del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

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venerdì, 30 settembre 2005

 

Il pozzo nero.

 

Il cuore nel pozzo è stata una fiction televisiva della Rainvest che affrontava, con una ricostruzione pseudo-storica e tendenziosa del più bieco revisionismo postfascista, la questione delle foibe. (Si veda la critica svolta a suo tempo  su Carmillaonline da Wu Ming). Il giorno della messa in onda della fiction, qualcuno a Trieste – nel cuore di quel pozzo nero – ha protestato davanti alla sede Rai. E qualcuno ha sventolato la bandiera delle Brigate Garibaldi: il tricolore con una stella rossa in mezzo. Quello, piaccia o non piaccia, era il vessillo di chi ha ridato la dignità di popolo a una massa informe. Il vessillifero – vicepresidente dell’associazione antifascista Promemoria – è stato denunciato, su istigazione di un assessore postfascista, per vilipendio al tricolore. Oggi si possono sventolare impunemente svastiche celtiche e fasci littori – non le stelle rosse, che delle camicie nere hanno fatto un fascio sulla piazza del paese… Questa è una di quelle ‘piccole’ vicende che però dicono molto, che nella loro piccolezza addensano una molteplicità di senso, di sensi della storia.

Il mio invito, dunque, è quello di sottoscrivere l’appello dell’associazione Promemoria, che chiede la solidarietà di tutti. Lo potete fare, con nome e cognome (nonché città - come dire: di riferimento - e altri dati eventuali,a piacere), nello spazio o commenti, o con una mail qui.

 


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martedì, 27 settembre 2005

 

Anime salve.

Solo in terra straniera, senza che nessuno, neppure altrove, neppure nella terra natale, possa starti vicino e strapparti a questa solitudine. Ecco, Fatawu è davvero in questa condizione. Nessuna metafora: Fatawu non ha nessuno. L’unico familiare su cui potrebbe contare è suo nonno, che sta ancora nella terra natale, nel Darfour. Ma quando ha provato a chiamarlo per telefono ha risposto uno sconosciuto. Fatawu mi mostra la sua rubrica rossa e sgualcita, è la sua sola radice questa rubrica, è davvero il suo tesoro: mi fa vedere il numero, quel numero esiste, è reale, eccolo qua. Ma non c’era più nessuno, di là. Allora Fatawu si è perso del tutto. Non gli resta che camminare tutto il giorno per le strade di Roma, senza poter lavorare, con la paura di essere fermato dalla polizia e spedito in un CPT, prima, e poi via, fuori d’Italia. Ora qualcuno sta cercando suo nonno. Ma non è facile ritrovare qualcuno, nel Darfour devastato dalla guerra, svuotato da folle di profughi in cerca di rifugio.

 

Tra i trentasette della Cap Anamur, la nave umanitaria che aveva raccolto un battello in procinto di affondare, solo due non sono stati rispediti a casa. Fatawu è uno di questi due: a lui è stato concesso di sperare in uno status di rifugiato. Solo che poi il tempo è stato lasciato scadere, e lui è un clandestino, un animale braccato.

 

Ma Fatawu dice: Sono stato fortunato.

 


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mercoledì, 21 settembre 2005

 

Maledizioni.
Maledire fa bene. Sempre che non si maledica a caso, va da sé. Ma con una risata – la risata che seppellisce. La risata carnevalesca che rovescia e squarta. Fa bene maledire ridendo. Tanto che i benefattori, a noi maldicenti, ci dicono malfattori.
E si maledica cantando, come in questi due canti toscani. Il primo è un rispetto, un’aria dolce, sulla quale spesso si appoggiano parole d’amore, e che in questo caso serve a porgere dolcemente una mirabile maledizione. La seconda, una ancora più ilare maledizione dei maggianti.
Oggi, ho voglia di cantare.
 
 
Chi dice mal di me sia maledetto
Tutti i sei giorni della settimana
Il lunedì gli venga il mal di petto
Il martedì la febbre terzana
Il mercoldì la comunione a letto
Il giovedì sia posto nella bara
Il venerdì sia messo in chiesa scura
E il sabato sia messo in sepoltura
 
 
E v’entrasse la gorpe n’i pollaio
che v’ammazzasse tutte le galline
che v’entrassero topi n’i granaio
che v’ammuffasse i’vin nelle cantine
un toro vi pigliasse n’i pagliaio
e v’ammazzasse le bestie vaccine
un accidente a’i padre e uno alla figlia
un accidente a tutta la famiglia

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giovedì, 15 settembre 2005

 

Ciao Alfonso

 

 

Il cuore di Alfonso Nicolazzi si è fermato – si è fermato il cuore del cuore degli anarchici di Carrara. Un uomo che – come ha detto il Taro, memoria storica dell’anarchia carrarina – aveva sempre una buona parola anarchica per tutti. Di poche parole, ma di quelle buone. Scoprivi, non appena lo conoscevi giusto un  po’, che era un uomo di grandissima generosità. La generosità che ha segnato tutta la sua vita. Era lui a stampare Umanità Nova, lo storico giornale degli anarchici, alla tipografia – dove tutto, nell’apparente caos, ha un ordine perfetto. (Il fatto è che con gli anarchici è doveroso andare sempre al di là delle apparenze). Un uomo il cui sorriso si è allargato nella figlia, e il cui silenzio è trapassato nell’amore per le vette del figlio.

 

Al funerale, oggi, c’era una gran folla. Ma non la folla anonima. La folla dei compagni che si danno nome e mano. Una folla che canta i canti anarchici sotto le bandiere rosse e nere, e alla tipografia brinda col vino bianco ad Alfonso, col vino che piaceva a lui. Come stai, mi dice il Taro, bevi! – ma l’ho visto, un attimo prima, asciugarsi le lacrime. E davanti al Germinal, la storica sede degli anarchici, qualcuno dà questo saluto ad Alfonso, il più bello: Oggi è stata la prima mancanza di Alfonso verso l’anarchia, perché non è qui con noi a cantare al suo funerale. Lacrime, un groppo che si scioglie, quando il corteo parte e la banda intona Addio Lugano bella: l’ideale, la bellezza e la dolcezza dell’ideale, che qui, davanti alla morte, appare come irrimediabilmente – e irredibilmente – irraggiungibile. Cantiamo, tutti. Si canta e si piange. E cantiamo ancora, al cimitero, dove Alfonso va giù ‘nella fredda terra’, accanto a Gino Lucetti, Belgrado Pedrini, Giuseppe Pinelli, Goliardo Fiaschi. Cantiamo per lui, con lui. Vieni o maggio, t’aspettan le genti, il canto di Pietro Gori, sull’aria di Va’ pensiero, il canto che Alfonso cantava con la sua voce potente. Che si conclude così:

 

Date fiori ai ribelli caduti

 

collo sguardo rivolto all'aurora

 

al gagliardo che lotta e lavora

 

al veggente poeta che muor.

 

 


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mercoledì, 14 settembre 2005

 

Un libro aperto.

 

 

Ho un libro sottomano, sotto gli occhi. E’ un libro che ha settant’anni di vita - ma una vita ancora imbozzolata, mai dischiusa alle dita, allo sguardo. Le pagine sono ancora da tagliare. Con una lama le separo, e apro le parole al mondo. Ma pagina dopo pagina il libro non regge al peso del tatto, il contatto è contagio fatale: il libro perde pezzi e colla, si smembra, pagina dopo pagina.

Il libro è consumato. Consummatum est. Finisce, e finisce di usura. L’usura consuma le parole. A consumarle il tempo al quale sono state dischiuse. Il tempo è usura.

Usura: come l’usura delle monete nel saggio di Derrida: l’incancellabile architraccia non è che questo libro chiuso, prima che venga squadernato e sottoposto all’usura della lettura. – Ma: prima della lettura non c’è nulla: non si dà alcuna parola che non sia letta, e usurata.

Il libro chiuso è il concepimento originale – il concepimento prima del peccato – il libro appeso all’albero. Aprirlo è coglierlo. Ma finché non si coglie la mela, e la si mangia, non si conosce alcuna mela. La mela è conosciuta solo nel momento in cui è parlata. Afferrata (fattane concetto) e parlata.

Spinozianamente: Il libro chiuso è l’attributo dell’estensione. Aperto, è l’attributo del pensiero.

 


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martedì, 13 settembre 2005

 

 

Dell’eautonomia pratica.
Sei un supplente, e ti tocca iniziare la scuola. Con i ragazzi appena rientrati a scuola e ancora il sale del mare sulla pelle e il sapore dell'erba in bocca. La titolare torna fra due settimane, e ti dà istruzioni sul programma. Fai questo, non fare quello... Di più: Devi! Non devi! - alla faccia di Kant. Ma la titolare non è la voce dell’imperativo categorico – e, per inciso, Kant afferma chiaramente che la morale è autonoma (anzi, come suggeriva Massimo, con un hapax Kant parla di eautonomia). E il supplente, in piena autonomia, ritiene che abbia molto più senso, in due settimane, fare un percorso trasversale sull’idea di nazione (legando la nascita dell’idea di nazione - dopo la lunga gestazione storica, fino all’elaborazione di Herder, Rousseau e in fine Fichte – e le pratiche di nazionalismo e imperialismo – con attenzione a Hannah Arendt) piuttosto che enumerare l'attività del governo Crispi. E l’indebito devi! diventa puro flatus vocis.
 
PS Bentornato a Avempax, che edifica danzando una nuova torre di Babele...
 

 


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sabato, 10 settembre 2005

 

Contro la simpatia.

 

 

Prima di andare a ricevere il premio per il mio Corpo esposto, espongo qui qualche chiacchiera mondana. Intercorse con una persona ben addentro alle alte sfere del giornalismo italiano. La quale mi diceva quelle che sono le salde, incrollabili certezze dei giornalisti italiani – che non fanno inchieste serie (che so, un Watergate, non sia mai), ma sanno tutto quanto alle vite nascoste degli uomini potenti.

Allora: Rutelli ha fatto carriera perché è stato amante di Pannella (pensate che bello averne le prove e sbandierarle la prossima volta che va dal Papa); Berlusconi, oltre al cesso in radica e i rubinetti d’oro, ha pure una patologia molto comune, l’impotenza (ma come l’unto del signore scende tra i mortali in questa maniera così meschina? Come chiosava un’amica: non tromba, è per questo che ce lo butta nel culo a noi. E Freud e Bion sono serviti); Fassino è inusitatamente un gran donnaiolo, e adesso sta con la Ferilli (fedeli alla linea, altroché); Casini è un porco e ci prova con tutte (adesso che ha un ruolo si dà un contegno, ma l’anima è quella, insomma).

Di La Russa, infine, si conferma l’immagine televisiva: è un gran simpaticone. Il che m’induce ad essere definitivamente certo di quanto già sospettavo: ovvero, del fatto che oggi la simpatia è la virtù più carognesca. Assolutamente funzionale allo status quo, oggi viviamo nell’era del trionfo della sveltezza mentale che si esprime in battute di spirito, conoscenze superficiali elargite a piene mani e con eloquio sagace, sorrisi dosati sapientemente, conoscenze personali sapute usare in situazione,  – insomma la chiacchiera pura è oggi requisito culturale necessario per scalare la piramide sociale.

Di fronte a questa simpatia, la salvezza viene dai musoni. Chiunque altro sarà recuperato.

E se non siete musoni, almeno consegnatevi alla poesia.

 


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mercoledì, 07 settembre 2005

 

Del corpo esposto.

A corpo esposto, il mio libretto di poesie, è stato assegnato un premio speciale: assegnatari, i membri della giuria del premio Alpi Apuane. Premio fondato da Enrico Pea, il cui romanzo Moscardino venne giudicato da Ezra Pound uno dei più bei libri della narrativa italiana (lo giudicò talmente bello che lo tradusse in inglese). Quest'anno il primo premio è stato assegnato a Maria Luisa Spaziani, secondo alcuni la più grande poetessa italiana vivente, grande amica di Montale. Voglio dire, mica mi posso lamentare, anche se il premio speciale non comporta pecunia (che, per i giovani poeti squattrinati, non olet...). A parte gli scherzi: chi avesse l'insana voglia di assistervi, la premiazione si svolgerà sabato 10, alle quattro del pomeriggio, a S. Carlo Terme, panoramico villaggio nelle montagne sopra Massa.

Se avete voglia invece di sapere qualcosa sul corpo esposto, andate qui: troverete una bella, lusinghiera recensione, con allegata intervista al sottoscritto, ad opera di Giuseppe Iannozzi.


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sabato, 03 settembre 2005

 

Il buio fuori.

Ahimè. Quest’estate ho finito i libri disponibili di Cormac McCarthy. Mi mancava Il buio fuori, e l’ho letto, con somma, e sacra, gioia. La gioia davanti alla morte, per richiamare, ancora, Bataille.

Questa è pura, vera mitologia. Le figure di McCarthy sono vivide, vibranti, carnali, sanguinanti rappresentazioni delle forze primarie del cosmo. Si potrebbe vederla anche come una vera e propria cosmogonia. McCarthy mostra, con una smisurata potenza visionaria, l’eterno divenire di un Cosmo in dissoluzione, votato all’Apocalissi già da sempre. Una paradossale cosmogonia apocalittica, dove le potenze della generazione sono le medesime forze della degenerazione. Potenze che fingono un Cosmo là dov’è solo Caos.

Quello di McCarthy è una sorta di sguardo gnostico che contempla l’universo: se l’universo si muove in un indifferente fluire (che per l’uomo assume le sembianze, e il nome, del Male), l’occhio di McCarthy saetta della stessa indifferenza. Con la stessa indifferenza racconta le infinite erranze di personaggi alla ricerca di un qualcosa (di una qual cosa: laddove, al limite, non è la cosa ad importare). Una ricerca che non può che fallire il suo scopo, votata al fallimento, un itinerario che non può che concludersi – come si conclude Il buio fuori – in acque paludose, e nello sguardo cieco che non sa di averle davanti.

Anche ne Il buio fuori McCarthy racconta quest’itinerario desertico con icone cinetiche di incomparabile intensità. Come la sequenza della furiosa, inarrestabile, letale corsa di uno sterminato branco di maiali nel deserto, tra la gola ed un burrone. Una legione di maiali,imprevedibile irruzione del Male, sublime ipostasi del Maligno. O con le mute sagome d’ombra della trinità sterminatrice che percorre il libro, segnandone le stazioni con le sue morti, elargite gratuitamente.

Adesso, per saziare la fame di nuove opere di McCarthy, oltre alle ovvie e inevitabili riletture, occorrerà attendere la traduzione di Suttree, romanzo del 1979 ancora inedito, secondo alcuni il suo capolavoro, e di No Country for Old Men, il romanzo appena uscito quest’estate. (Ci sarebbero però anche una sceneggiatura, e un’opera teatrale). Mi sa che non attenderò, però, e ricorrerò ad Amazon.

 


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