del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


martedì, 30 agosto 2005

 

Le Cirque de la solitude.

 

 

C’è un posto, in Corsica, che si chiama Cirque de la solitude. In questo modo avevo deciso di intitolare il mio romanzo impubblicato (aggiungo sperando: per adesso). Quest’anno, in maniera improvvisa e immeditata, ci sono andato. E’ il passaggio più duro del G.R.20, la Grand Randonnée che taglia l’isola da nord-ovest a sud-est passando per i grandi scenari delle montagne corse. E’ una gola scoscesa, che bisogna discendere quasi appoggiati alla roccia, col baricentro all’indietro, e risalire inerpicandosi fino al passo, dove si esce dalla gola tra i gridi dei corvi e le forme visionarie delle rocce. Arrivarci, e uscirne, è una sorta di odissea del respiro.

Si parte da Haut-Asco. Il rifugio. Dites-vous, jeune-homme. Ci vorranno sei ore, per il rifugio di Tighjettu. Un prato, e uccelli dalle piume azzurre. Bosco di larici. Pietraia. Sassi impilati. Distese di erica. Pietre rossastre. Vette rocciose, gialle e rosse. Completamente da solo, in questa valle. Una piantina rossa, e non saperne il nome.

Un registratore alla mano, nel cammino. La necessità del silenzio - la necessità di dire, di scrivere una traccia - l’impossibilità del silenzio. Ovvero: il nulla come puro cominciamento dell’essere – che non si risolve in sintesi, ma nella soppressione pura e semplice della tesi in quanto impossibile. Il nulla diviene l’insensatezza stessa del senso dell’essere. La ricerca del nulla è – coincide con – il corpo. La ricerca del corpo – il corpo, il corpo, dov’è il corpo? Il corpo lo si va a cercare sulle montagne. Il corpo è il suo silenzio. Il silenzio del corpo. Sto in questo respiro affannato.

Voci invisibili dalla vetta. Il rumore dei miei passi.

Il senso è qui, e fa rumore. Il silenzio sta nell’osservare questo rumore – il che, sul piano del pensiero, si dice: il pensiero si prende in considerazione in quanto pensiero – in quanto forma. In meditazione si vedono i pensieri scorrere – il pensiero osserva i propri movimenti – il dipanarsi di una traccia, il farsi di una forma. ‘Sul piano de pensiero si dice’: significa che esistono due piani? Sì. Come per gli attributi spinoziani. Ma si tratta sempre della stessa cosa.

Immerso nei pensieri, il corpo cammina da solo, al suo proprio ritmo. Non mi affatico. Sono più riposato adesso di quando sono partito.

Prati. Macchie. Terra rossa. Pietrisco. Come se il monte a ridosso delle rocce, in questa conca, fosse spellato. In lontananza il rumore del vento e nuvole nerastre.

Corvi. Roccia rossa.

La pietraia si inerpica, le gambe fanno male. Pensieri del basso. Un mucca si volta a guardarmi. Riprende a brucare. Il vitello non smette di fissarmi. Le alture di Altore.

Ci si inerpica ancora. Il sentiero spacca le gambe che corrono. Il riflesso del sole sulle lame d’acqua sulle rocce. Letti di roccia.

Ho una macchina fotografica digitale. Di foto digitali se ne possono fare tante, ma che ne è della tattilità? Non si tocca più la foto. Non c’è più contatto, né contagio.

Un’ora e mezzo di cammino: sono alla finestra. Davanti a me il Cirque de la solitude.

Roccia in obliquo, a strati, come sezionata. Il geologo come dissezionatore del cadavere di Dio. Scendere le rocce, con il peso all’indietro. Scivolare è bellissimo. Giocare con i pesi e la gravità. In un anfratto la neve. Corvi volano.

Solo roccia, attorno a me, nient’altro. Sto bene.

Ho ancora il registratore in mano. Inscrivere i pensieri. I migliori pensieri sorgono durante le camminate, lo sapeva il Nietzsche di Sils Maria, e prima Rousseau che fantasticava in passeggiate solitarie, e prima ancora chissà quanti altri che non hanno mai scritto nulla.

Si risale. La nebbia risale rapidamente con me. Non mi tengo alle catene. Salgo tra le rocce. I pensieri si asciugano.

Due ore e mezzo, finita la risalita. Credo. La nebbia, e non vedo nulla. Scendo, senza segni. Rischio di infilarmi in un dirupo. Attendo, infilando lo sguardo nella nebbia e nel gridio dei corvi. Poi incontro due escursionisti, riprendo il sentiero giusto.

Tre ore, e sono allo scollinamento. Ho il Cirque de la solitude alle mie spalle. Si apre una valle.

Scendere correndo incastrando i piedi nella roccia, il corpo risuona come di un bambino, nella bocca il riso.

Je me sens bien accroché à la roche.

 

Più vado avanti, più i pensieri vengono meno, la fatica li strizza via. Sono sempre di più nel respiro, nell’aria, nel suono.

Per dei lastroni di roccia. Come scivolare.

Tre ore e mezzo, e sono al rifugio di Tighjettu. Comincia a piovere. Io mangio. Due ragazzi di Pamplona. Canto Hijo del pueblo. Smette di piovere. Riparto. Il sole spacca, adesso.

 


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domenica, 14 agosto 2005

 

Buone notizie, gocce in un oceano.

Said Abdel Khaleq è uscito dal CPT. Jihad Mohammed Issa pure. Inch'Allah. Loro hanno avuto amici che li hanno sostenuti con forza, che gli hanno dato voce, con ogni mezzo possibile. Molti altri, troppi, la voce non ce l'hanno, e sono deportati ogni giorno. Come succederà molto probabilmente anche a Lazak Kamrouol, che ha preferito tentare di impiccarsi piuttosto che rientrare nel suo paese, dove per gli oppositori politici la vita è assai incerta.


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domenica, 07 agosto 2005

 

Oggi, dibattito al Museo della Resistenza di Fosdinovo: I musicisti incontrano i partigiani. Con Umberto Fiori (Stormy Six), Paolo Archetti Maestri (Yo Yo Mundi, questa sera in concerto, durante il quale anche il sottoscritto farà una veloce comparizione), Davide Giromini. Di seguito, la minuta del mio intervento a venire.

I musicisti e la Resistenza.

 

  1. Quale il senso di questa relazione? Non in senso normativo (non c’è dover essere, nell’arte. Vs. zdanovismo). In senso esperienziale. Arte e canto come urgenza. La forma come risultante dell’intreccio di fili e nodi.
  2. La musica non cambia il mondo. Non produce rivoluzioni. Non cambia il modo di pensare. Non dà nuove visioni. La musica è inutile. E in questa inutilità sta la sua forza – come contestazione agli imperativi della produzione: nel canto, nella sua precarietà, nella sua messa-in-comunione, nella sua forza sacrale, c’è il balenio di una redenzione. (Nel no future, implicito o esplicito, dei ragazzini che si mettono in una sala prove, o nel canto delle osterie; nel canto comune nei e dopo i cortei). Sempreché il musicista sappia sottrarre questa inutilità alla mercificazione – ché oggi si sa far merce del nulla, il nulla sono anzi la merce più prelibata: logo e copyright insegnano.
  3. Importante far conoscere, nella diffusa ignoranza. Musica come catalizzatore (la prima volta nella vita ho alzato il pugno durante un concerto). Ma: problematizzare; e attenzione alla musealizzazione. La Resistenza è ora. E’ fatta di mescolanza, contaminazione. E’ Resistenza alla fortezza del maschio bianco e autoritario. E’ far buchi nella fortezza Europa. E’ produrre nuove mescolanze di linguaggi. Contagi di corpi. Messa in circolo di esperienze, conoscenze. Abbattere i muri.

 


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giovedì, 04 agosto 2005

 

CPT - Parole sospese.

Un amico giornalista, Luca Galassi, mi ha fatto qualche domanda sul libro che sto ultimando su migranti e CPT: l'intervista si trova adesso su Peace Reporter, organo d'informazione web di Emergency, qui.


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martedì, 02 agosto 2005

 

Silent Night.

(Volterra, 31/7/2005, ore 19,00)

 

 

In fondo a uno spiazzo d’erba, sul limitare delle antiche mura, un piccolo palco, un fondale rosso, e sul fondale rosso, rosse bandiere agitate, microfoni senza voce, sedie abbandonate, una sfera d’argento appesa al vuoto – i tagli di luce delle sette di sera, gli alberi a far da cortina, il vento leggero che agita le bandiere, e l’aria, la voce tattile e trascinata di Tom Waits che canta Silent Night, la registrazione che ricomincia sempre da capo, un anello incantato.

Guardi. Perso in quella luminosa leggerezza. In quell’incantamento. Sospeso in quell’impalpabilità diffusa che ti circonda e ti accoglie nel suo dissolvimento.

Tu guardi come spiando, come si riceve una grazia: quello spettacolo è lì, per nessuno, ed è solo per te.

Tutto è sospeso. Il tempo è sospeso. Revocato: tutto questo è come il gesto della cancellazione, o un perpetuo stato di soglia tra sonno e veglia. Tutto è revocato.

Re-vocare: come se a una cosa si desse il nome, e poi glielo si togliesse, e la cosa venisse mostrata nuovamente integra, eppure adesso dimidiata, fratta, spezzata.

Il tempo si mostra, qui, nella sua assenza.

E tu che guardi sei puro guardare.

 


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