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del resto è così che ci si prende
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI
domenica, 30 ottobre 2005
Il porcile sovrano.
Pasolini lo si celebra in un cinema che sta per essere chiuso grazie al multisala che hanno costruito accanto, è il mercato baby, e così addio al cinema Garibaldi che da fuori si fatica a distinguerlo da un negozio, e addio al suo odore di muffa. E’ qui che veniamo a vedere il Porcile di Pasolini, ed è giusto così. Siamo in due. Nella sala c’è solo un'altra persona. Rumori di sedie spostate, da sopra le nostre teste. Forse sono le tracce sonore dell’ufficio che riempirà, tra poco, questo spazio vuoto. Inizia Porcile.
E’ qui, in un presagio di morte, che compaiono i porci.
Ed è qui che appare il volto sovrano di Pierre Clementi, disertore da ogni potere, che mangia farfalle dopo aver ucciso il padre, e uccide serpi su rosse distese di vulcano. E’ il suono barbaro del suo itinerario nel deserto, luminescente di un tempo ulteriore, muto come il gesto di una pura esposizione.
E’ il suo suono, un suono eccedente di senso, la sottotraccia dell’afasia che ha colpito il borghese - bloccato e stupito - Jean-Pierre Leaud, colui che dice, Non ho opinioni. La parabola del giovane borghese ossesso (Sto bene come sto adesso, è la prerogativa dell’ossesso) si traccia in filigrana rispetto a quella del sovrano che ha guardato in faccia la divinità rimanendone fulminato. Il giovane borghese non diserta: sa bene che non può sfuggire alla sorte. Tutto ciò che può fare è consegnarsi al nulla della più infima abiezione – copulare con i porci (ma l’unico modo per parlare di Dio, diceva Bataille, è pensare che sia un porco). Il giovane borghese copula con i porci, si dà in pasto a porci, perché non ha altro modo per figurarsi lo splendore della sovranità. Quasi fosse l’ultimo uomo. Colui che deve tramontare, perché ha consapevolezza del niente che è. Il figlio dei grossi e grassi borghesi di Grosz e Brecht non può che anelare la propria soppressione. Julian aspetta. E non c’è nulla ch’egli aspetti. Lui ama, e non c’è chi ami. Non può risolvere nulla nominando, non c’è nulla da nominare, può solo sprofondare nella propria ossessione nientificante, che non può nominare, la sua ossessione è la sua dannazione, e la sua muta dannazione è l’unica salvazione. L’ossessione del porcile è una grazia che sia pure come una peste mi ha colpito. Gli incubi sono la cosa più sincera della sua vita, l’unico modo per affrontare la realtà.
“Il terrore sull’orlo della fossa è divino e io mi immergo nel terrore di cui sono figlio” (Georges Bataille, ancora).
Il disertore parricida è catturato e messo a morte, consegnato ai cani per essere sbranato. Ho ucciso mio padre, mangiato carne umana, e tremo di gioia. La sovrana, ateologica, estrema preghiera, come di un Gilles de Rais.
Il figlio borghese, invece - che non ha davanti a sé il fuoco del vulcano, ma il ‘focolare ardente’ di grandi borghesi i quali senza soluzioni di continuità sono trapassati dal nazismo al culto del progresso tecnologico - si consegna volontariamente alla morte, sbranato dai porci, durante la sua ultima cena. Una parodia del Dioniso Zagreo a cui non può che consentire, come supremo gesto etico tra quelli che il fato gli ha riservato. La sua viltà è stata una grazia, diranno di lui i contadini, i testimoni della Storia. Ha rinunciato alla spensieratezza, il Moloch edificato dai suoi padri.
Poi torniamo a casa. Apro il Castoro su Pasolini. L’autore, Petraglia, intellettuale organico d’antan, sputa sul film, dice che è un film disperato, che il suo autore ha rinunciato all’impegno, a un’analisi scientifica della realtà. Io, allora, non posso che sputare su Petraglia.
(Queste note si trovano anche su Nazione Indiana)
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22:11 commenti (6)
martedì, 25 ottobre 2005
Destini.
Mentre su Nazione Indiana si dibatte sull’etica dei collaboratori del Giornale, io a scuola ho a che fare con piccoli fascisti in erba. Due o tre, per la precisione, in una classe di una trentina. Ma più che sufficienti, l’assicuro. Una ragazzina di sedici anni alta uno e sessanta, potenzialmente dolce e tenera, ma di fatto una piccola serpe sfacciata, con evidenti carenze affettive e insicurezze che deve colmare ridendo sugli ebrei al forno raccontatele dalla sua compagna di banco dallo sguardo offuscato, ottuso, destinalmente condannata a viver come bruto. Un ragazzino, nella medesima classe, con l’apparecchio che ne sfigura il volto acneico, e lo sguardo a mezz’asta, invoca la bandiera del duce per spaccare il cranio agli zingari.
Perché ti piace gridare Viva il duce? gli ho chiesto. Perché c’è bisogno di un Capo, dice. Allora – si erano messi tutti intorno alla cattedra, in un informale pour parler - ho loro parlato di ciò che questo significa, dell’istinto gregario (di cui a Psicologia delle masse e analisi dell’Io), dei bisogni interiori che si vogliono sfuggire nel riversare la propria libido su un Capo. A volte sembrano seguirti. Ecco, forse questo è il punto di svolta. Poi tornano a ridere degli ebrei al forno.
Inch’Allah, nell’altra classe ho raccontato della vicenda di Said, pestato nel CPT e in questura, e adesso in fuga – e loro, li ho sentiti, c’erano.
La vicenda di Said, adesso, la racconto a voi. Su Nazione Indiana.
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sabato, 22 ottobre 2005
Terrore simulato, terrore realizzato.
La metafora è perfetta. Compiuta. Proprio perché non è solo una metafora. Ma una parola performativa.
A Napoli simulano un attentato terroristico, come già hanno fatto a Milano e a Roma. La simulazione del terrore, però, produce conseguenze reali: due ambulanze simulanti si scontrano, e ci sono cinque feriti veri.
Scegliendo di rappresentare un evento che non è ancora avvenuto, si sceglie di mettere in atto un fantasma, il fantasma del terrore: si fa simulacro di un’insussistenza, di un’irrealtà. Ciò che è reale è la nostra ‘realizzazione’, però. Nel momento in cui si crede reale qualcosa, insomma, questa cosa produce effetti reali. Il rovesciamento nella dinamica della rappresentazione della realtà produce comunque effetti reali. Ciò che conta, quanto alla produzione di realtà, è la percezione (e l’ideologia, nel senso etimologico). Un segno performativo, dunque: nel momento in cui si decide che qualcosa esiste, esso esiste davvero. Ed esiste per contagio.
Così come la società dei consumi vince globalmente perché fa leva sulla struttura della psiche umana, sulla natura dell’uomo in quanto macchina desiderante, così si può dire anche della società del terrore, la società che mette in scena l’emergenza: essa fa leva sulle modalità rappresentative dell’animale umano.
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mercoledì, 19 ottobre 2005
Genealogia e fondamentalismo
Da Avempax si discute del rapporto tra monoteismo e fondamentalismo. Condensando il tutto in una domanda: come comprendere che Bernardo di Clairvaux sia uno dei più grandi cantori dell'Amore di Dio e insieme invochi il 'malicidio' dell'infedele? L'interlocutore di parte avversa (in questo senso: di diversi principi primi) è l'omonimo Bernardo, uomo dotto, versato nella teologia e strenuo difensore della fede.
La genealogia, come analisi della provenienza, è all’articolazione del corpo e della storia: deve mostrare il corpo tutto impresso di storia, e la storia che devasta il corpo. (Foucault, Microfisica del potere). Quello che voglio dire è che si dovrebbe trattare di mostrare le pratiche che fondano un sistema. Se si rimane dentro quel sistema, tutto non può che apparire perfettamente logico. Un sistema teologico, poi, è perfettamente conchiuso in se stesso. Ma io credo che (a prescindere dalla fede) occorra strapparlo a quella compiutezza, e metterlo in relazione con la storia: una volta aperto, dischiuso, occorre mostrare la forma della ferita, e la ferita è l'iscrizione della storia. Insomma bisogna comprendere (prendere insieme, nella sua relazione necessaria ovvero storica ovvero genalogica e non meramente accidentale) il Bernardo mistico dell'amore e il Bernardo predicatore d'odio.
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18:12 commenti
lunedì, 17 ottobre 2005
La soglia del pianto.
Ennesima strage causata dai top gun americani sul villaggio di Ramadhi: settanta morti, dei quali almeno quaranta civili estranei a ogni guerriglia. Si festeggia, in questo modo, la vittoria al referendum.
Le immagini di un funerale. Calano nella fossa un uomo avvolto in una grande tela. Intorno, gli uomini si disperano. Tra loro un bambino. Primo piano su di lui. Piange, di un pianto spontaneo, inarrestabile. E porta le mani sugli occhi, in un gesto rituale di disperazione che a lui deve sembrare del tutto naturale. E che pure è stato appreso.
Il gesto del dolore, più di ogni altro gesto, di ogni altra espressione, appare con evidenza come una soglia di indistinzione tra natura e cultura. Il pianto è lo stesso ovunque, e non è mai lo stesso. Ogni gesto è sempre l’attributo singolare di un’unica sostanza, che però, in quanto sostanza, risulta inafferrabile.
Cercando di approfondire, vado a cercare uno dei libri che ho messo in lista d'attesa, L’origine del carattere nel bambino di Henri Wallon, libro decisivo per l’elaborazione lacaniana della teoria dello stadio dello specchio. Vado per sfogliarlo, e aprendo a caso (come sempre: 'il caso vuole') mi compare la pagina dove trovo scritto: "la tristezza (…) tra le nostre emozioni (…) è la più evoluta e la più socializzata. (…) Non c’è tristezza senza avere contemporaneamente compassione di sé, cioè senza assumere un punto di vista nei propri confronti che è proprio degli altri. Nella tristezza, l’individuo si conosce in quanto implica in sé l’esistenza degli altri."
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18:10 commenti (1)
domenica, 16 ottobre 2005
La parola-nuvola.
"Per Sklovskij, un formalista russo, le persone smettono di vedere i diversi oggetti che le circondano, gli alberi, le nuvole, le case. Li riconoscono senza guardarli veramente. E secondo Sklovskij il compito dello scrittore è di ricreare la prima visione delle cose nella sua potenza, in contrasto con il banale riconoscimento che se ne fa tutti i giorni. Ciò che lo scrittore ricrea è effettivamente proprio una visione, ma non si tratta di quella delle cose ma piuttosto della prima visione delle parole, nella sua potenza. (...) È quello che io chiamo fare centro con le parole" (Monique Wittig)
La visionarietà non è disordinato accumulo di immagini, ma restitutio ad integrum delle cose, traccia della nitida forma delle cose. La parola è tutto, per lo scrittore: a lui tocca dirla - di vederla - di crearla. Gli tocca, ché la parola è il suo gesto. La parola è la materia bruta dello scrittore. Il suono del senso è come il pigmento. Il pensiero ne risulta. Si rovescia come pioggia dai puri contorni della nuvolaglia di parole, rovesciando il rapporto ordinario tra pensiero e linguaggio così come fu metaforizzato di Vygotskij.
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23:35 commenti (3)
sabato, 15 ottobre 2005
Legati al piolo dell'attimo.
Stasera saremo a suonare a Saluzzo, al FestivalStoria. Parlerò un po’ più del solito, durante il concerto, per contestualizzare le nostre canzoni. Anche se su ognuna di esse, in realtà, ci sarebbe da parlare per un’intera serata. Il tema del FestivalStoria, che è alla sua prima edizione, è ‘Migranti per forza’. E anche sul tema delle migranze ci sentiamo a nostro agio. La ballata dell’emigrazione e Radio Libertaire - Comunità bandita (il sottotitolo è un richiamo alle tesi di Agamben) rappresentano le due grandi fasi dell’emigrazione italiana (dall’Italia e verso l’Italia) dal Novecento ad oggi. E poi, ogni canto anarchico è pieno di storia – e di migranza. Non solo l’Addio a Lugano. Anche i nostri canti lo sono, mi permetto di farlo notare. Fuochi di parole, uno sguardo panoramico sulle parole (dei) resistenti mandate al rogo (…brucia fra’ Dolcino…). O Il maggio di Belgrado, dove Erri De Luca racconta la sua resistenza durante la guerra di Serbia, in un testo a cui il sottoscritto ha aggiunto una quartina dove si accampa un riferimento all’opera in cui Nietzsche s.ragiona sul concetto di storia – sull’inutilità e sul danno della storia.
Cantano i poeti la dimenticanza
Cantano il sangue Cantano l’erranza
Cantano i poeti E si fanno memoria
Dell’inutilità e del danno della storia
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13:49 commenti
venerdì, 14 ottobre 2005
La musica nelle strade?
Oggi, giornata di sciopero contro i tagli della finanziaria nel settore dello spettacolo. In quanto musicista, stavolta la vicenda mi tocca in maniera diretta e immediata. Già quest'anno è stato evidente il netto calo di eventi prodotti e/o finanziati dagli enti locali. Per un settore in crisi come quello musicale (dovuto allo strapotere delle major, all'accentramento della distribuzione, alle forche caudine sempre più strette dei canali di trasmissione), un'ulteriore riduzione dei finanziamenti culturali è letale. Per questo anche questo blog, oggi, sciopera.
Noi vogliamo la musica nelle strade! Loro, ce la vogliono dare solo sullo schermo.
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lunedì, 10 ottobre 2005
Giù la maschera.
Quello che succede nei CPT è noto da anni, ormai. E’ noto a chi vuole sapere. A chi si dispone all’ascolto di quelle figure invisibili e mute, che si vorrebbero sottratte al mondo. Da anni l’attuale opposizione, probabile futuro governo, fa orecchie da mercante. Con coerenza, peraltro: in fondo sono stati loro a istituire i CPT, con la legge Turco-Napolitano. Legge certo peggiorata dalla immonda Bossi-Fini: ma il cammino era stato tracciato.
Adesso, il reportage di un giornalista dell’Espresso che si è finto naufrago ed è entrato come clandestino a Lampedusa ne mostra le violenze quotidiane. Tralasciamo le dichiarazioni della destra, che negano l’evidenza. Che siano privi di un briciolo d’etica non stupisce. Il reportage, però, ha provocate le proteste indignate del centrosinistra. Ipocriti. Questi non hanno voluto sapere, per anni; per anni hanno ignorato il problema, e adesso sono costretti a prender posizione. Ben poco volenti: nolenti. Non tutti, va bene. Ma i comandanti del vascello unionista se ne fregano dei migranti. Sulle politiche dell’immigrazione hanno scelto di seguire la deriva mediatica e sondaggista che mena alle politiche sicuritarie, buttando letteralmente a mare ogni tradizione solidarista e (viene da ridere, a scriverlo) internazionalista (ma quale internazionalismo è possibile per questa sinistra, quando il Comitato Centrale è stato sostituito dall’Ufficio Sondaggi?). Adesso fingono di indignarsi. Ed è una finzione che dà il vomito.
Voglio sperare che le politiche sull’immigrazione cambino, nel prossimo futuro sotto il segno dell’Unione, a cominciare dalla chiusura dei CPT. Ma questa emergenza mi dimostra, in maniera incontrovertibile, l’assoluta mancanza di etica politica che regna anche a sinistra, il suo opportunismo, la povertà della sua politique politicienne.
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00:43 commenti (11)
sabato, 08 ottobre 2005
Ormai è fatta…
E’ online un bel sito dedicato all’anarchico Horst Fantazzini, costruito da quella che ne stata l’ultima compagna, Pralina Diamante. Ci sono anche gli scritti di Horst: le sue memorie dall’Asinara - un vero e proprio lager nell’Italia degli anni settanta -, le sue riflessioni sulle istituzioni carcerarie, i suoi racconti. Doveva essere una gran bella persona, Horst. Una persona con un’etica profonda, a dispetto di quel che il benpensante può pensare. Di seguito, la sua etica dispiegata a proposito delle rapine. Il rapinatore gentile, lo avevano chiamato.
Intanto, perché ad un certo momento mi sono messo a rapinare banche e perché solo banche? E perché le rapinavo da solo? In realtà, dopo aver letto le vicende della "Banda Bonnot" e anche Brecht ("E' più criminale fondare una banca che scassinarla"), parlai con alcuni compagni anarchici del mio progetto di rapinare (allora non si diceva ancora "espropriare", al '68 mancavano alcuni anni...) banche per rivitalizzare economicamente la stampa anarchica. Fui quasi preso per un pazzo. Se non fossi stato il figlio di Libero, m'avrebbero persino preso per un provocatore. Allora, mi misi a rapinare banche da solo.
Come le rapinavo le banche?
Prima studiavo attentamente le strade del posto. Cercavo sempre le banche periferiche o situate in piccole città. Cercavo di capire dove ci sarebbero stati i primi posti di blocco e cercavo stradine periferiche, deviazioni, per non dover passare in quei punti "caldi". Se possibile, dopo pochi Km. abbandonavo la macchina in un posto dove non l'avrebbero trovata subito e prendevo un pullman oppure un autobus e mi portavo fuori dalla "zona calda". Una volta rapinai una banca in provincia di Bergamo, sulla strada che da Bergamo scende ad Iseo. Il paese era Tagliuno. Rapinata la banca, scappai verso Iseo. Prima d'entrare in Iseo lasciai la macchina in un garage, dicendo di cambiare l'olio e di lavarla, affermando che sarei passato a riprenderla dopo alcune ore. Poco lontano c'era una fermata dell'autobus. Presi l'autobus e rifeci a ritroso la strada fatta per scappare. Arrivati a Tagliuno, davanti alla banca che avevo rapinato quindici minuti prima, c'erano i carabinieri e una gran folla. La gente sull'autobus faceva commenti pesanti e una signora accanto a me disse che ci voleva la pena di morte per chi rapinava banche... ed io le davo ragione. Arrivato alla stazione degli autobus di Bergamo salii su un pullman diretto a Milano. In quel periodo autobus e pullman di linea non venivano fermati ai posti di blocco, a meno che non si fosse trattato di fatti gravissimi. Ma perché "rapinatore gentile"? Perché non urlavo e mi rivolgevo agli impiegati fermamente ma con gentilezza, spesso scherzando per sdrammatizzare. Perché se nella banca c'era gente aspettavo pazientemente il mio turno, facendo finta di controllare delle cifre su di un foglio, finché la banca si svuotava. Allora mi avvicinavo alla cassa poggiavo la mia borsa sul tavolo e, al posto di una cambiale da pagare tiravo fuori la pistola e, tranquillamente dicevo all'impiegato: "Stai assolutamente calmo e non ti succederà nulla. Prendi tutti i soldi che hai in cassa e poggiali sul banco". Gli altri impiegati non si accorgevano subito di ciò che succedeva. Quando realizzavano che c'era una rapina, alzavano subito le mani, allora io gli dicevo di poggiare le mani sul tavolo, di stare tranquilli, di comportarsi normalmente. Se per caso fosse entrato un cliente mentre la rapina era in corso, cosa che è successa molte volte, non si sarebbe accorto che era in corso una rapina. Poi quando arrivava vicino a me, gli mostravo la pistola e anche a lui dicevo di stare tranquillo e lo facevo andare in un angolo lontano dalla porta d'uscita. Quando mi avevano consegnato i soldi, dicevo a tutti di stendersi per terra e di non alzarsi per cinque minuti, che c'era un mio complice, fuori, che sarebbe intervenuto se si fossero alzati prima dei cinque minuti e lui non era così tranquillo come me... Solitamente, aspettavano realmente i cinque minuti. A volte entrava un cliente e vedendo gli impiegati per terra, era lui a dare l'allarme.
Una volta, durante una rapina, un’impiegata ebbe un lieve malore per la paura. Il giorno dopo sul giornale lessi le sue generalità e tramite la Fleurop le mandai un mazzo di fiori scusandomi per la paura che le avevo causato. Ecco, così nacque il "Rapinatore gentile".
Ma la mia gentilezza è innata, non affettata. Diciamo che sono gentile per natura, fa parte del mio carattere e quindi traspare anche in situazioni anomale nelle quali, normalmente, la gentilezza non dovrebbe avere diritto di cittadinanza...
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23:49 commenti
giovedì, 06 ottobre 2005
Dieu, ou Madame Edwarda.
Il successore di Ratzinger mette in guardia dal demonio, E’ peccato votare chi è a favore dell’aborto. A che, stupirsi? A che, indignarsi? Ciò che accade è solo questo: il prete che si conferma prete. Il sacerdote non avrebbe ragion d’essere se non in quanto gestore dell’invisibile, in quanto assertore dell’inverificabile. Votate pure chi sostiene i massacri in giro per il mondo, l’importante è che prestiate fede – e la fede dev’essere prestata al prete, a chi dispensa il vero (che non è di questo mondo) – in una materia oscura. Ciò che fa il discrimine è il Verbo che sigilla il vero in una materia informe e inverificabile. Senza mistero la fede non ha ragion d’essere. Raztinger, e chi ne fa le veci, è assolutamente coerente, in fondo.
E’ la stessa coerenza, del resto, che si mostra sulla Crociata contro i Pacs (l’amore è un fatto privato, l’amore sfugge alla legge: c’è dunque bisogno del Sigillo).
Poi, come risvolto della fede, si passa alle più terrene necessità della religione. Via l’Ici, in fondo, che diamine, come si può pensare di tassare Dio? Coerenza, Dio c’è ed è primo in classifica, cantava non a caso lo zappiano Sandro Oliva, qualche anno fa.
Dio non si può tenerlo fuori dalla vita pubblica, ha detto Ratzinger.
Dio parla, e la sua parola è pubblica.
Dio, una femme publique.
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20:06 commenti (6)
mercoledì, 05 ottobre 2005
Opinioni secondarie
Mi chiamano dalla redazione del giornale locale, Vorremmo sapere se lei andrà a votare alle primarie. Va da sé che la domanda suscita la mia sorpresa. Non mi era ancora accaduto di trovarmi tra le personalità della cittadina cui chiedere un'opinione che facesse opinione (insieme, che so, al manager teatrale ex assessore, al segretario dell'associazione dei balneari e quant'altro...). E va da sé che rispondo di No. Perché mai dovrei andare alle primarie dell'Unione? Mica mi sento parte dell'Unione. Vado forse a votare alle assemblee di un condominio in cui non abito? Tanto più che le primarie funzionano da plebiscito, per legittimare delle scelte già operate dai partiti. Comprendo l'operazione di Rifondazione, la necessità di 'spostare a sinistra' il baricentro dell'Unione. Ma non posso, davvero, con-dividerla. Il gesto di partecipazione alle primarie implica l'adesione a un progetto comune, a una comunità - di cui non mi sento parte. Paradossalmente, le primarie sono una coscrizione obbligatoria nel sistema politico-istituzionale assai più cogente che non la partecipazione alle normale elezioni, quelle parlamentari o quelle locali. A queste ultime posso partecipare - oltre che in virtù della riduzione del danno - perché, volente o nolente, di uno Stato faccio parte. Lo Stato, a me, si è dato. Io sono stato gettato, deietto, in questa realtà politica. Ci sono già dentro, anche se parlo e agisco per uscirne fuori. Adesso, invece, mi si chiede di sottoscrivere un patto volontario. mi si chiede l'anima, per così dire. E a questo punto non ci sto. Resto fuori.
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17:44 commenti (18)
lunedì, 03 ottobre 2005
Nascita di una nazione.
E’ il nostro diritto, che sta nascendo oggi.
Queste le parole di Pap, il rappresentante della comunità senegalese della Spezia. E io sono tornato a casa con la sensazione di aver assistito un evento pieno di senso storico. Comunità di migranti che per la prima volta prendono la parola, nell’occasione del voto alle primarie, grazie al lavoro di un’associazione antirazzista (Centro L’Incontro), che si è fatta da parte, per far sì che fossero i migranti a parlare, da soli, senza patrocini, senza benefattori. Parlano e rivendicano: appunto, creano diritto.
Gli immigrati stanno cambiando, continua Pap. Non più quelli che si limitano a lavorare con le braccia, ma quelli che pensano con la testa.
Anche i rappresentanti delle comunità che si alternano al microfono hanno la mia stessa sensazione. Lo si vede nei gesti, lo si sente nella voce, che sono emozionato, lo dicono loro stessi. Non sono abituati a parlare in pubblico, ma si fa presto ad abituarsi.
C’è un maghrebino che ringrazia tutte le comunità, compresa quella italiana. Noi abbiamo deciso di combattere anche per gli italiani, dice. Vogliamo votare non solo per i nostri problemi, ma per i problemi di tutti: la guerra, il lavoro, l’antiproibizionismo. Siamo tante comunità, siamo una sola comunità. Noi abbiamo bisogno di loro, dice un altro, e loro di noi.
Il processo, certo, non sarà idilliaco. Una ragazza nigeriana è arrabbiata. Lavoro come lavapiatti quindici ore al giorno per ottocento euri al mese. Ho penato due anni per trovare una casa. Nessuno che me la dava. I dominicani, però, con la pelle bianca, non fanno questa fatica. E perché i poliziotti non fanno che fermarci, in giro per la strada, e i domenicani non li fermano mai? Sempre la stessa storia: la pelle bianca. Lo Stato ha già cominciato a lavorare in questo senso: creare divisioni tra i poveri, nella underclass, è la strategia più comoda.
Ma Mary, un’altra nigeriana, conclude così, molto semplicemente: io voglio solo tranquillità, voglio serenità. Poi depone la sua scheda simbolica nella urna.
…continua…
postato da alderano
23:44 commenti
sabato, 01 ottobre 2005
Reti solidali.
I nodi della rete, spesso, volgono da un iniziale sfolgorio a un addensamento - come di mosconi attorno a una fiamma - che ne oscura la chiarezza e ne saturano lo spazio. I nodi ingrossano e non scorrono più. Si vedano i vari gruppi di discussione, in giro, sempre più persi in vane chiacchiere. Oh, verrebbe da sospirare, quanto spesso il rischiaramento ritorce contro di sé la luce profusa! Anche nelle discussioni su Indymedia abbondano gli stolti - senza neppure riso sulla bocca... Ciò non toglie che Indymedia adempia a una funzione importante. Lo dimostra il caso di Federica, che ieri ha lanciato un appello: il mio ragazzo è finito nel CPT di via Corelli, lo rimandano via, qualcuno mi aiuti. E qualcuno è intervenuto. Anch'io mi sono fatto avanti, le ho fornito tutti i nomi raccolti in quest'ultimo anno in cui ho cercato ragazzi che mi raccontassero la loro storia di migranza e di CPT, per il libro che sto chiudendo. Sinceramente, dopo aver telefonato a Federica, mi sento meglio. Sento che la rete riacquista un senso. E così anche le parole che di tanto in tanto mi accade di lanciare in questa rete.
postato da alderano
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