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del resto è così che ci si prende
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI
venerdì, 30 dicembre 2005
Anni.
Sono in Sicilia, per finire il libro di storie dai CPT. Da Togo, Liberia, Ghana, Romania. Guerre, roghi, deserti, mari, campi, baracche. Non bastano queste poche righe per dire l'incommensurabile di quei corpi che mi hanno traversato. Gli occhi che ho incrociato in questi giorni segnano l'anno passato. E stanno per lo spalancamento sulle cose di là da venire: senza speranza, solo nervi tesi. Occhi all'erta, mani strette in pugno. Buoni anni nuovi a tutti.
postato da alderano
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domenica, 25 dicembre 2005
Amicizia stellare
Distacco genera distacco
parole che girano a vuoto
presenze in effigie.
Non resta che lo stacco
senza volere, ma una presa d’atto
come di un evento naturale:
lo sciogliersi di un ghiacciaio
il propagarsi di un fuoco.
Questo disseccamento, al profluvio
di pelle d’un tempo, fa spavento.
Pare non possa darsene ragione.
Ma il suo d’evento esser naturale
ne dà figura, e conto: esso accade
inesprimibile. Al più, lo puoi spiegare.
Ma il perché, quello resta
dischiuso come il grido di Giobbe.
Stammi sano.
postato da alderano
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lunedì, 19 dicembre 2005
Ad limine Artaud.
Al PAC di Milano, Artaud è messo in mostra. Il suo corpo-parola lo si vede, sta esposto moltiplicato come il volto di uno skizo-dio. Foto, disegni, sequenze di film proiettate insieme su schermi e su specchi, e la voce che urla: Artaud aggetta da ogni-dove, la sua immagine riprodotta-riflessa-tracciata ti osserva, e non è mai la stessa. Come nella Visio dei di Cusano, solo che qui l’Origine è ovunque, l’Infinito è tutto qui, ed è sempre lo stesso che ritorna eternamente.
Torna anche nel vuoto della stanza manicomiale, e lì un brivido numinoso traversa le vertebre.
E si torna all’inizio, all’entrata di questo Artaud mostrato, monstre sublime ed osceno: la breve sequenza di un provino per il film La fin du monde. Ti consegni al suo sguardo, alla sua voce, e resti impigliato in questo ritorno. Nelle cadenze, nel ritmo, nel furore della sua voce: precisamente il ritmo eterno del caos. Un ritmo che in-sorge da una filastrocca per bambini, Marlborough s’en va en guerre.
Una filastrocca di bambini, la sua nenia, la sua ripetizione – la voce furente di Artaud ne allarga le maglie, la fa esplodere. La mette a nudo - il cuore scorticato, bruto – senza colore, senza posto. Artaud recita la sua filastrocca rendendola irriconoscibile, ma così facendo non le fa violenza, piuttosto disvela la violenza stessa dell’essere, quella violenza che le nenie dei bambini tentano di placare e sottomettere, i bambini la conoscono bene la violenza dell’essere, la hanno ben presente, e perciò tentano di addormentarla. Le filastrocche dei bambini hanno la forma della violenza in filigrana, perché è alla violenza che si rivolgono, è la violenza che chiamano, che implorano, che pregano.
Artaud la rovescia, squarcia il foglio della nenia, ne mostra la sua ragion d’essere – la sua region d’essere: essere-caos, informe, corpo senza organi. La voce di Artaud – la sua grana, la sua impossibile presenza – presentifica un’assenza, e con potenza d’infinita intensità ne espone il corpo.
E poi, su una parete, la celebrazione assetata del corpo di gloria, o corpo fecale. Non una blasfemia gratuita, verrebbe da dire, ma una blasfemia dotata di un profondo senso ontologico: e invece no, è proprio una blasfemia gratuita, ed è solo in questa gratuità – nella sua superficiale ri-piegatura dell’essere, nel suo ricalcarne la pura gratuità– che questa visione fa (fa: non ha) il suo senso.
Dio è un essere?
Se ne è uno, è merda.
Se non lo è,
non è.
Allora non è,
ma come il vuoto che avanza con tutte le sue forme
di cui la rappresentazione più perfetta
è la marcia di un gruppo incalcolabile di piattole.
La crudeltà artaudiana è il dis-piegarsi di queste forme di organi an-organici. Solo la crudeltà rende liberi. Come scrive in una lettera: “Penso che uno spirito, chiunque esso sia, non deve lasciarsi disgustare da niente. Non ci sono eccezioni alla libertà”.
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mercoledì, 14 dicembre 2005
Allo studente in cerca di lumi dopo l'hang-over
Chiedi l’aiuto del compagno Socrate, e il compagno Socrate non sa da dove iniziare. Una strada peraltro è segnata, da Blake, La strada dell'eccesso conduce al palazzo della saggezza. L’eccesso di Blake è anzitutto excessus mentis. Ma ci sono tante vie per comprendere questa via. Va bene anche la via dionisiaca. Anche di lì, io credo, si può arrivare alla sapienza. Certo è più rischiosa come via, ci si rischia di perdere, ma c'è la possibilità di ottenere guadagni anche maggiori del normale. Ubriacatevi, scriveva più o meno Baudelaire, di vino, di poesia o di virtù, come vi pare, ma ubriacatevi. Io credo che occorra tenere insieme le cose. Perdersi per trovarsi - non come peccato pentimento e redenzione, ma perché nella perdita, nello smembramento, c'è la possibilità di tracciare una forma di sé. L'ebbrezza - un'ebbrezza analoga a quella del vino - la si può trovare anche nel pensiero, una mano che strappa e fa del cranio una fioriera. Disponiti a Hegel in questo modo, come ci si dispone a un'ebbra avventura del pensiero che si smarrisce nella molteplicità, e si ritrova. Un'avventura del senso. Anche l'hang-over, il mal di testa del giorno dopo una nottata ebbra, è uno smarrimento - la testa gira - è disorientata - ma in questo giramento, in questa perdita di punti cardinali - lì lo sguardo si fa diverso, si fa altro, si guardano le cose diversamente. Le cose assumono un valore differente. Si tratta di non arrendersi di fronte a questa perdita, ma di penetrarla, di attraversarla, di carpirne il senso. Poi, dopo, le cose si sapranno vedere in maniera più profonda.
à su.ivre…
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martedì, 13 dicembre 2005
Miserabilia
Ogni professore ha il suo metodo. Il mio è quello di verificare la qualità, la sostanza, il rigore del ragionamento prima che l’acquisizione di conoscenze. Insomma, tentare di educare al pensiero, laddove spesso si tende a studiare mnemonicamente.
Capita che con il mio nuovo metodo alcuni 'bravi' non prendano più i soliti voti. Passano dall’otto al sei. Catastrofe. Le famiglie della vecchia piccola borghesia insorgono (immagino anche per il mio modo di gestire la classe anti-autoritario, e probabilmente per la mia stessa forma di vita) e spingono i loro ragazzi alla protesta. A una protesta, chiaramente, segnata dal marchio dell’infamia. I ragazzi sanno benissimo che al sottoscritto possono dire tutto, proporre tutto, che possono discutere di tutto. Ma dieci bravi ragazzi – un terzo della classe –, dopo aver insultato una ragazza che ha fatto un compito ammirabile schizzando in alto con il voto, vanno in fila indiana dal preside a protestare.
Ora, chi mi conosce sa bene quanto tale protesta possa influire sulla mia maniera d’essere. Ciò che mi basisce è la meschinità, le miserabilia, di queste piccole carogne. Educate alla disciplina, al servilismo, all’infamia. Incapaci di parola. Senza un briciolo di dignità. Servi che richiedono la frusta.
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sabato, 10 dicembre 2005
Senz’altri
Il servo desidera morire
di alito di terra e luce fioca
sotto pelle, piedi inabili alla fuga
veste troppo resistente
cera sorda e muta
Solo si denuda il servo
al verso della frusta
che nomina e consuma
Il servo ha sete di bruciare
vive solo
inginocchiato al proprio altare.
postato da alderano
15:29 commenti (8)
giovedì, 08 dicembre 2005
El pueblo unido…
La democrazia, finalmente, si vede, ed ha la forma di rivoli inarrestabili di persone di ogni età che scendono dalle montagne, per sentieri e mulattiere, tra boschi innevati, per riprendersi la terra, e affermare il diritto. Trenta, cinquantamila persone, valsusini e non, hanno riconquistato il cantiere di Venaus, da cui erano stati sgomberati con una violenza di stampo genovese (si legga qui una tra le tante testimonianze, quella di un prete; e si legga qui la cronaca di questa meravigliosa giornata).
Adesso i politicanti - simbolo della vergogna di una politica corrotta, vero e proprio ‘comitato d’affari’ – sono alle corde. Il sistema politico qui si rivela qui un solo grande ring spettacolare, dove l’impresa del ministro Lunardi fa affari insieme alla cooperativa rossa CMC (si legga qui, un’inchiesta di Diario segnalata da Anchorless, un’inchiesta completa che tra l’altro mostra, ancora una volta, come la maggior parte del giornalismo italiano sia fatto di servi). E il marketing di questo comitato d’affari spaccia il tutto per progresso.
Non ho altro da dire. Se non una grande, vera gioia.
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martedì, 06 dicembre 2005
Inno a Satana
Non ci si oppone al progresso. Specialmente se è quello delle tasche dei potenti. In Val di Susa chi si oppone al Verbo satanico – il treno fumante del progresso cantato da quel vecchio trombone del Carducci – viene pestato. Vecchi e donne inermi: a voi la razione di manganello. Arriva il vicequestore con la ruspa, Schiacciamoli tutti! Al suolo, chi quella terra la abita, schiacciarli è decisivo se si vuole difendere - come sempre si è fatto, del resto - i sovrapprofitti di speculatori e grande capitale alle spalle dello Stato e della collettività. E non invocare il principio di sovranità popolare e di partecipazione, non sarai mica un utopista?
(Per chi vuole approfondire - e prego tutti di farlo, è importante per capire in che schifo di mondo viviamo - c’è ottimo materiale sul sito di Legambiente della Val di Susa - in particolare questo documento, semplice e chiaro).
Poi c’è il solito forzaidiota (è il nuovo segretario dell’Udc) che, con il consueto disprezzo per il fatto, ammonisce la sinistra, Non bisogna confondere la protesta con la violenza. La violenza? Ma chi ha usato la violenza??? Per questo atteggiamento c’è forse un'altra parola se non negazionismo? Come di quelli che negano la realtà dell’Olocausto, il metodo è il medesimo, solo che questi sono negazionismi di regime, presentati ufficialmente sui mass media: la tv parla di scontri, Pisanu dice che non ci sono state cariche... Di fronte a questa vergogna si dispera di poter ancora usare le parole, la logica. Di fronte a questa vergogna resta l’azione. Il cuore in pace, caro Paperon Lunardi, non ce lo mettiamo. Quando il Potere dice che la violenza è quella di chi l’ha subita, ogni azione ne viene legittimata.
Viva la lotta per la libertà dei valsusini.
in nomine fratris dolcini.
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19:04 commenti (5)
giovedì, 01 dicembre 2005
Canti e porci
Ho trovato, e la cosa mi onora, il mio scritto sul film Porcile di Pasolini, già pubblicato su Nazione Indiana, anche sul sito Pagine corsare, a Pasolini dedicato. Qualche tempo fa lo stesso sito aveva pubblicato una segnalazione su Les Anarchistes, visto che di solito apriamo il bis dei nostri concerti con il Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini che Giovanna Marini scrisse il 4 dicembre del 1975, un mese esatto dopo la morte di Pier Paolo – del resto era stato proprio lui a indirizzarla alla scoperta del canto popolare: come scrivevo qualche tempo fa a proposito di Caterina Bueno, queste persone hanno davvero fonografato l’Italia la cui scomparsa Pasolini cantava in altro modo.
Se vi capita fate un giro su questo sito. E guardate il manifesto di Porcile, con l’immonda luminescenza al suo centro, come nel buco del culo del cielo. Se vi capitasse di trovarne copia, vi prego di farmela avere. Lo voglio sulla parete della sala, di fronte alla libreria, a fianco dei dischi di Caterina.
postato da alderano
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