad altri artisti. Lì per lì ho detto, ah, va be', allora... Poi qualcuno mi ha fatto notare che però al festivalbar Gianna non manca mai. Evidentemente, ci sono fiorini d'oro e fiorini d'oro.
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14:54 commenti (4)
giovedì, 11 maggio 2006
Un turco al Quirinale.
Il risiko istituzionale non mi entusiasma, così come la classe politica che in questo risiko si è data forma. Del resto, ne sono sempre più convinto, è specchio di un paese che è strutturalmente reazionario, e il massimo che si può fare è conquistare la Kamchatka.
Così, riguardo al nuovo presidente vorrei sommessamente far notare solo una cosa: che la legge che ha istituito i CPT porta (anche) il suo nome. Auguriamoci che l'augusto scranno dal quale d'ora innanzi concionerà lo porti almeno a uno di quei "mea culpa" che nelle monarchiche lande romane sono andati parecchio di moda, negli ultimi anni.
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23:26 commenti (8)
mercoledì, 10 maggio 2006
Il Piccolo mondo antico di Evasio Stoppani
Qualche mese fa ebbi a scriver qui di un collegio docenti del mio liceo - ciò che provocò squassi e terremoti entro il corpo docente, da’ pie' alla testa. Venerdì ho un altro collegio, e mi guarderò bene dal rinnovellare l'agitazione del corpo. Voglio però richiamare il fatto che ebbi allora a rinominarmi Evasio Stoppani. Trattavasi del mio alter-ego, la cui vita narrai, una decina d'anni fa, in un lungo racconto rimasto impubblicato, Vita di Evasio Stoppani appunto, scritto à la manière de Carlo Dossi, con ulteriori fagocitazioni linguistiche.
Narravasi in tal conto la forma informe della mortifera città tutta fatta di gente dabbene (horribilis genus) nella quale ad Evasio accadeva di vivere: Massa. Rinominata nella finzione narrativa come Mevia. Essendo tornato ad avere a che fare con le innominabili meschinità del gregge piccolo-borghese della cittadina, pubblico un breve estratto del mio vecchio racconto, così, giusto per dare un’idea del clima asfittico della città di Massa…
Ebbe negli occhi Jacopo, ossuto e dinoccolato, il solito panama in testa, davanti a quella bandiera (dov’era sparito, poi? Era da quel giorno che non lo vedeva): stavano preparando la festa, mentre sfilavano di gran carriera donne affannose e impellicciate con uomini ingrigiti in finti regimental. Jacopo aveva preso a dar vita a una delle sue solite performance. Intonava poesie, ghignanti cantilene pregne di improperi a un dio greve, crudele e odioso. Una s'intitolava Il congresso eucaristico di Chicago. Evasio lo conosceva sin da quando saltavano la scuola per andarsi a imboscare in qualche bar, e da allora non era cambiato. Sempre lo stesso gusto decadente di dar scandalo. E siccome quella città era uno dei rari luoghi dove ancora lo scandalo era possibile, risultava difficile sfuggire alla tentazione. Dunque Jacopo, giullaresco come suo solito (scartati dall'eternità abbiamo il dovere di essere giullari, aveva scritto a grandi lettere su una parete del sottopassaggio), si rivolgeva ai passanti, sdegnati dai suoi impoetici versi,urlando parole incomprensibili perfino a sè stesso: Sobbalza sordido skyline! Ed in quel tempo postnatalizio, le facce imberbi da asparagi idrocefali di cui andava cantando fuggivano inorridite.
Quel sobbalza sordido skyline! risuonò nuovamente nel sottopassaggio, quando Evasio, in singolare coincidenza sinestetica, vide con la coda dell'occhio un altro punto esclamativo. Anche tu protagonista! - così recitava un cartellone pubblicitario affisso su una macchina per fototessere che giaceva inutile da anni nel sottopassaggio. Un altro messaggio in codice. Qualcuno, in qualche luogo, si divertiva a farsi beffe di lui. Ecco un'altra vigliaccata del solito, oscuro demiurgo.
Qualche tempo prima, in quella macchina, ancora splendidamente funzionante, aveva scattato alcune foto. Gli servivano per il passaporto. Era deciso a trasferirsi in Zimbabwe, da Arianna. Si fingeva spazi e silenzi. Il nome stesso di quel luogo - Zimbabwe - gli rotolava dolce in bocca procurandogli un inconsueto piacere di libertà. Come una fila di cammelli ebrei al limitar di mistica piscina. Tornato a casa, nella posta in arrivo aveva trovato una lettera. Par avion. Poche, nude parole il suo congedo.
...
Oh, lo Zimbabwe!
Quelle grandi case di pietra, l’antico regno di Monomotapa!
Gli interminati spazi, e i sovrumani silenzi!
I giardini della preesistenza!
Invece, Mevia. Fumoso cumulo di rovine, pre-tutto e post-tutto, e nel frattempo nulla. Si faticava a trovare qualcosa che s’appiccicasse come distintivo all’anima del popolo. Sola tradizione agli e cipolle (“aghij e gibole, vinite, vinite gente.. .”), ormai vuote sillabazioni buone solo ad empire la bocca boccheggiante antenati e speranze. Nulla, nulla che avesse il sapore dell’eternità in quel borgo desolato: neppure la sgraziata figura d’una impiegatuccia del Comune, ché ognuna di esse si mascherava ormai, intemerata, secondo le mode teleimposte. Ecco, sì: ora sovviene il minimo comun denominatore agl’indigeni del luogo: il trucco. Auto e donne, similmente truccate: questa la vera, saporosa tradizione della città.
...
In pochi attimi, quasi fosse in punto di morte, rivide la città scorrergli sotto gli occhi in rapida sequenza. E che le immagini sono opera di Satana - non fu per lui mai vero come allora. Perché non la montagna delle rocce rivide Evasio - l’amato monte, perfetta immagine di solitudine - quel Tambernicche (o Tamberlicchi, secondo altra lezione) che il Poeta immaginò schiantarsi vanamente sopra i ghiacci di Caina; rivide invece la trama perversa della città, le labirintiche strade a inoltrarsi nel delirio delle case affastellate una sull’altra, sparse come semi sulla roccia, cresciute qua e là, senza criterio alcuno, a saturare la striscia di terra che separa i monti, forati come un dente in stato di avanzata carie, dal mare, il cui corpo pareva chiazzato dalla rogna.
E in quel selvaggio groviglio, Evasio non riusciva a fissare lo sguardo su alcunché. Si perdeva. Cominciò a barcollare. La testa ondulava, irrigidito il corpo, già minato da un’etilica stanchezza. Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva finalmente, per la prima volta, una chiara visione. E in quell’immagine credette per un attimo di riconoscere la propria. Reset. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più nè l'uno nè l'altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa fatta da miriadi di parti tra loro irrelate. Città informe, additata negli atenei a irriproducibile esempio, a futura memoria di architetti provvisti di ragione; città informe perfino nel nome con il quale era segnata sulla mappa, il cui ellenico etimo significava, guarda caso, impasto. Un vero blob, in fin dei conti concettuoso specchio della modernità.
Una città che si perpetuava in un sogno di pessima qualità, dove s'ammucchiavano brandelli di storie senza capo nè coda, e i tempi si sovrapponevano perversamente.
Una città in mezzo al guado, e lì sarebbe restata per sempre, a farsi traversare da tutte le correnti, a infradiciarsi e ammuffire e isterilirsi.
Evasio si chiedeva come sfuggire a quell'orribile spettacolo, a quel gelo, e intanto pensava che in Zimbabwe sarebbe stata tutta un’altra cosa....
postato da alderano
20:41 commenti (1)
giovedì, 04 maggio 2006
Guy Ernest Nietzsche
Rileggendo la seconda Inattuale, non si può fare a meno di tornare a essere innamorati di Nietzsche - della potenza profetica della sua parola. In quelle pagine risuona ogni volta un grido che spezza il tempo omogeneo e vuoto, erompe un respiro che salva dall'asfissia della storia ("la Storia è un incubo dal quale provo a svegliarmi" dice Stephen Dedalus a mr. Deary che gli professa il suo antisemitismo). Se l'uomo moderno soffre di una personalità debole, scrive Nietzsche, è perché " si fa continuamente organizzare dai suoi artisti storici la festa di una esposizione mondiale; si è trasformato in uno spettatore gaudente e errabondo, e è posto in uno stato al quale neppure grandi guerre e grandi rivoluzioni possono apportare un qualche mutamento. Ancora non si è conclusa la guerra e già viene tramutata in carta stampata in centomila esemplari, già viene presentata come nuovissimo stimolante per il palato ristucco degli avidi di storia".
Questo è amio giudizio un passo decisivo. Questo è un nesso imprescindibile per chi vuole rileggere Marx con Nietzsche. Qui, insomma, c'è già Debord. Impossibile non riportare allo Spettacolo della presente Società (ché il postmoderno sta già tutto quanto nel discorso debordiano) quel nietzscheano "eccesso di Storia" (quell'eccesso di senso) che proprompe dagli scaffali dell'eterno presente - un presente che è eterno proprio perché la Storia è divenuta talmente pervasiva da scomparire sotto il proprio peso, un presente eterno perchè eternamente schiacciato dal Senso della Storia. La perdita di prospettiva che oggi viviamo (e dunque la perdita dei "valori") non è dovuta altro che a questa "esposizione mondiale" organizzata dagli "artisti storici" richiamata da Nietzsche nella pagine della seconda Inattuale. Esposizione: tempo/storia/merce. La storia si fa feticcio (feticismo della merce - o Spettacolo), e non dice più niente ("qualche volta tu piangi come piangon le bestie"...): alla sua muta presenza non si può che soggiacere. Alla Storia che si è fatta Spettacolo, alla iperstimolazione che ne riceviamo istante dopo istante ("eccitazione", dice Nietzsche) non si può che rispondere con un infiacchimento etico, con una perdita di personalità, con una passivizzazione radicale: lo Spettacolo "è il sole che non tramonta mai sull'impero della passività moderna" scrive Debord, "esso ricopre tutta la superficie del mondo ed è immerso per l'eternità nella propria gloria". E poi: "l'alienazione dello spettatore (...) si esprime così: più contempla, meno vive".
postato da alderano
13:18 commenti (3)
mercoledì, 03 maggio 2006
Fin dal principio ogni cosa è in sé silenziosa e vuota Ma quando viene primavera e centinaia di fiori sbocciano il rigogolo giallo canta sul salice.
(autore a me sconosciuto - tratta dal libro Lo zen, di Jean-Michel Varenne)
postato da alderano
21:08 commenti (1)
martedì, 02 maggio 2006
La dottoressa Laura Schlesinger e' una famosa giornalista della radio americana; nella sua trasmissione dispensa consigli alle persone che telefonano. Qualche tempo fa, Laura ha affermato che l'Omosessualita', secondo la Bibbia (Lev.18:22), e' un abominio e non puo' essere tollerata in alcun caso. La seguente e' una lettera spedita alla signora Schlesinger da un suo ascoltatore.
Cara Dottoressa Schlesinger, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho imparato davvero molto dal suo programma, ed ho cercato di Dividere tale conoscenza con piu' persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che cio' e' un abominio. Fine della discussi one. Pero', avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.
1. Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?
2. Quando do fuoco ad un toro sull'altare sacrificale, so dalle scritture che cio' produce un piacevole profumo per il Signore (Lev. 1.9). Il problema e' con i miei vicini. I blasfemi sostengono che l'odore non e' piacevole per loro. Devo forse percuoterli?
3. So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Lev.15: 19-24.). Il problema e': come faccio a chiederle questa cosa? Molte donne si offendono..
4. Lev. 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si puo' fare con i filippini, ma non con i francesi. Puo' farmi capire meglio? Perche' non posso possedere schiavi francesi?
5. Un mio vicino insiste per lavorare di Sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?
6. Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei e' un abominio (Lev. 11:10), lo e' meno dell'omosessualita'. Non sono d'accordo. Puo' illuminarci sulla questione?
7. Lev. 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all'altare di dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere.... La mia vista deve per forza essere 10 decimi, o c'e' qualche scappatoia alla questione?
8. Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo e' espressamente vietato dalla Bibbia (Lev 19:27). In che modo devono esser messi a morte?
9. In Lev 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri; per giocare a pallone, debbo quindi indossare dei guanti?
10. Mio zio possiede una fattoria. E' andato contro Lev. 19:19, poiche' ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perche' usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. E' proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della citta' per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, piu' semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Lev 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?
Cara Dottoressa Schlesinger, so che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potra' rispondermi a queste semplici domande.
Nell'occasione, la ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che la parola di Dio e' eterna e immutabile. Sempre suo ammiratore devoto.
postato da alderano
21:23 commenti (7)
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I dipendenti tutti licenziati, senza la speranza di una cassa integrazione e con una misera buonuscita di 10.000 euro fatta cadere dall'alto e arrivata con fatica. I dipendenti non si arrendono, però, e stanno cercando imprenditori interessati a riinvestire su di loro, sull a loro fabbrica.
Mi permetto di invitare i lettori di Alderano a visionare un filmato s.o.s. che è stato lanciato sulla rete e che è possibile vedere ai seguenti indirizzi:
www.video.google.com e quindi cercare vaccari
www.homepage.mac.com/enrico/share/FileSharing24.html
Inoltre prendo l'occasione per invitarvi tutti all' R.D.A. May DAy di La Spezia per una giornata di musica pro-Vaccari il 2 giugno. Spero parteciperanno, fra gli altri, anche i nostri amati Les Anarchistes.
Un abbraccio a tutti, Silvia.