del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


mercoledì, 29 giugno 2005

 

Gioventù Sonica

Li vedi arrivare dalle Cinque Terre, e ti sembrano diversi dai miti della tua sonica gioventù. Certo è passato del tempo. Lo vedi nelle rughe della biondissima Kim Gordon. Anche per te, peraltro, è passato il tempo, hai dei capelli bianchi sulla testa. Poi li vedi sul palco, e lì la scena è la stessa di un tempo.

 

I Sonic Youth lavorano con i suoni e con lo spazio. Gettano fasci taglienti di suoni nello spazio come fossero lanciatori di coltelli, e intersecano le traiettorie dei voli. Suoni e rumori – fusi in una soglia d’indistinzione – formano aree spaziali, come laminati dal bordo tagliente che fendono l’aria, la ritagliano, modellando lo spazio segato, separato, santo. E’ la santità del caos. Tracciano il caos, e poi d’improvviso emerge un richiamo, un ritmo che scandisce il caos. Treni di suoni che procedono compatti - fino al deragliamento successivo. Corrono sui binari tracciati dalle affilatissime polveri sonore di Thurston Moore - finché i binari si disperdono nel caos successivo. Caos, ritmo-emergenza, caos: caosmos. Kim Gordon urla dalle viscere, poi Lee Ranaldo mostra a tutti il culo della sua chitarra che fa larsen contro l’amplificatore. Un corpo a corpo sonoro. I suoni sonici procedono dai corpi. E’ un tutt’uno. I Sonic Youth rovesciano le chitarre, le sbattono, scandagliano, trovano. Come nella memorabile performance finale, un vero e proprio dripping sonico, con le chitarre percosse, con i tre chitarristi come rabdomanti a cercare un suono nuovo dal sottosuolo, e Thurston a cavalcioni sull’amplificatore.

Poi torni nel backstage, che qualche sera fa è stato il tuo e della Bandabardò, aspetti Lee per dargli il cd. Magari non lo ascolterà neppure, però ti dimostra interesse. Qualcuno ti fa una foto mentre gli dai il disco, ecco il testimonial perfetto. Questa me la incornicio, io che rido insieme all’uomo rumore dei giovani sonici.


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martedì, 28 giugno 2005

 

Nessuno mi ha passato il testimone del gioco che infuria sui blog. Ma io lo esproprio, e me lo prendo lo stesso.

Libri della mia biblioteca.

Stanno sparsi e disordinati in due case. La mia di Spezia e quella natale di Massa. A Spezia ho ordinato solo quelli di filosofia e quelli di poesia. La filosofia sta ordinata alfabeticamente per autori (in due sezioni: Novecento e Resto del Tempo). La poesia per lingua. Tutto il resto (narrativa, saggi storici, sociali, critici, et cetera) è sparso nelle due case.

 

 

I libri che sto leggendo ora.

Archivio Spinoza di Carlo Sini; Lezioni su Kant di Gilles Deleuze; Il respiro di Thomas Bernhard (in realtà lo stavo leggendo sino a qualche giorno fa, ho deciso di lasciarlo, non ce la faccio a leggerlo in questo momento, mi mette addosso un’angoscia insostenibile); Mi racconto il mare… di Léo Ferrè.

 

L’ultimo libro che ho comprato.

Cane contro cane di Edward Bunker (che ho appena finito, ed è un libro potentissimo).

 

Tre libri che consiglio.

Oddio, è difficile. Li butto un po’ a caso: Mezzi senza fine – Note sulla politica di Giorgio Agamben; Meridiano di sangue di Cormac McCarthy; Il rapimento di Lol V. Stein di Margherite Duras.

 

Cinque blog a cui passo il testimone.

Razgul, Sestoempirico, Elos (questi perché tornino a scrivere – anche se dubito che questo sarà sufficiente a farli ricomparire. Ma potete farlo qui, in ogni caso, nello spazio commenti…). Poi: Markelo Uffenwanken. Andyviolet.

Chi vorresti essere se dovessi rinascere.

I would prefer not to.

 


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sabato, 25 giugno 2005

 

La responsabilità del canto.

 

Mi hai fatto venire la pelle d’oca, scrive un amico.

(Mi hai, mi avete. Ma quando sei in un gruppo il singolare e il plurale si intersecano, deragliano. Il me trapassa in noi, il noi in me. Non è uno sprofondamento mistico, tutt’altro. Se è vero che l’Io si apre all’Altro, è pur vero che l’Io si ingrandisce dell’Altro, lo divora. Non c’è un organismo superiore che ingloba il singolo: ci sono cuspidi che cantano insieme, che nel canto si perdono, ma che nella riflessione del canto tornano fuori più forti).

Non era questo, ciò di cui volevo dire. Volevo dire della pelle d’oca. Del tuo canto che entra in circolo e fa vibrare. Le parole dopo il canto sono come riflessi di luce sullo specchio. Possono accecarti. Nel bene e nel male.

Sta a te prenderti la responsabilità del gesto che susciti col canto. Se lo susciti, quando lo susciti. Quando accade. Mica siamo i Rolling Stones, mica sono Maria Callas. Parlo di me, nel mio piccolo. Ma quando accade, tu devi rispondere. Perché il gesto sorge al tuo canto. E se vedi allora una ragazza che piange seduta a mezzo metro da te, ti ascolta, ti guarda e piange, perché il tuo canto le tocca la pelle, le scuote i nervi e la memoria – allora la risposta è difficile. Un sorriso di amicizia imbarazzato è ciò che sai dare, perché ti senti inadeguato a ciò che hai innescato. Senti che questa è una cosa più grande di te, del tuo canto. E’ il canto che ti trascende, e passa come corrente elettrica tra te e lei. Il canto non è tuo, ti senti piccolo di fronte al canto.

E quando una ragazza, stavolta un po’ più grande, viene da te, ti chiede quattro copie del tuo libro, le paga, e poi ti vuole regalare un libro di Ferré, con scritto con infinita gratitudine perché so che esistete, tu sai benissimo di non meritarti tanto. Sai benissimo che tu altro non sei che un catalizzatore, su te converge lo sguardo elettrico che punta al cielo ed è attratto dalla terra, non sei tu ma un buco nero dentro di te, il tuo corpo altro non è che un canale inondato di voce. Lo sai benissimo, perciò vorresti rifiutare il dono, ma poi lo accetti, e lo accetti perché sai che tu sei responsabile in quanto canale, e devi assumertene la responsabilità, di questa alta tensione.

L’umiltà - che è un vizio, quando non è che ipocrisia - qui acquista un senso. Essere umili significa restare a contatto con la terra. La terra che impasta il tuo canto.

 


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venerdì, 24 giugno 2005

 

L’ordine come delirio.

 

 

Ci sono ancora pile di diari conservati nei cassetti nascosti della casa dove sono cresciuto. In quei diari è racchiusa la mia adolescenza. E il suo delirio.

Certo, ci sono riflessioni, pensieri, poesie – velleità di pensiero e di poesia, dovrei dire piuttosto. Lì si legge la volontà di un altrove comune ad adolescenti inquieti e inclini alla ribellione, alla sragione. Ero inquieto, certo – altrimenti non sarei qui, adesso. Ma ciò che inquieta davvero, adesso, è l’accumulo – ordinato, ma straripante – di nomi. Nomi propri di persona. Nomi e cognomi. Fissati in genealogie, in sport, in mestieri. Un universo parallelo fatto di nomi e cognomi. Non c’erano storie, in quell’universo parallelo, solo uno spazio strutturato minuziosamente, e da sempre. Così doveva essere, ed era così per le lettere che si combinavano magicamente, che risuonavano l’una con l’altra, e in quel particolare risuonare c’era un destino. Non c’erano regole, solo sfumature impercettibili di suoni che un ascolto devoto era in grado di cogliere, e interpretare. L’interpretazione era necessaria, per inserire il nome nella sua giusta casella – giusta perché gli spettava dall’eternità.

Costruivo un universo parallelo attraverso un’ingenua cabala (ma a quel tempo non avevo alcuna idea di un cosa chiamata cabala). Ingenua davvero, perché generata all’interno. Da una necessità di tenere a bada il caos, la sragione che mi agitava, con una delirante costruzione cosmologica.

 

Mi agitava da sempre, il caos. Fin da che ho memoria. Mi accadevano strani malesseri, da bambino. Ero seduto alla scrivania, e scrivevo, annerendo fogli di piccole formiche in fitta schiera, quando all’improvviso quelle formiche risalivano dalla penna e mi entravano in corpo, e il corpo si squagliava. Restavo paralizzato, immobile a sentire il corpo elettrico che friggeva.

A volte sprofondavo in un’immagine, e mi perdevo, mi annichilivo nella visione dell’infinità degli spazi siderali, i pianeti immersi in un buio gelido e orribile, e la mente si perdeva in quel labirinto cercando l’impossibile uscita. Mi agguantava un tremendo cerchio alla testa, come incastrato in una macchina di tortura. La sentivo risucchiata in una spirale senza fine – nella disperata matrjoska degli infiniti. Finché trovavo, non so come, ma in ogni caso per un atto di decisione di fronte alla troppa sofferenza, la forza di scuoterla.

I nomi mi facevano da scudo a quest’angoscia smisurata. Li accumulavo per riempire ogni spazio, per orrore del vuoto. Saturazione contro vuoto, cosmo contro caos.

E ancora ho un rispetto sacro per i nomi di persona. Per questo fatico a scriverli – ad accostare queste finestre senza fuori alla cataratta delle altre parole, che invece non hanno un senso perfetto e dunque si affannano a cercarlo.

 

 


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giovedì, 23 giugno 2005

 

Mutamenti.

Il pianeta sobbolle, i raggi della sfera celeste lo attaccano come saette, s’infilano nel buco del culo della Terra. Tutto dà luce, adesso, tutto si confonde. Non più contorni.

Un unico bianco accecante avvolge e travolge le cose.

La Terra trafitta si scuote.

I paesi scivolano l’uno sull’altro, le razze si mescolano, ringhiano le lingue che non trovano più le loro cavità. Non più confini.

La luce è troppa, in questo scivolamento, troppo è il calore, la carne si fa liquida, gocciola come sangue, si sparge. Non resta che rinchiudersi, cercare un sasso, un buco ulteriore dove ripararsi, prender rifugio, ritrovarsi.

Questo accade, tutti rinchiusi nelle loro tombe, auto, case, uffici. Fuori c’è troppa luce, troppo calore, l’estate scoppia, il pianeta sobbolle, si cerca riparo all’ombra delle case, dove ritrovare i contorni delle cose. Il pianeta scoppia dal caldo, sempre meno è la gente là fuori, là nel comune, sempre più ci rinchiudiamo all’ombra, nelle case, all’ombra, al riparo. Troppa la luce, troppo il calore. Perfino la Terra è di troppo.


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sabato, 18 giugno 2005

 

La musica nelle strade!

Finalmente è fuori il secondo cd de Les Anarchistes. La musica nelle strade!  Non ne dirò niente,da un punto di vista musicale. Lascio che siano gli ascoltatori a dire. Qualcosa posso dire invece sugli ospiti. Il cui incontro è stato, spesso, oltre che un’esperienza artistica, una grande esperienza umana. La Compagnia della Fortezza di Volterra, Giovanna Marini , Moni Ovadia, Erri De Luca, Steve Conte, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Piero Milesi, Petra Magoni e molti altri.

Al cd è allegato un libretto, edito da Stampa Alternativa: La musica nelle strade! Canti di libertà nell’era della biopolitica. L’ho scritto per dispiegare la traccia concettuale che lega i vari brani del cd, ovvero i luoghi di reclusione e di esclusione della modernità biopolitica.

Di seguito, l’introduzione. Dopo la quale, nel libretto, si cerca di spiegare che cos’è la biopolitica. E poi si parla dei singoli brani, chiarendo che cosa ognuno di essi ha a che fare con questo concetto.

 (In questi giorni siamo impegnati in un mini-tour per librerie, dove presentiamo il cd con degli show-case, suonati e parlati. Genova, dom 19/6 Fnac, ore 16.30 - Roma, lun 20/6 La Feltrinelli gall. Sordi, ore 18.00 - Napoli, mar 21/6 Fnac,  11.30 - Viterbo, mar 21/6, Chiesa, ore 21.30 - Milano, mer 22/6 La Feltrinelli p.zza Piemonte, ore 18.30  - Bergamo, mer 22/6 Libreria Fabula, ore 21.00. Alderano sarebbe felice di vedervi…)

 

 

Questo libretto è davvero un libretto. Come di un’opera. E’ pensato per dar forma concettuale ai brani del cd de Les Anarchistes La musica nelle strade! – a sua volta pensato come un itinerario musicale nei luoghi della biopolitica – ovvero in quei luoghi che sono il cuore pulsante e sanguinante dell’epoca moderna.

Biopolitica. Già questo termine, da solo, potrebbe spaventare. Qui si tratta di teoria, si dirà, di cose astratte, di una riserva per gli indiani del pensiero… Certo, ‘biopolitica’ è un termine poco noto, al di fuori degli ambienti di specialisti. Certo, si tratta di teoria. E pure, come ogni autentica teoria, essa ci permette di guardare al mondo – e al nostro mondo in particolare – da una prospettiva amplissima, con un’intensità potentissima. Da una prospettiva che ci consente di comprenderlo in profondità, quel mondo. Comprenderlo: ‘prendere insieme’ una serie di eventi che solitamente non vengono collegati tra loro, dei quali, a un primo sguardo, non si coglie il nesso, il senso. Occorre allora che quello sguardo si faccia più acuto, si fissi nell’oggetto da comprendere: occorre riflettere, e lo sguardo deve farsi teoria (etimologicamente: osservazione, contemplazione). Ecco, allora, la necessità di guardare al mondo da una prospettiva biopolitica: per comprendere la natura della politica contemporanea, per saper decifrare il potere così come si esplica nei suoi molteplici fenomeni. Perché solo decifrando il potere per quello che è realmente, solo sapendo riconoscere la logica che lo guida, è possibile contrastarlo efficacemente.

Occorre conoscere il nemico, per combatterlo. E conoscere il nemico significa sapere come si muove, e dove egli sia localizzato. O, eventualmente, dove non lo sia.

Prima di proporre una teoria, questo libretto (e il libro successivo, Vite esemplari di banditi e senza patria) si propone dunque come una pratica. Una pratica sociale, che inneschi altre pratiche. Questo libro nasce dalla pratica di un gruppo di persone unite dal canto e dalla musica, che – in questo modo, nella produzione di questa pratica in forma di libro -  riconoscono come la propria musica non abbia senso al di fuori di una serie infinita di pratiche sociali. Questo libro prova ad elaborare questa relazione necessaria, e lo fa provando a mettere a disposizione di tutti una serie di strumenti concettuali potentissimi che servano a decifrare il mondo in cui viviamo, e a trasformarlo.

Rispondere alle questioni ‘che cos’è la biopolitica’ e ‘che cos’è il biopotere’ equivale a provarsi a dire che cosa sono la politica e il potere oggi. Non basteranno dunque queste poche pagine a affrontare la questione in modo esauriente. Ci si propone, qui, di offrire una prima, schematica esposizione di questi concetti, che sono a nostro parere essenziali per comprendere la realtà in cui viviamo, oltre che per comprendere perché le vite qui narrate sono ‘esemplari’. Un’esposizione non sistematica, frammentaria, ma necessaria: allo stesso modo in cui è necessario cominciare a maneggiare un’arma, per potere, un giorno, sparare.

  


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lunedì, 13 giugno 2005

 

Lezioni di tenebra.

 

 

Le bancarelle di remainders dispensano spesso bei doni. La scorsa settimana ho trovato, su quella davanti alla stazione centrale di Milano, Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Un altro bel dono.

Lezioni di tenebra è un libro eccentrico. Nel senso che non è un romanzo, non un’autobiografia, non un diario, non un saggio – ma è insieme tutto questo. Ma soprattutto è letteralmente eccentrico. Nell’andamento della narrazione. Dispersa, fatti di brani di esistenza, lacerti di memorie. La prende alla larga, Helena: così come la prende alla larga una spirale. Perché via via che le pagine scorrono, Helena ci porta sempre più vicino al cuore nero della storia (in ogni senso dell’espressione). Auschwitz. E ci arriviamo portati per mano dalla madre, come se Helena si facesse sempre più piccola, si rimpiccolisse per la fame che la forma e la sforma, quella fame ricevuta in eredità, e tentasse di risalire al cuore nero della storia – della sua, prima di tutto – aggrappata al cordone ombelicale, risalendolo, per ritrovare il suo cuore di tenebra, in quelle acque di placenta dove, come lei dice, sia possibile ritrovare conoscenze ed esperienze. Ritrovare il suo cuore di tenebra, allora, significa ri-conoscere il proprio nome di tenebra: il nome vero, quello che si articola in una lingua madre che non ha. Lingua impossibile, nome impossibile. (Con tutto ciò che questo comporta, quanto a variazioni sul tema, dalla mistica ebraica a Celan – ma questo non compare, nel libro, e sarebbe solo una glossa creativa del lettore-recensore). Ma soprattutto, direi, madre impossibile. Ché non a caso, mi pare, in fondo alla spirale, là dove il cuore di tenebra trapassa in abisso e viene sfondato, compare il fantasma di un’altra madre: Cilly, la madre sostitutiva, che risponde a monosillabi, capace solo di un balbettio, fino a sembrare una creatura senza lingua. Ed è qui che culmina la risalita (o la discesa, fa lo stesso, qui le dimensioni consuete sono scomparse): in questo mutismo ulteriore, che non sopporta ulteriori interrogazioni.

 

Una glossa la metto qua, a distanza: mi ha colpito che l’unica memoria della madre ex-internata ad Auschwitz, l’unica sua memoria del campo sia quella esclamata alla vista della fila dei migranti in questura per un permesso di soggiorno. E questo mi pare un elemento che, seppure di memoria involontaria, si aggiunge ai molti fili che legano il destino degli ebrei a quelli dei migranti di oggi, rinchiusi in lager chiamati CPT.


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Due volti.

 

 

I.

Finalmente il presidente Ciampi si è svincolato dal nazipadano Castelli, il quale si ostina a negare la grazia a Ovidio Bompressi. L’odio sedimentato sulla faccia fossile di Castelli mi basisce ogni volta di più.

 

II.

Italiani popolo maturo, dice Ruini con la sua faccia dorotea. Io andrei oltre. Direi pure marcio.


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Il vomito alla bocca.

 

 

Sono andato a votare alla chiusura delle urne. Domenica non potevo, ero in un’altra città, e in ogni caso la sera prima avevo fatto notte a festeggiare il compleanno con amici e compagni, su nella solita isola boscosa, con vino canti e cavalli.

Tra i regali: un bracciale antifascino dalla mia fidanzata (per sapere cos’è il fascino dovete essere esperti di streghe calabresi); Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, e Partigiani dei monti di marmo di Gianni Rustighi - da Lorenzo , che del predetto Rustighi è figlio; Incontri libertari di Simone Weil e Confesso che ho bevuto, raccolta di racconti (tra cui quella dell’amico di carne Claudio Lolli e dell’amico virtuale Tommaso Giartosio) – da Chiara; e, udite udite, il Bella ciao di Stefano Pivato da diciotto euri dove si citano anche Les Anarchistes da Marco. Ah, dimenticavo: un Bacardi riserva (è nota la mia passione per rhum e cuba libre) da Nicola.

Tra i blogger presenti: Sole, Daniela, Lorenzo , tutti in trasferta speciale dal Veneto. Poi quasi tutti Les Anarchistes e altra bella compagnia. Ho bevuto tanto, ma non ho vomitato. Il vomito arriva oggi, invece.

Sono andato a votare alle due, quando ormai il quorum era chimera. E l’ho fatta lunga sulla festa per non affliggermi troppo. Tralasciare le incongruenze di questo paese di buffoni. L’indegno trucchetto dei ratzi-boys alleati con teo-con e teppaglia varia pur di far apparire l’italica terra ancora Stato della Chiesa – ciò che non è più da tempo. Resta però l’italica attitudine all’indifferenza - non nel senso filosofico dell’amico Massimo, ma nel senso degli ignavi che Iesou avrebbe vomitato dalla bocca. Coloro che non prendono partito, quasi che non si fosse già da sempre parte, quale che sia. E come non si fosse già da sempre messi-a-parte. Qualcuno lo ha fatto per noi, di metterci-a-parte, qualcuno ha deciso per noi. Sta a noi assumerci la responsabilità di quella parte in cui stiamo. Assumerci la responsabilità del segreto – che è un segreto prospettico, il nostro segreto che dobbiamo svelare a noi stessi.

Ma il paese del familismo amorale continua a giacere nell’inettitudine della non-scelta, nell’inerzia della pietra - privata della sua eterna immanenza, ricacciata nella caìna dell’afasia. A questa brutale afasia (l’afasia dei bruti, non certo il barbaro balbettio angelico) il Vaticano ha messo il sigillo. Ha posto la pietra sul sepolcro imbiancato.


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martedì, 07 giugno 2005

 

Lettera Tredicesima.

 

Parola, Sangue.

 

 

Di notte, qui, scivola catrame. Comprime il petto, inonda i pensieri.. E’ pietra di tomba, ritmo d’oceano, e poi ancora pietra di tomba. Ho una mano che mi apre le costole e le divarica. Il catrame della notte insonne mi rovescia come un guanto di carne. Le ossa si danno al contrario. Sono concava, d’un tratto. Il mondo smette di scivolarmi addosso, ma non smetto di essere troppo piena: è il mondo intero, adesso, il troppo che mi prende da dentro. E’ il mondo universo, tutta la materia e l’antimateria, batteri e quasar, grugniti di porci e campi di battaglia, tutti i nomi e gli odori della storia, numeri, sangue, forme, troppo sangue, è tutto il tempo e spazio che si è condensato al centro di quello che fino al tramonto era il petto, e adesso, in questo buio, è solo un grande vuoto spalancato. Al centro di questo vuoto, il peso immenso, immobile, di un universo nullificato, invisibile, che pulsa come un cuore malato, sgretolato, sbriciolato.

Non so come altro descriverti questo corpo orizzontale che mi sento addosso, questo corpo squadernato e steso a terra come un patchwork, senza asperità, senza aggetti, senza rumore. Senza altri rumori, dovrei dire, perché il mio corpo è tutto un rumore adesso. E’ il rumore di quel cuore malato che pulsa. E come non smetto di stare nel troppo, così non smetto di stare nella distanza tra due battiti, nell’eco di un battito che rotola, si trascina su quello successivo, si confonde con quello, lo divora, è divorato.

Adesso basta. La mano è ferma, inferma. E’ confusa, col braccio, è guanto di carne rovesciata. Gocciolo sangue, lo vedi.

 


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lunedì, 06 giugno 2005

 

Memorie / su memorie

(Alderano, per una notte, torna in Evasio Stoppani)

Che la prima volta si era ubriacato dalle suore. Quel ricordo s'impose a Evasio nel suo cunicolo d'automobile, accostato all'argine del fiume in piena, mentre tornando a casa, quando già stava albeggiando, s’era fermato ad osservare da dietro lo schermo il cielo che s'illuminava di tanto in tanto, fulmini come fuochi d'artificio. Tuonava. I monti in lontananza erano bianchi d'acqua. I pensieri s'incastravano l'uno con l'altro come bicchieri.

Gli era rimasta, la sete di quel giorno. Quando aveva rubato un fiasco di vino dalla tavola imbandita. Lo aveva nascosto in un'aula buia, in quell'ala dell'edificio dove non c'era nessuno, ché tutti erano nello stanzone accanto alla cappella. Aveva deciso di sfidare il buio, e si era allontanato da quella turba impecorita intenta a mangiare, danzare in rigide coppie, chiacchierare. Si sentiva diverso, ora, da tutti gli altri bambini che continuavano a giocare: quel fiasco era il suo trofeo. Lo aveva conquistato. Nessuno poteva partecipare della sua vittoria, ed ora di quel fiasco poteva farsi scudo contro i mostri in agguato a ogni angolo di stanza. Non aveva più paure. Si avvicinò a una finestra dell'aula. In lontananza luci, fuochi d'artificio - era l'ultimo giorno dell'anno - e musiche. Ogni cosa gli giungeva attutita. Quasi fosse  disombrato generale ad osservare il cozzo delle falangi dalla collina, del tutto incurante delle sorti della battaglia.

Il fiasco era già stappato, Evasio prese a dare sorsate, dapprima imperite, brevi, brucianti, poi, mano a mano, sempre più lunghe e frequenti, finché l'unico desiderio divenne quello di svuotare il fiasco più in fretta possibile. Per vedere cosa sarebbe successo, dopo. Non altri pensieri in testa, solo arrivare al termine. Finire, sfinirsi. Svuotarsi.

La testa andava facendosi sempre più molle, la stanza prese a girare. Divenne un labirinto. Appena data l'ultima sorsata, Evasio tentò di uscire di lì, come un animale che ha il solo desiderio di andare a morire sotto il cielo aperto. Non era più la persona che aveva conosciuto, ma nemmeno era qualcos'altro. Non era più nulla. Uscì all'aperto danzando, ruotando goffamente su se stesso, a braccia distese come in volo. In preda ai venti e alle correnti, si stese sulla scalinata ad affrontare il gelo. Era leggero, cominciò a ridere. Di nulla in particolare, rideva e basta. Per qualche minuto rimase di lui solo una grande bocca aperta e convulsa. Finché si aprì il portone, e ne uscì una suora: allora cercò di alzarsi e scappare, ma inciampò dopo un passo, e cadde ai piedi della scalinata. Un turbinìo di voci, un imprecisato numero di mani lo afferrarono, un soffitto dipinto sopra la testa. Lo avevano portato nella sacrestia, appoggiato su un divano. Un'ombra aveva già cominciato a fare la predica, in modo che Evasio avesse profondamente marchiata la propria colpa. Stava facendo male a se stesso, e agli altri - soprattutto agli altri!, pensò Evasio - aveva rovinato una così bella festa... quelli erano costretti a fingere di macerarsi... s'affacciavano sopra di lui, muovevano la bocca senza che ne uscisse suono, con una smorfia che voleva essere un sorriso... lo accarezzavano... Evasio aveva visto un documentario sul Vietnam... fuochi enormi... quelle bombe che incendiavano ogni cosa... sognò che su quella sacrestia cadesse una di quelle bombe... e tutto andasse a fuoco... anche quell'orribile quadro di Gesù che gli stava davanti... un immenso rogo... se finalmente avesse potuto restare da solo... solo... e invece quelli erano sempre lì, intorno a lui... brulicavano... gli facevano credere che senza di loro... chissà cosa sarebbe successo... che li doveva ringraziare... che guai! che non succeda un'altra volta... che questo sia servito di lezione... che vedi a far sempre di testa tua... devi essere obbediente... ascoltare quel che dicono i grandi... era abbandonato sul divano... non gli permettevano di restare solo... restare solo... solo... solo... solo.

Evasio era lì, solo, nella sua auto, a macerarsi con queste memorie, rischiando di passare un’altra notte a marcire dal freddo, a testa in giù sull’ombelico del volante. Che meglio avrebbe fatto a tornare a casa, questo lo sapeva anche lui. Ma com’è possibile notare dalle nostre parole, era da quelle memorie d’infante che passava la via per il silenzio del Grande Semplice: epperò Evasio non riusciva a vederlo…

 

 


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giovedì, 02 giugno 2005

 

CPT: bocche cucite.

Oggi, a Roma, a margine della fallica parata da 11 milioni di euro, il corteo pacifista è stato caricato perchè esponeva uno striscione contro i CPT. Ma certo che lamentarsi per qualche bastonata e qualche manganellata sarebbe smisurato, a paragone di ciò che combinano le forze del disordine dentro i CPT. Ad esempio, questo mi ha detto un ragazzo ecudoregno che ha avuto la sventura di finirci dentro (ma la ventura di uscirne in suolo italiano). E chiunque altro tra i tanti che ho incontrato mi ha raccontato di aver assistito alle stesse scene.

Una volta la polizia ha picchiato dei trans. Erano davanti alla mia camera. Sono entrati i poliziotti insieme all’ispettore, bum bum bum. Era freddo, dopo averli picchiati gli hanno tolto i vestiti e li hanno bagnati tutti. Bastardi. Questo perchè avevano bruciato un materasso. Uno di loro doveva uscire e non lo lasciavano.

Questa vi pare ideologia? Andatelo a dire a un ragazzo marocchino. Da diciott’anni stava in Italia. Ormai aveva una vita qui. Se stai diciott'anni in un paese ormai sei a pieno titolo radicato lì. Non gli hanno rinnovato il permesso di soggiorno, non si sa per quale motivo. Nel CPT è crollato: ha chiesto ago e filo per cucirsi i vestiti. Invece si è cucito la bocca. Se l’è cucita con filo rosso: non sulle labbra, ma dal di sopra, dall’interno verso l’esterno, perfettamente, le labbra combaciavano, un lavoro a regola d’arte.


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