del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


giovedì, 31 marzo 2005

 

Col pretesto che Les Anarchistes partono per Marsiglia, vi lascio queste parole di Léo Ferrè.

L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia.


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lunedì, 28 marzo 2005

 

TeleGenocidio 5

 

 

Che la televisione e i suoi telegiornali raccontino il mondo – a questo non ci crede più nessuno. Ma è interessante, ogni volta, vedere il modo in cui il mondo non viene raccontato. Vedere come un altro mondo non solo è possibile, ma è già qui, sempre.

La gazzetta arcoriana di Rossella, stasera, nella sua medietà, è stato un bell’esempio di questa invenzione perpetua del mondo. Se ne ascenda la scala paradisii – laddove il Paradiso è il non-luogo superessenziale, e la Cesara Buonamici la sua apofatica profetessa.

Si comincia con la scossa di terremoto al largo di Sumatra. Si prepara un altro tsunami? Notizia dell’ultim’ora che scalza, ahimé, quanto era destinato a far da prima notizia. Prima dello spiacevole imprevisto del terremoto, in testa c’era la campagna contro il rischio alcool. Brucia il cervello, ci hanno già avvertito i titoli di testa. Nonno Sirchia (il cui compito è quello – classicamente biopolitico - di lavorare sul corpo sociale, avendone cura, controllandolo con scrupolo) arriva a dire che una volta non si beveva così tanto e ci si divertiva di più. Dalla sua faccia non si direbbe che si sia divertito molto, nella vita. Ma insomma, l’importante, in un giorno di festa, è mettere in guardia tutti dall’eccesso di festa – ovvero, mettere i corpi docili al lavoro. E, prima ancora, creare allarme. La gazzetta dell’Impero non deve certo dare notizie, deve ammonire i sudditi, con un bollettino quotidiano che li segua passo passo. E deve farlo terrorizzandoli. Ché paura e  terrore sono le armi migliori dell’Impero.

Dopodiché, in perfetta concatenazione, si passa all’innocua scatoletta piena di polvere pirica ritrovata sulla finestra di una caserma sassarese. Eccoli, gli anarco-insurrezionalisti che vogliono prendere il posto delle Brigate Rosse. Che la scatoletta fosse innocua, e che ciò che voleva chi l’ha messa (se è vero che l’ha messa lui) è proprio ottenere l’attenzione dei media – non conta: anzi, si dice proprio che qui si tratta, addirittura, proprio di una ‘deflagrazione mediatica’. A riprova del fatto che le gazzette non danno conto del mondo, ma di se stesse. In questo caso, occorre creare il pericolo anarco-insurrezionalista: mai lasciar vuota la casella del nemico assoluto, ché alla bisogna si può accusare chiunque di coltivarne l’amicizia.

Sempre a proposito di assenze, ecco il Papa, che manca dal balcone. L’ennesimo trailer del fastoso spettacolo della morte del Vicario di Cristo, evento mediatico a venire senza rivali.

Un veloce accenno alle code autostradali di Pasquetta (la fastidiosa normalità), e via con la sfilza di ‘scioperi che riguardano tantissimi settori fondamentali’, come dice la Cesara con un’evidente punta di fastidio. Che rompicoglioni questi scioperanti. Ma sciopereranno per qualcosa? Boh.

Ecco ancora un’altra agonia alla ribalta, quella di Ranieri (combinata con il lusso miliardario monegasco). La morte e la sovranità sono d’altra parte qualcosa che costituiscono, da sempre, lo spettacolo principale per l’animale umano, e i gazzettari, questo, lo sanno bene.

E qui si arriva al clou - dopodiché non ho più resistito. Lo spot per la petizione per la Fallaci senatore a vita. ‘Pensate’ dice la Cesara meravigliata, come una mamma che racconta qualcosa ai suoi bambini per coinvolgerli in ciò che sta dicendo, ‘60mila italiani hanno già firmato’. Peccato che siano i lettori di Libero, il vero giornale fascista, di cui si può dire solo, per la sua smisurata violenza, che ‘la sua dottrina è il fatto’, e che perciò mi onoro di aver bruciato durante un concerto, una volta. Si diventa senatori a vita ‘per altissimi meriti in campo sociale’: e quali sarebbero questi meriti? Essere l’odiatrice, la condottiera che incita allo scontro di civiltà? Che il suo cancro si sbrighi a farne cenere, inch’allah.

Mi tocca dunque scriverlo, ancora:

E' davvero giunta l'ora che te ne vada, Oriana. Che la tua bocca taccia per sempre, e cessi di vomitare odio. Ché adesso li vedi, i risultati che provoca l'odio: s'incarna nel corpo, ed è carne cattiva. Fa male odiare così tanto, fa male l'odio quando non nasce nell'amore ma nella separazione. Se almeno il tuo cancro fosse un segno. Se almeno potessi caricarti sulle spalle l'odio che hai proferito, quell'odio che ti sei fatta carico di restituire. Ma questo è un destino sacro, il destino di azazel. E tu non hai dignità di capro espiatorio. Del pharmakon, che è medicina e veleno insieme, tu non sei che la parte velenosa. E magari fosse che il veleno si esaurisse con te. Resterà, invece, come resteranno le parole che ti hanno attraversato, che tu hai fatto ostensorio della tua rabbia personale, che hai esibito con il tuo orgoglio schiumoso. In fondo non eri che una piccola particola del male, che nella poltiglia del male si dissolverà.

 


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venerdì, 25 marzo 2005

 

Tu t'iscrivi io descrivo ci scriviamo commentiamo litighiamo. E quel fuori così fuori è sempre dentro, e non c'è verso di uscirne.

 

Oggi ho inciso: Io scrivo per gli analfabeti. Ma qui già lo descrivo, è come una farfalla infilzata da uno spillo, non è il miglior modo di fare la sua conoscenza (ho letto da qualche parte).
Ad lib.

 

Per gli analfabeti.

 

Antonin Artaud.

 

Un’anarchia, senza ordine né legge, le leggi e i comandamenti non esistono senza il disordine della realtà, il tempo è la sola legge. Continuerò a disarticolare ogni cosa, nella vita degli universi, perché il tempo sono io.

 

La rivolta generale degli esseri è stata un sogno che ho osservato come un albero, nel mio angolo, con l'epidermide delle mie mani, e non ero morto né distrutto, ma nel corpo da qualche parte.
Sono una macchina che funziona benissimo e parte al primo colpo e sono gli esseri che, con la dialettica, fanno sorgere falsi problemi per comprendere esplicitamente quello che dico: che la mia testa funziona.

 

Seguo la mia strada nell'onestà, nel contegno, l'onore, la forza, la brutalità, la crudeltà, l'amore, l'acredine, la collera, l'avarizia, la miseria, la morte, lo stupro, l'infamia, la merda, il sudore, il sangue, l'urina, il dolore.

Non sono l'intelligenza o la coscienza ad aver fatto nascere le cose ma il dolore mistero del mio utero, dei mio ano, della mia enterocolite, che non è un senso, caro signor Freud, ma una massa ottenuta solo soffrendo senza accettare il dolore, senza rivendicarlo, senza imporselo, senza starselo a cercare ...

 

Non c'è scienza, c'è solo il niente, e non la supereranno la loro scienza se credono. Non si può vivere con tutti questi parassiti mentali attorno. lo sono colui che ha voluto rendere inutile il segno della croce.

 

Il dubbio, l'incostanza, l'ignoranza, l'inconseguenza non costituiscono uno stato alterato, ma il solo stato possibile, non esiste l'essere innato che avrebbe infusa la luce, la luce si fa vivendo, ma la sua natura reale è tenebrosa, non riempie mai lo spirito di consapevolezza, ma della necessità di accatastare il suo essere, di raccoglierlo al centro delle tenebre, affermazione consistente di un essere, di una forma che con la sua misura e i suoi appetiti si affermerà, l'essere, non dio, nessun principio innato.

 

Io non sono mai andato a dire agli intellettuali: che cosa volete? Neppure li ho mai biasimati, li ho solo scandalizzati con la lingua e i colpi. L’idea che ho di me è che non so nulla e sento sempre qualcosa dì diverso in merito a un'idea del dolore e dell'amore che non può non uscirne.

 

Non ho mai amato l'atmosfera delle case di correzione e non accetto che me la si applichi.

 

Lo ripeto, a guidarmi non è l'orgoglio letterario dello scrittore che vuole piazzare e veder pubblicato il suo prodotto. Sono i fatti che racconto che voglio che nessuno ignori, i gridi di dolore che lancio e che voglio siano sentiti.

 

No, io, Antonin Artaud, no e poi ancora no, io, Antonin Artaud, non voglio scrivere se non quando non ho più niente da pensare. Come chi divori il proprio ventre, l'aria dei suo ventre, da dentro.

 

Sotto la grammatica si nasconde il pensiero che è un obbrobrio più difficile da battere, una vergine molto più renitente, molto più difficile da superare quando io si prende per un fatto innato. Perché il pensiero è una matrona che non è sempre esistita. E che le parole gonfie della mia vita si gonfino nel vivere dei blabla dello scritto.

 

Io scrivo per gli analfabeti.

 

P.S. Bisogna pagare degli ignoranti assoluti con denaro e buone parole per trasportare oppio, e fucilare i soldati, per vestirsi con abiti civili e assassinarli tutti, i soldati.

 

Liberare l'oppio dell'Afghanistan ...

 

 


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lunedì, 21 marzo 2005

 

Il Genoa Legal Forum ha chiesto di mandare memorie sui giorni del G8. Io ho mandato questo, legando due frammenti che già avevo qui pubblicato. (Se volete contribuire, mandate le vostre memorie a info@supportolegale.org).

 

 

A mio fratello.

 

 

E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.

Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘gli hanno sparato’. Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Io continuo a piangere, non riesco a fermarmi, vado verso gli scogli, per vergogna, per necessità di un posto, perché il pianto mi si confonda con il mare. Ma il mio pianto non ci sta, in quel mare. Mi sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati tre anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.

Mi sta ancora addosso quel pianto, nell’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Il dito che ci tocca tutti, e spreme la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani, fiori del pianto. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sanno, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sanno che il nostro non è un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facciamo a noi stessi. E qui non c’è me.

 


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sabato, 19 marzo 2005

 

DIOLAMA

 

o della volontà di bellezza.

 

 

Per avere tutto, occorre non volere nulla. Verissima verità. Ma si deve pur sempre avere una volontà: la volontà di bellezza. Volontà idiota e rivoluzionaria.

 

Idiota - nulla vuole, tutto lascia essere.

 

Rivoluzionaria - vuole il tutto, lascia essere il nulla.

 

Volontà di una bellezza che trova la sua figura nel puro contorno, non-luogo dell’essere. Essa è forma, potenza, nobiltà. Volatile nel mondo sublunare, piuma che scrive la propria figura con il solo movimento - e non è il vento a farne miracolo. Una Rivoluzione Permanente - senza orbita, solo fuoco, e d’incomposta eternità.

 

Istanteterno.

 

Quando i cardini non sorreggono più la storia, il je si fa autre, il Tempo è Ora, spalancato e osceno, aperto a liquidi e bave, immane - ecco il prodursi dell’incanto: un dio che sputa il suo nome in faccia a chi s’illude di sé, del mondo, di Dio…

 

Lieve, inafferrabile, giocoso DIOLAMA, che si fa beffe di chi non prenda alla lettera la sua forma pura - il suo analfabetismo… Ride per seppellire chi si attende un giudizio: universale - predicato che definisca, e finisca -, e insieme valore che il sepolto vivo non è capace di (non vuole) dare: non sa vedere, il sepolcro, l’affilatezza dell’essere - ciò che impedisce ogni imputazione categorica, e grida libertà -, e per questo creperà ignaro di tutto in un’attesa d’incubo, la terra a riempirgli la bocca…

 

E’ un dio che sputa in faccia la sua risata  a chi vive sempre post factum, e non conosce che la farsa della storia - tragedia? vanitas vanitatum

 

E’un dio che sputa in faccia la sua risata ai babelici figuri che del tempo fanno ruggine nei templi infami dove circola la parodia di un dio anarchico, forti dei loro Spiriti Capitali, icone blasfeme, escrementizie, a inondare il mondo del loro seme di scambio, sterile, funereo, infecondo.

 

E’ un dio dal gesto distruttore, dall’invisibile levità propria di chi sputa senza saperlo - sublime riso che mai sarà pago di distruggere, di muover guerra ai palagi e alle chiese.

 

O dio idiota, che non temi di frantumare certezze, e di renderci saldi nella tua radice ignota, rendici eterni, e vuoti.

 

 

 


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lunedì, 14 marzo 2005

 

L’afferramento

 

(Monologo teatrale d’occasione).

 

 

Si guarda intorno, muovendo la testa lentamente, e muovendo velocemente gli occhi, come a cercare qualcosa che dovrebbe essere lì, davanti a lei, all’altezza dei suoi occhi sbarrati. Dovrebbe proprio esserci. Ma non c’è. Senti, Lama, ascolta. Lo so che ci sei. Non è stata colpa mia. Mi ha afferrata. Mi ha afferrata come si afferra un concetto. Das begriff. Il concetto è ciò che si afferra, i tuoi amici tedeschi la sanno lunga. Più che lunga la sanno bene. Ce l’hanno dimostrato, a Dresda. Ma a me non interessa la cosa che si afferra. A me interessa il gesto dell’afferrare. Fa il gesto di afferrare qualcosa, lentamente, lentamente la mano si contrae, i nervi delle dita tesi, vibranti. Questa linea, vedi, Lama, (indica con l’altra mano  la linea esterna del palmo) è questa linea che mi interessa, questo contorno. Questa contrazione. Ma non ci dev’essere la cosa afferrata, se no il contorno scompare, si vede solo la cosa, l’oggetto – e un oggetto è sempre inanimato – e la contrazione non si vede più. Non si vede più questo tremore. Sì, Lama, d’accordo, tu non lo vedi adesso, ma questo dipende dai tuoi occhi. Non hai più la vista di una volta. Sei dietro un vetro, adesso. Ecco, io ero l’oggetto, quando mi ha afferrata. La mano si affloscia chiudendosi. No, Lama, non so perché è finita così. So solo che mi ci sono trovata. Era come quell’appartamento di Dresda. Solo che là c’eri anche tu. Ieri non c’eri. Ed è colpa tua, Lama. No. Non è colpa di nessuno. Non è colpa. Ma se c’eri anche tu sarebbe stato diverso, Lama. L’avresti usato il tuo nome, gliel’avresti piantato dritto nella pancia, come avevi fatto in quell’appartamento di Dresda. Quando lo svedese voleva portarmi nell’altra stanza. Hai una fica profonda, mi diceva. Voglio vedere meglio. L’ho lasciato guardare, Lama, ti ricordi. Eri venuto anche tu nell’altra stanza, e guardavi lui che mi guardava. Io non ti guardavo, invece, il cerchio non deve mai chiudersi. Ma quando si è sbottonato i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo e ha provato a infilarmelo dentro, tu ti sei messo a gridare, no, hai detto, non va bene così, prima devi chiedere il permesso, stronzo. Ma lui aveva già cominciato a masturbarsi, si è alzato, mi ha sborrato dentro. Allora tu l’hai preso, l’hai messo contro il muro e gli hai infilato il coltello nella pancia. Benedetto il frutto del ventre tuo. A Dresda, Lama. Ti ricordi che pioveva, no? E quella pioggia ci aveva levato il sangue di dosso. Levato, lavato… Era schizzato, il sangue dello svedese. Era ben caldo. Anche la pioggia era calda. Quasi bollente. E l’odore, l’odore delle strade intorno… Odore di sangue caldo. Mentre scappavamo sentivo la pelle che colava. Non ricordo altro di quella corsa. C’era solo quella sensazione di spasimo, di fluidità, di un senso che scorre, che corre avanti appuntito come una freccia. Ma una freccia imbevuta di veleno, ed ero io quel veleno, ce l’avevo in mezzo alle gambe il veleno. A un certo punto l’ho sentito, quel veleno, nella fica che mi bruciava, ho sentito il veleno che mi risaliva nel ventre benedetto. Allora ti ho fermato, ti ricordi, siamo entrati in un portone, era buio, ingombro di biciclette. Ti ho tirato verso il muro, una bicicletta è cascata, ma io ti ho tenuto contro di me, mi sono alzata la gonna, ti ho spinto la testa verso il basso e ti ho fatto chinare, finché ho costretto la tua bocca a succhiarmi la fica, a ingoiare lo sperma dello svedese. Mi hai vomitato sui piedi. Poi siamo usciti ancora, la pioggia era diventata tempesta, e tutto odorava di sangue bollente. Io correvo a bocca aperta, volevo ingoiare quel liquido che colava, e non sapevo se era acqua, sangue, sperma, era tutto quanto insieme, ed era bollente, e aveva un odore di vertigine. Siamo spariti, poi, nessuno a Dresda ha mai saputo niente di noi. Né prima né dopo. Noi a Dresda non siamo stati che fantasmi. Ed eravamo fantasmi sovrani. Il cielo era nostro, la terra era nostra, il sangue era nostro. A Dresda. Ma ieri, ieri non era Dresda, e tu non c’eri. Il tuo amico, Lama. Mi è venuto a trovare a casa. Sono un amico di Lama, ha detto. Io, figurati se non lo facevo entrare. Voleva dei soldi. Ha detto che ti conosce bene, e che tu glieli avresti dati, se fossi stato qua. Ma tu non ci sei. Io non ce l’ho i soldi. Non ho soldi. Gliel’ho detto. Lui me li darebbe, ha detto. Io ero mortificata. Lui non ha più detto niente. Io sapevo di essere in debito. E poi tu non ci sei. Mi ha messo una mano sulla coscia. Poi l’altra. Mi ha girato, e mi ha preso da dietro, come si prende un concetto. Un concetto, è come la verità. E la verità, bisogna incularla. Poi se ne è andato. E’ questione di natura, Lama, non l’ho deciso. E’ questione di linea della mano, è questione di gesto, di contrazione. E’ questione di cosa si afferra. Della cosa che si afferra. Lo so, Lama, secondo te o si afferra una cosa, o è la cosa, che ci afferra. Ma c’è una terza possibilità, Lama. Si può anche diventare una cosa, e farsi afferrare. Io mi sono fatta afferrare, Lama. Tu no, e vedi com’è finita. Essere afferrati è un destino, Lama. Meglio farlo proprio, finché si è in tempo. E io l’ho scoperto in tempo, Lama. Non riuscivo più a vedere la linea della mano. Non sentivo più la contrazione. Non tremavo più, Lama, e tu lo sai che tutto quello che ho fatto, che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto solo per febbre. Ma ho scoperto in tempo perché non tremavo, Lama. E che dovevo essere afferrata per tremare ancora. L’ho scoperto, il perché. Dresda. Non tremavo più perché da Dresda mi sono portata in grembo una bestia. Nel mio ventre benedetto. C’era una bestia nel mio ventre benedetto. Non te l’ho detto, Lama, non te l’ho detto perché non lo avevo ancora detto a me stessa. Come potevo pensare di avere qualcosa che non fosse tuo, nel ventre? E invece c’era, Lama, tu non mi avevi lavato con la tua lingua. Ti eri rifiutato. Avevi finto di succhiare, non avevi ingoiato. Avevi vomitato dallo schifo, Lama, non per aver ingoiato lo sperma. Per lo schifo, Lama, ed era schifo di me, capisci? Era schifo di me. Quando l’ho capito non potevo che denunciarti, Lama, dovevi caricarti sulle spalle la distanza che avevi voluto prendere da me. Non è che eri colpevole di qualcosa. Non avevi colpa. Non c’è colpa. E’ solo una questione di natura. Non mi guardare, Lama. Il vetro ti fa gli occhi acquosi, mi spaventi. Non ho nessuna colpa, Lama, come te. E’ per questo che sono venuta qui da te, Lama. Perché non riesco più a seguire la linea della mano. A vedere la contrazione. Allora devo essere l’oggetto inanimato che la mano deve afferrare. Io devo essere afferrata, Lama. Voglio che mi si squarci il ventre. La verità, bisogna incularla. Benedetto sia il ventre mio, Lama. Benedetto te, Lama.


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sabato, 12 marzo 2005

 

Il Grande Vecchio Anarchico.

Delle farneticazioni del grande vecchio Pisanu su una fantasmatica direzione centrale degli anarco-insurrezionalisti (per non dire del collegamento con le Br) non varrebbe la pena di parlare, se non fosse che oggi leggevo l'autobiografia di Belgrado Pedrini. Un anarchico d'altri tempi e tempra, uno straordinario ribelle all'ordine costituito (autore, tra l'altro, del testo della canzone, rivisitata da noi lesanarchistes, Il galeone). Belgrado non attese la Resistenza ufficiale per esercitare il suo antifascismo: antifascista lo fu sempre, e con le armi in pugno. E fu per questo che si fece trentadue anni di galera: a causa della morte di un poliziotto fascista durante un conflitto a fuoco, e di alcuni espropri attuati ai danni industriali fascisti al fine di finanziare la lotta armata. Fatti accaduti prima del partigianesimo ufficiale, ahimé - altrimenti Belgrado avrebbe ricevuto una medaglia. Che peraltro avrebbe rifiutato, così come fece il suo compagno Giovanni Mariga.
Belgrado racconta di come scampò a morte sicura dopo essere stato catturato dai fascisti (alla fine del conflitto a fuoco di cui sopra - che finì quando finirono le munizioni). Fu per l'intervento del federale di La Spezia, che fermò la fucilazione di Belgrado (successivamente fu un assalto di partigiani anarchici al carcere di Massa che gli consentì di salvarsi definitivamente e di unirsi ai compagni sulle montagne). Il motivo dell'intervento del federale era che bisognava tenerlo in vita, quel bandito malfattore, per arrivare ai mandanti: ai cervelli, ideatori e compilatori di quei manifestini che spargeva in giro. Si legga cosa scrive Belgrado, e poi si pensi con pena al povero vecchio Pisanu.

"Ciò che ci salvò quindi, in quel momento estremamente critico, fu l'ignoranza che è la caratteristica comune di tutti i burocrati, i violenti e gli autoritari, di tutti i fascisti insomma. Secondo quelle povere bestie, abbruttite dai loro falsi ideali e dal loro ruolo subalterno, noi dovevamo avere un capo, un 'intelligente' come loro. (…). Dopo giorni, dopo botte, dopo torture, scoprirono che non era possibile trovare il bandolo inesistente di una matassa che era solo nelle fantasie dei loro cervelli. E' risaputo, infatti, che tutti gli anarchici, in quanto tali, sia che abbiano una laurea o meno, sono sufficientemente critici e autonomi da essere registi e unici responsabili di ciò che programmano e di ciò che fanno".

Aggiornamento: Le considerazioni svolte qui sopra sono considerazioni di metodo, per così dire. Per quanto riguarda il merito, rimando all'intervento di Patrizia Diamante sul blog di Stampa Alternativa.


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giovedì, 10 marzo 2005

 

Non essere complici.

Franco La Cecla è un antropologo. Salito su un aereo per Dakar, trova un senegalese legato per essere rimpatriato. La Cecla si rifiuta di partecipare al collaborazionismo di fatto che lo stato francese sta chiedendo ai passeggeri del volo. Vuole scendere. Viene arrestato. Adesso è sotto processo, e rischia cinque anni di carcere. E' possibile aderire all'appello in suo favore scrivendo a antropologiche@yahoo.it. Di seguito, l'articolo che La Cecla ha pubblicato su il manifesto il 18 dicembre scorso.

Alle sette e mezza del mattino del 15 dicembre ci imbarchiamo su un aereo, charter, Air Horizon, alla volta di Dakar. Appena entriamo sentiamo delle urla provenire dal fondo. Ci hanno assegnato la penultima fila per cui quando ci avviciniamo ai nostri posti troviamo seduti in fondo due poliziotti e in mezzo, legato come un salame, un giovane africano che urla «je ne suis pas un esclave», «lasciatemi», «mamma», «mi fate male». Ha gli occhi fuori dalle orbite ed è paonazzo in volto. Urla come un disperato.
Preoccupati ci sediamo e i poliziotti ci dicono che non c'è problema, che appena l'aereo si alza in volo lui smette. Le hostess ci sorridono. Passa mezzora, poi tre quarti d'ora, l'aereo non parte e lui continua a urlare e piangere. I poliziotti lo fanno sparire ogni tanto , piegandolo (è ammanettato dietro) e mettendogli un guanto sulla bocca e gli dicono che se non la smette sono obbligati a fargli questo. I passeggeri sono visibilmente sconvolti. L'aereo è pieno, ci sono bambini, famiglie. Siamo in varie persone ad alzarci, infine io e un giornalista presente andiamo dal comandante e gli diciamo che non riusciamo a pensare di potere volare in queste condizioni. L'amica che ho accanto si sente male, un senegalese che soffre di cuore si aggiunge a noi e dice al comandante che ha paura e che non può volare così. Gli chiediamo di farci scendere.
L'aereo è ancora attaccato al tubo del terminal. Lui dice che si occuperà della cosa. Dopo qualche minuto annuncia che dati i suoi poteri ha deciso di fare scendere il clandestino e la polizia. Poi viene da noi che ci siamo seduti e ci chiede di dargli il passaporto perché ha bisogno dei nostri nomi per sostenere la sua decisione. Quando ci chiama più tardi per ridarci i passaporti dice di venirli a prendere all'entrata dell'aereo. Appena siamo lì, veniamo ammanettati dai poliziotti e trascinati fuori con strattoni. Chiediamo spiegazioni, loro ci strattonano ancora, ci mettono in una camionetta e ci conducono al posto di commissariato dentro all'aeroporto. Lì ci notificano che siamo «guardes a vu», guardati a vista. Ci chiedono le generalità e poi ci mettono separati in cella. Chiediamo il motivo e loro dicono che passeremo dei seri guai e che ci siamo messi in una storia molto pericolosa per noi. Veniamo perquisiti, ci fanno spogliare completamente e poi rivestire e poi ci levano tutto, occhiali, lacci, orologio, portafogli, beni personali. Dicono che abbiamo diritto alla visita di un medico e che loro facciano per noi una telefonata. Poi ci chiudono in cella. Sono le 9 del mattino quando entriamo e saranno le 19 quando finalmente ci fanno uscire. Nessuno ci comunica quando usciremo. Ci chiamano uno ad uno ad essere interrogati.
Nel frattempo altri poliziotti raccontano che il clandestino, espulso, si è lanciato contro un pilone a punta per suicidarsi ed è in ospedale. Arrivano notizie che l'aereo non è partito, che i passeggeri non vogliono partire senza di noi. L'aereo finalmente parte alle 16, alcuni passeggeri sono nel frattempo scesi. Sapremo che hanno dichiarato di essere tutti disponibili a testimoniare in nostro favore. Quando ci interrogano i capi d'accusa sono incitazione alla rivolta e «entrave» cioè avere ostacolato un volo, in seguito corretto in avere bloccato una procedura di espulsione. Io sono accusato di avere detto agli agenti che quello che facevano era una tortura - cosa che non ho mai detto loro - e che non capivo perché utilizzavano un charter e non un volo di linea normale o un volo militare. Il poliziotto capo che mi interroga mi da ragione sull'ultima cosa. A lui spiego la mia versione e gli ricordo che nei diritti dei passeggeri c'è quello di abbandonare un aereo che non è ancora partito se hanno paura o stanno male. Torno in cella. Poi mi richiamano per prendermi le impronte e farmi le foto segnaletiche. Adesso sono schedato come un pericoloso dirottatore. Passano le ore in cella e finalmente ci liberano. Il posto è sporco, affollato, i poliziotti sono chiaramente del fronte nazionale e manifestano un atteggiamento razzista verso le persone di colore che arrivano, e trattano tutti con estremo disprezzo. Quando ci rilasciano, ci dicono che probabilmente non procederanno contro di noi e che possiamo invece tra qualche mese, quando si aprirà il processo o meglio l'istruttoria, denunciare il comandante dell'aereo. Ci fanno firmare una dichiarazione di rilascio e non ci danno alcun foglio che dimostra che ci hanno detenuto. Usciamo sconvolti e ci vediamo noi tre dell'aereo e ci
mettiamo d'accordo per chiamare la televisione nazionale, France 2 e France 3 e di prendere un avvocato.
L'indomani alle 9 e 30 facciamo l'intervista che verrà diffusa più volte durante la giornata e che include una dichiarazione del capo della polizia che dice che rischiamo 5 anni di prigione e settemila euro di ammenda, e che siamo accusati di incitazione alla rivolta, di impedimento di un atto di espulsione e di insulti alla polizia. L'accusa di violenza nei loro confronti viene subito ritirata. Scopriamo che una cosa analoga era avvenuta il giorno prima e che l'aereo non era partito, ma che è la prima volta che tre passeggeri passano dieci ore in cella per avere manifestato il proprio malessere di fronte a quello a cui erano costretti ad assistere.


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martedì, 08 marzo 2005

 

 ‘Il disordine non è che l’ordine senza il potere’, diceva Léo Ferré. Ma allora, il disordine è l’amore stesso. E infatti, a chi gli chiedeva una definizione d’anarchia, Léo rispose, semplicemente: ‘amore’. Non certo un grande abbraccio collettivo, ché l’amore è fatto di sangue e di conflitto, di violenza e di noia. E’ fatto di un amante muto come le stelle, che non dice mai niente. E’ fatto di fine. Di tempo che finisce. Che finisce in un doppio senso: è lui che finisce, e fa finire. L’amore, come tutto, è destinato al niente – al silenzio degli spazi siderali. Ed è solo in questa visione, lucida e disperata, che possiamo trovare la forza di sopravvivere, e di vivere, e di gioire. Ed è questo che sembra dica Léo quando canta Avec le temps.

 


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venerdì, 04 marzo 2005

 

 

DOGVILLE.

Un trattato di Teologia Politica per capire il nostro Tempo.

 

Ho rivisto Dogville, di Lars Von Trier. E non posso che cantare le lodi di questo grandioso film teologico e politico. Che ognuno dovrebbe vedere per comprendere la storia del nostro Tempo, e la Storia tout court.

Avevo amato the Idiots, odiato Dancer in the dark. Dogville è magnifico. Esso dice l'etica. Dogville è la città del sottouomo - là dove la vittima è immediatamente carnefice. La ‘zona grigia’. E' lo spazio cavo dell'etica, ridotta all'osso: la scheletrica e immaginaria scenografia teatrale non fa che presentare l’etica come un gioco di società. In questo gioco, la grazia appare come l'impossibile - e quest'impossibilità non può che materializzarsi come angelo sterminatore, in fine. Nicole Kidman è il tremendo - è il volto di Dio, dalla prima all'ultima inquadratura. E poi, Dogville ha un merito ulteriore: dice l'etica oggi. Dice l'America come spazio scenico dell'etica. Dice la catastrofe del nostro tempo, insomma.

 

 ‘Lasci che io sia cieco da solo’. E’ la frase pronunciata dal cieco Ben Gazzara che apre la scena, e introduce alla catastrofe. Quando la Grazia vuole far aprire gli occhi sul buio – il buio della ‘città marcia’ – e il buio non ne vuole sapere. Non vuole riconoscersi. ‘Accettarsi’, per dirla col predicatore Tom (Sawyer): l’insopportabile moralista, il ragno psicologo (in senso nietzscheano). Tom, come ogni buon prete, conosce il problema; ma anche lui – e lui più degli altri – non fa nulla per riconoscerlo. Grace – l’angelo idiota – si è presentata per portare alla luce l’insetto che rode l’anima (l’insetto dei Karamazov): ma questo è un rischio troppo grosso, che nessuno è in grado di correre. Per questo Tom verrà fulminato proprio dalla Grazia in persona, senza bisogno di angeli inferiori.

Nessuno, a Dogville, è in grado di riconoscere la Grazia. Di vedere il Dono, e il perdono che porta con sè. (‘Vi viene offerto il perdono, e voi scegliete un piatto di lenticchie’, gridava l’imbonitore in Le vide di Armando Punzo). Dapprima, si prova a liberarsene con i regali dell’addio – nella stessa maniera in cui si fanno i doni ai morti, perché siano morti davvero e ci se ne possa liberare per sempre. Poi, quando la si fa restare – perché non si ha la forza per liberarsene – la si può accogliere solo in quanto capro espiatorio. A Dogville l’Altro non può essere un dono, ma solo un capro espiatorio. Azazel. La vittima sul cui omicidio si costruisce la comunità.

E non a caso le cose precipitano nel Thanksgiving Day. (L’America è lo spazio di massimo dispiegamento di questa logica: Von Trier fa un discorso teologico, ma al medesimo tempo un discorso storico, e politico. E’ in quest’America – in questa young America – che si dispiega al massimo grado questa vicenda teologica). Invece di ringraziare, di accettare il Dono – è la Legge che irrompe durante la festa, il Potere Sovrano che, con la sua sola presenza formale, senza bisogno di nessuna accusa, di nessun capo d’imputazione, determina il fuori-legge. Questa dislocazione esige una compensazione immediata: ‘è come parlano i gangster’, ma anche gli affaristi. Con la Legge, insomma, compare immediatamente la Ragione economica. Il calcolo.

La Legge e la Ragione producono il Servo. E il Servo viene rapidamente deprivato di ogni sembianza umana. Su di lui si scarica ogni alterità, e viene creato in quanto diverso. A Dogville ‘nessuno ha bisogno di niente’, si ripete più volte: l’unica cosa di cui si ha bisogno è il Servo. E i meccanismi per costruire e rinforzare questa logica perversa sono quelli di Colpa e Punizione (nel caso del bambino Giasone), di Rispetto e Dominazione (nel caso del padre di Giasone).

Sarà Tom a innescare l’Apocalissi – la rivelazione del mysterium tremendum. Quando ormai il meccanismo sarà fin troppo evidente, e il rischio troppo grande. ‘E poi fu come se Dogville fosse in attesa’. Il Giudizio. Nessuna apocatastasi, ma l’angelo sterminatore. Che prende coscienza – grazie al Padre - di come occorra dare la possibilità ad ognuno di render conto delle proprie azioni. Di come ci sia un momento per essere clementi, e un momento per essere duri. Occorre, insomma, prendersi la responsabilità del Crimine. Di quel  Crimine che sta a monte della Legge, e di ogni fatto umano. Occorre far Giustizia. Dismettere l’arroganza del perdono, e capire che, se pure la gente sta facendo del suo meglio, questo meglio non è abbastanza buono. E che dunque, per il bene dell’umanità, e della Grazia stessa, occorre rimettere a posto le cose. Dogville deve scomparire. ‘Occorre mantenersi al proprio livello’, dice il Padre: e se gli uomini degradano a livello dei cani, solo a salvarsi sarà il cane, che è quello che è.

‘La luce adesso rivelava ogni irregolarità e difetto’.


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giovedì, 03 marzo 2005

 

"Naturalmente la gente non vuole la guerra. Perché un povero diavolo di una fattoria dovrebbe voler rischiare la propria vita in una guerra quando al massimo ne può guadagnare di tornare alla sua fattoria tutto intero? Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra, né in Germania. Questo è comprensibile. Ma, dopotutto, sono i governanti del paese che determinano la politica, ed è sempre facile trascinare con sé il popolo, sia che si tratti di una democrazia, o di una dittatura fascista, o di un parlamento, o di una dittatura comunista. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre portato al volere dei capi. È facile. Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e per esporre il paese pericolo. Funziona allo stesso modo in tutti i paesi."

Hermann Goering.


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