del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


domenica, 24 luglio 2005

 

Buon viaggio.

Questo non è il racconto di un trasferimento verso un campo di concentramento nazista, ma di un trasferimento verso un Centro di Permanenza Temporanea, così come me lo ha fatto Darwin, giovane ecuadoriano. Come nei vagoni piombati, gli indesiderabili, i nuovi ebrei.

C’era fascismo. I finestrini del pullman erano oscurati. Un marocchino ha aperto la finestra, un poliziotto gli ha gridato di chiuderla. No, ha detto il marocchino, Voglio vedere mia moglie e mio figlio. Loro erano lì fuori, sotto il pullman, il bambino piangeva, gli portavano via il papà e nessuno sapeva dove lo portavano, Voglio vederli, implorava il marocchino. Allora i poliziotti lo hanno preso, gli hanno messo un braccio dietro la schiena, e hanno cominciato a picchiarlo con i manganelli. Un inferno. In quel momento era un inferno. E tutto per un documento. Io non sapevo niente, nel mio paese il documento non è così importante. Pensavo che fosse come nel mio paese. Libero.

 


postato da alderano 14:34 commenti (4) 
 


giovedì, 21 luglio 2005

 

Risvegli.

Sono passati quattro anni, dal 20 luglio. Ché il 20 luglio è il 20 luglio, così come il 25 aprile è il 25 aprile. E come ogni anno ero, eravamo, in piazza Carlo Giuliani (già piazza Alimonda) a celebrare il patto di non dimenticare. Non dimenticare non significa ricordare. Significa donare, donarsi. Lo si sentiva nello sguardo, uno sguardo comune, quasi circolare, un filo rosso che legava l'una all'altra le pupille come perle, sguardi che si riflettevano e chiamavano lacrime. Lo si sentiva nell'applauso, e nei pugni alzati, e nel cerchio davanti alla cancellata incancellabile e resistente a ogni riverniciatura. Quest'anno eravamo di meno, ma la forza era sempre la stessa. E dunque non erano fuori luogo le parole che ho avuto il privilegio di dire prima di cantare - quelle che avevo qui pubblicato il 21 marzo scorso. Ho cercato di dirle non pensandoci, per evitare le lacrime che sapevo mi sarebbero sgorgate. E l'hanno fatto, dopo.

Arrivo a casa, e sento di sei anarchici torinesi arrestati per 'saccheggio e devastazione' nel corso della manifestazione di Torino del 18 giugno. Non una parola sulla dinamiche di quella giornata - ma chi abbia riflettuto un istante su come andò Genova, potrebbe immaginarselo. Non una parola sul perchè di quella manifestazione. Che era stata fatta per l'accoltellamento di due anarchici da parte di dodici fascisti. Forse non ve ne accorgete, ma in Italia c'è uno squadrismo diffuso. I giornali non ve lo dicono, ma cazzo, accoltellamenti fascisti ai danni dei rossi sono all'ordine del giorno. Nell'ultimo mese: Torino, Milano, Bergamo, Verona. Aggressioni in branco, cacce all'uomo. E' un clima diffuso di cui forse chi se ne sta chiuso nelle sue stanze non se ne accorge, ma chi sta in strada sì. E' lo stesso clima che vivono, centuplicato, i migranti, clandestini e non (un clima che, non a caso, a Torino è particolarmente pesante: giusto a maggio un senegalese è stato ucciso accidentalmente da un poliziotto, e altri due sono morti - uno annegato nel Po, uno caduto da un balcone - per sfuggire alle retate della polizia che li avrebbe gentilmente portati con sé e rinchiusi in qualche CPT).

Cazzo, ma lo sapete quanti migranti vengono massacrati dalle nostre forze dell'ordine? Cazzo, ma lo sapete come vivono i clandestini? Anche ieri ho incontrato un ragazzo che è passato per i CPT, che è stato fermato dalla polizia, che ha visto pestaggi tremendi, che ha sentito di clandestini ammazzati. Che mi ha detto delle deportazioni in Libia, una vergogna che fa dello Stato italiano uno Stato criminale (ve ne parlerò meglio, più avanti). Nessuno che parli, nessuno che voglia sapere. E' questo il nuovo fascismo. Lasciamo che lo sterminio si operi nell'ombra.


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mercoledì, 13 luglio 2005

 

Ingoiare sperma.

 

 

Ho un referrer, in fondo a questa pagina. Il referrer indica le provenienze dei visitatori del blog, ma soprattutto (ed è questo il motivo della sua presenza) le chiavi immesse nei motori di ricerca. Così, molti capitano qui cercando ‘anarchia’, ‘biopolitica’, ‘Agamben’, ‘Bataille’ o altro ancora, ma più di tutti, capita qui chi cerca ‘ingoiare sperma’ e affini: ‘ingoiare sperma fa bene’, ‘ingoiare sperma fa male’, eccetera (il motivo, sta nel monologo teatrale L’afferramento, pubblicato il 14 marzo e il 26 aprile scorsi).

Ne risulta, ma già lo sappiamo, una diffusa ignoranza in materia sessuale. Più inquietanti, invece, chiavi di ricerca come ‘ingoiato sperma di mio fratello’, o – è cosa di oggi – ‘mio fratello mi ha sborrato in faccia’.

Al che, ne viene una riflessione, sulla famiglia come universo concentrazionario. Sulla catena generazionale come trasmissione incessante di tare ereditarie, di violenze innominabili, di abusi senza fine. E’ difficile, e raro, sottrarsi a questa catena che uccide.  Sottrarsi, significa spezzarla. Recentemente ho letto un libro, edito da Sensibili alla foglie: si intitola La bimba, e racconta la sequenza allucinante, e protrattasi per vent’anni, di stupri familiari, abusi, violenze. Questa bimba ha avuto la fortuna e la forza di uscire dal cerchio, di vederlo e vedersi da fuori, di saper parlare quell’incantamento, e di consegnarlo alla morte. Ma migliaia di altri individui (individui femmine, per lo più) non sanno, e non possono, farlo.

Altro che sostegno all’istituzione familiare. La famiglia altro non è che una trasmissione di tare – di nevrosi, nel migliore dei casi.

Ma le violenze familiari non si guardano. Si punta il dito contro il pedofilo, invece, il mostro cattivo dal quale ci si deve guardare. Quasi che oggi si assistesse a una diffusione esponenziale del morbo pedofilo, per misteriosi motivi. In realtà, è evidente a tutti che i pedofili sono sempre esistiti, e che oggi sono elevati a super-mostri perché l’isolamento è il presupposto del nostro way of life, e il pedofilo deve incarnare nei bambini, fin da subito, la paura dell’Altro, la paura del mondo. Così il bambino crescerà nella paura, con la paura, e sappiamo bene come la paura, il terrore, siano essenziali allo stato d’emergenza permanente in cui viviamo, uno stato d’emergenza che ha bisogno della frantumazione dei legami sociali, del sospetto reciproco. E direi la cosa anche in altro modo (l’ho già detta): per nascondere la propria immondezza, la società erige in monumento la purezza. Il soggetto debole diventa scudo del vile.

 


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sabato, 09 luglio 2005

 

Scherzi del destino: la Storia.

Nel filo del palinsesto televisivo s'infilano talvolta strane perle. In una sorta di automatico detournément. Accendo la tv per il Tg di mezzogiorno. Vedo immagini di islamici che fanno la spesa a Londra, ma il cui sottotesto è, Chi si nasconderà dietro quel barbaro costume? Poi dicono di 142 arresti e un'ottantina di espulsioni in Lombardia, a seguito delle bombe londinesi. Facile immaginare con quale sbrigatività sia stato compiuto il repulisti. I soliti indesiderabili. I soliti ebrei.

Dopo il Tg, Corto Maltese. Prima in Irlanda, dove Corto Maltese è schierato con l'IRA contro gli invasori torturatori britannici. Finché fa saltare con la dinamite una torretta con tanto di Union Jack sventolante e i soldati di Sua Maestà all'interno. 'Senza rancore, ragazzi. Ma pensate a tutti i bravi ragazzi che avete ammazzato'.

Poi Corto Maltese va nel deserto. Contro i turchi, insieme ai beduini e ai dervisci che combattono in nome del Corano per la propria liberazione. Una rivoluzione può anche iniziare sul minareto, dicono. Nel nome di Allah misericordioso. Ce la fanno a liberarsi dei turchi, ma arrivano gli inglesi 'liberatori' che prendono possesso della piazzaforte. Il capitano inglese, pur citando Rimbaud che vendeva fucili ai ribelli dervisci, si comporta secondo il dettato di Kipling - e impedisce al derviscio di bere insieme a loro. Il derviscio, allora,  per sfidarlo, sceglie di bere l'alcool offertogli da Corto Maltese, e viene arrestato. Ovviamente riesce a fuggire, dopodiché torna e libera la piazzaforte dai liberatori inglesi. E il capitano kiplinghiano farà una brutta fine, Sì, ti uccideremo, e sai perché? Perchè sei un inglese che è venuto qui a farla da padrone.

Con un humour very british, la Storia si è ripresa i suoi diritti.


postato da alderano 13:01 commenti (4) 
 


giovedì, 07 luglio 2005

 

Da Franz si discute della fine di Nazione Indiana. Riporto qui quanto ho scritto là come commento allo scritto di Sergio. In fondo, ciò che voglio dire è che si tratta di una questione etica - in senso spinoziano: etologica.

Io, che non facevo parte della nazione ma nel suo territorio sono stato ospitato, io questo testo lo sottoscrivo. Sergio dice di una nazione basata sulla fratellanza. Questo è stato l'azzardo della nazione. Ma una nazione del genere (un genere 'singolare', indubbiamente) non può che essere votata al fallimento. Ci sarebbe solo da gioire del fatto che essa è esistita. Delle cose, 'in fondo', non si dà che l'inizio - che non è mai un inizio. Poi l'inizio (che è una combinazione) si scombina. (Ogni esperienza rivoluzionaria lo mostra). Qui è successo ancora: a un certo punto il linguaggio si è scombinato. Si vedevano - io almeno vedevo - crepe irreparabili. Al di là, o prima, di quel che si diceva. Era proprio una questione d'accenti. Di suono. E quando le parole non risuonano più, il senso (almeno un senso) svanisce. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in una nazione letteraria, che vive - non nelle parole, ché quello lo facciamo tutti - ma sul bordo delle parole. Allora mi pare inutile recriminare, o altro. Semplicemente ognuno deve seguire il suono che lo tiene, dal quale è convocato. Il pluralismo, qui, è fuori tema. Poi, io credo, sia il gruppo che è rimasto sia quello che si è ritirato - magari per dar vita ad altro - saranno in grado di fare cose ancora migliori.

Il mio discorso era relativo al risuonare delle parole nei temperamenti.
Il discorso relativo alla purezza è altro. Nessuno è puro. Siamo tutti, da sempre, mischiati, meticci.(Da questo punto di vista, ciò che sostenevo è che ognuno ha un meticciato che lo spinge per un verso e uno per un altro). La purezza interviene quando qualcuno sente di dover 'piegare' le 'tensioni' altrui - le tensioni di altra natura - secondo la propria inflessione. Allora gli appelli al serrate le fila et similia - ciò che a me non piace, né è piaciuto nella vicenda di Nazione Indiana. Gli insorti sono una moltitudine acefala, l'insurrezione è un grido collettivo che non nasce da un richiamo, ma da linee di suono, da frequenze sparse. L'insurrezione è Dio, ha il centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Nessuno può credere di poterla circoscrivere, predeterminare, richiamare. Questo mi ha fatto dissentire dal comportamento della Benedetti, a suo tempo - per quanto, nel merito, mi sentissi sulla sua stessa linea (di suono). Non credo che chi 'la sente' diversamente da me abbia necessariamente introiettato logiche del nemico. Dicendo questo, si dimenticherebbe, per dirne una, la ridefinizione del potere aprés Foucault, e dopo questa se ne potrebbero dire altre...

(Su Nazione Indiana, Wovoka ha glossato dicendo che Moresco e Benedetti erano una sorta di casta sacerdotale, e che le dinamiche conflittuali sarebbero da ricondurre al paradigma sacrificale girardiano. Allora ho sentito il dovere di precisare):

Sulla sacralità di cui dici - credo che una cosa sia la ’sacralità’ di un individuo, la sua intensità, la sua ‘potenza’ (rispetto a ciò che può), una ’sacralità intensiva’, diciamo rozzamente, e una sacralità che prende corpo (corpo sociale) e innesca i meccanismi sacrificali in oggetto, una ’sacralità estensiva’.
E’ evidente che le due cose sono legate, ma un individuo ‘carismatico’ può decidere di sottrarsi alle dinamiche sociali sacrificali. E magari sottrarsi a queste dinamiche è proprio quanto Moresco voleva fare. Così, io non vedo nessuna figura sacerdotale, né concepisco l’appello della Benedetti come un rappel à l’ordre. Piuttosto, come un segnale di riconoscimento, impotente però a cambiare l’ordine naturale delle cose (le tonalità inevitabilmente differenti, la differenza delle risonanze, dei temperamenti). Ed essendo impotente a farlo, poteva avvicinarsi pericolosamente a un innesco del tipo sacrificale, al di là dell’intenzione della Benedetti. Ed è appunto qui che Moresco si è sottratto.

 


postato da alderano 18:43 commenti (1) 
 


venerdì, 01 luglio 2005

 


A glossa del sonetto che mi è saltato in testa di comporre e pubblicare qui sotto, non posso fare a meno di riprendere ciò che scrissi nella notte del 2 agosto scorso. Quando ebbi un ben strano incontro con delle ombre, animule notturne. Altre visioni avevo avuto, prima. Ma questa è stata potente come nessuna, e attraversata da fili indiziari fin troppo inquietanti. Io, me ne rimango con la mia epoché. Nonostante chi conosce la 'materia' abbia saputo interpretarla come itinerario delle anime vaganti nel mondo intermedio verso il luogo loro destinato.

Sono da qualche parte in America, in un posto grande e molto affollato, dove ci vuole una sorta di biglietto per entrare. Potrebbero anche farmi uscire, e io voglio (o devo, non fa differenza) stare. Ho un assegno con me, e per pagare il biglietto lo devo cambiare. Vado al bar, come fosse una banca, ma appena tirato fuori l'assegno dalla tasca della camicia vedo che non è prudente, ci sono delle persone che potrebbero rubarmelo, lo rinfilo nella tasca. Un ragazzo alto mi guarda, poi lo sento parlare italiano col barista, 'questi comunisti' dice, 'dovrebbero proibirgli di andare in giro', o qualcosa del genere - il genere di quel qualcosa (dio, nemmeno adesso riesco a non analizzare). 'Comunisti' ripete, io faccio finta di non sentire, è meglio che lui non pensi che io sono italiano. Mi accorgo che lui ha capito dal pacchetto di caramelle che avevo tolto poco fa dalla tasca. Esco dalla stanza, vado di nuovo verso la soglia di un'altra stanza, il ragazzo alto mi segue, c'è anche il io amico Ale ma non si accorge di nulla, dice che vuole andar via, e intanto la soglia è diventata un enorme campo di gioco - un gioco cruento, un imprecisato sport di squadra dove tutto è permesso. Intorno a me la gente si sta usando violenza, lo fa durante questo sconosciuto gioco di squadra, che ripensandoci sembra consistere nell'usarsi violenza, e il ragazzo, che nel frattempo è diventato un uomo più vecchio, più secco, ossuto e quasi cadaverico, lo fa con me. Non sento male dai suoi colpi. Ma lui mi sta addosso, non mi molla, finché oltrepassa ogni regola e attacca la sua mandibola su una parte del mio corpo, forse un braccio, e non riesco a staccarlo. "E' convinto che questi sono non-morti, vuole provarlo" sento dire (e qui, adesso che scrivo, ho un brivido), so che non mi mollerà più, mi sveglio.
Apro gli occhi nel buio, e vedo due ombre che si stagliano, più nere, nel nero del buio. Accanto a me, distesa sul mio letto matrimoniale, mezza sollevata a guardarmi, c'è un'ombra più piccola, quasi di bambina. Accanto al letto, dietro di lei, un'ombra è in piedi. Mi appoggio sul gomito, le ombre restano, e ormai sono sveglio, e queste ombre non dovrebbero esserci più, e invece ci sono nel mio risveglio, e questo esserci ne fa presenze. Restano, e io comincio ad aver paura, mi esce un mezzo grido, 'bu', quasi a tastarne la presenza, e insieme a spaventarli come si spaventano i bambini. L'ombra bambina che mi è accanto mi guarda e sorride, non so come faccia un'ombra a sorridere, ma so che mi ha sorriso, l'ho sentito addosso il suo sorriso. Poi porta un mano sul suo occhio e si stende, è il suo modo di dirmi 'non devi aver paura, torna a dormire'. Si solleva ancora, si alza dal letto, va verso la finestra, con lei l'ombra che la stava dietro, e dietro di loro altre ombre che stavano in fondo alla stanza, tra cui un'ombra bianca luminescente. Passano tutte dalla finestra, qualcuna attraversandola, qualcuna scavalcando, e lasciano la stanza vuota.
Sono stato qualche secondo ancora nel buio, poi ho cercato con la mano sul comodino e ho acceso la luce. Nello specchio dietro il letto ho visto un'ombra ritardataria che se ne andava morbidamente, e anche di lei mi è sembrato di sentire il sorriso.

PS Il giorno seguente, qualcuno mi scrive: Ho letto il tuo post, e ho avuto un tremito. La notte precedente avevo sognato di aver perso mio nonno (che nella realtà è morto), e dovevo cercarlo. Tu mi hai telefonato e mi hai detto, Non preoccuparti, tuo nonno è qui in America.


postato da alderano 18:38 commenti (7) 
 

 


Li spirti me bramavan trapassare,

di me far porta a lor etterna stanza

per mio notturno oblio, per mio sognare

lassar lor intramondo con speranza

 

 

 

di giugner de le anime a la pace

ché spengansi memorie ed appetiti

ed ogne voluttà d’omo rapace

ma in Deo sien lor desii alfin vaniti.

 

 

 

I’ mi destai, e vidi che più scura

un’ombra dello scuro era lì stesa

sì che i’ tosto un grido ne cacciai

 

 

 

ma un gesto che cacciò la mia paura

lei fece, ed i’ con l’anima a lei resa

un infinito amore ne gustai.

 


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