del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


venerdì, 28 gennaio 2005

 

La Voce, la Scrittura.

(In margine del margine a un dibattito sulla letteratura, a Nilla Pizzi e a Rosa Balistreri).

 

Questo scrittore ha una sua voce, si dice. E lo si dice appropriatamente, a mio parere. Nel canto, decisiva è l’intenzione. Ovvero, il come la voce è portata. Il come della voce: un come che fa meraviglia. Un non-so-che che fa la differenza. (Qualcosa che forse ha a che vedere con la significanza barthesiana).

Scrivo mentre scendo a Roma in auto. Prima, ascoltiamo – velocemente – un cd di quelli comprati a un euro e novanta. Canzoni degli anni quaranta, Nilla Pizzi, Flo Sandons, eccetera. Poi, invece, un cd di Rosa Balistreri. Grande cantante della tradizione popolare siciliana, nata nella durezza della miseria, Rosa che porta nel suo canto la pietra e il sole.

Eppure la voce carica di emozioni di Rosa segue essenzialmente dei codici tradizionali, la cifra stilistica della propria tradizione. E dei codici segue anche Nilla (anche lei sa cantare). E’ come se fosse proprio di ambedue di inoltrarsi in un labirinto. (Il labirinto è il codice). Ambedue cresciute, educate a riconoscere dei segnali per avanzare nel labirinto. Il talento, allora, non è che l’abilità a riconoscere quei segnali, la sveltezza, l’agilità di destreggiarsi, per non perdersi, l’intuizione nel cercare soluzioni nuove: insomma, è questione di forza, di intensità.

Ma un labirinto – quello di Nilla – è angusto, asfittico, e ha pareti rosa e azzurre. L’altro è ampio, assolato, ha pareti di pietra, il cammino è aspro. E’ un labirinto che ha il dono del tremendo. E la sua ampiezza, ovvero la sua profondità (dacché la superficie è il profondo), fa sì che vi si inoltra ha la possibilità, come si dice, di andare più nel profondo. Il labirinto di Rosa ha una profondità materica impressionante. Si tratta della matericità delle cose, e del tempo.

Il disegno di un labirinto è la raffigurazione iconica di un mondo. La sua idea – come un geroglifico. La grande voce è quella che riesce a percorrerlo tutto, il labirinto, a rendere la forma compiuta (ma nel momento in cui si compie, si è ancora nell’incompimento: di più, a quel punto, si è nel vuoto). Per questo una grande voce è, essenzialmente, impersonale. Così come anche un grande scrittore. (Ci sono dunque gli elementi per una nuova distinzione tra talento e genio).

L’intensità, la voce: come dirle? Come dire quell’emozione che colora una voce? Non è più questione di struttura, di tecnica: siamo oltre, e c’è di più, in gioco. Quel di più, forse, che la poesia prima di tutto, e più in generale la letteratura, tentano disperatamente di dire. Si tratta di un’urgenza espressiva che, nella scrittura, è ciò che fa sì che le parole dicano di più di quel che raccontano. Parole al limite, che si sporgono sul bordo. Parole, e storie, che designano un silenzio, una fenditura lavica, un fuoco. Icone del fuoco.


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martedì, 25 gennaio 2005

 

Achtung, guerrilla.

 

I più onesti sono quelli del Secolo d’Italia. La sentenza di Milano legittima la guerriglia irachena, dicono. Non parlano di terroristi. Per loro sarebbe sufficiente che si trattasse di guerriglieri per condannarli. Guerrigliero uguale bandito. Come gli avi, del resto: achtung, banditi. Non hanno bisogno d’altro. Qualche piccola soddisfazione revisionista del resto dovranno togliersela, se in qualche modo occorre risarcire i bravi ragazzi repubblichini.

Gli altri, invece, hanno bisogno di una copertura ideologica. Sono terroristi, questi, macché guerriglieri. Kamikaze. Lo hanno stabilito tutti, da destra a sinistra: da Libero al Riformista. Ovviamente di entrare nel merito della sentenza non se ne parla neppure. Eppure viene detta una cosa molto importante: “Estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell'ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati e a prescindere dall'obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente ad una ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che nel conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell'era contemporanea, strumenti di altissima potenzialità offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo”. Insomma, si tratterebbe di una sentenza politica, se li si dovesse condannare sulla base di un presupposto e non in base a reati effettivamente commessi. Un principio di base (assolutamente liberale, peraltro) che pare non aver presente nessuno tra i liberi riformatori. Il giudice ha detto che non ci sono prove? Chi se ne fotte. Questi devono essere condannati a priori. Il giudice ha richiamato un principio della Convenzione globale dell’Onu sul terrorismo che distingue tra guerriglia e terrorismo? Macché. Chi imbraccia le armi contro di noi è per forza un terrorista.

E intanto il nazipadano Calderoli dice, è una sentenza che fa vomitare. Speriamo gli duri a lungo, l’imbarazzo di stomaco.


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lunedì, 24 gennaio 2005

 

Topologia della cultura.

Ripropongo qui due cose scritte come commenti al dibattito nato da un articolo di Carla Benedetti pubblicato su Nazione Indiana, in margine al quale Loredana Lipperini ha sollevato qualche obiezione. Mercoledì pomeriggio, alle 15, Carla e Loredana ne discuteranno a Fahrenheit, la mai troppo celebrata trasmissione di Radiotre. (Non c'entra nulla, però visto che sono in tema di appuntamenti vi dico che Les Anarchistes - seppure in formazione da camera, in quintetto - saranno in concerto giovedì 27 a Roma, allo Zoo Bar del Testaccio. Forse, però, c'entra con la partizione topologica delle culture: in quale sfera potrebbero finire Les Anarchistes?).

La cultura ‘alta’ è autocosciente, ovvero è consapevole di sé: ‘si sa’ in quanto relazione avendo presente la rete di ‘rimandi’ che la costituisce. Riconosce la propria urgenza. Si inserisce attivamente nel reticolo culturale della sua epoca, trasformandolo. E’ uno scarto: lascia intravedere altro. E’ memoria e anticipazione (ha un contenuto di verità che emerge nel tempo).

La cultura ‘bassa’, pur insistendo sullo stesso terreno ‘mitopoietico’, è un oggetto inerte: non dice, ma viene detta. Non ha parola, gliela si dà. Non si parla, è parlata. Non è attiva, ma passiva: è un risultato, può compiere ma non trasforma nulla. Non lascia intravedere nulla. Ha ricordi, non memoria. Non anticipa nulla.

Evidentemente si tratta due concetti limite,  un gradiente che implica un’oscillazione interna.

Al di fuori c’è la cultura sovrana, fatta di gesti. Di atti e non di azioni. E lì ci stanno Carmelo Bene, Céline e Iggy Pop (o meglio: dei gesti chiamati con quei nomi).

Al di fuori, c’è anche la cultura popolare, ormai trapassata. Che dunque, in quanto memoria, dovrebbe appartenere alla cultura alta.

Questa realtà si descrive fin troppo. Si parla, senza mai riuscirsi a dire. Non è contribuendo a questa grande macchina descrittoria che si potrà uscirne. E' semmai fermandola, sottraendo il corpo a quella macchina che lo scrive. Sospendendolo. Il meccanismo allucinatorio, per come lo vedo io, è un corpo sospeso, una parola che non deve avere per forza lo stesso ritmo del tempo da cui sgorga. Una parola difficile, dunque? Non necessariamente. Non vedo nulla di necessario, nessuna regola. Le regole, alla fine della fiera, lo scrittore se le fa da sé. E ogni serie matematica, qualunque, ha la sua propria regola. Credo però che chi abbia a cuore la parola non dovrebbe adeguarsi ai meccanismi della grande macchina descrittoria. Così facendo, la olia. Forse occorrerebbe indicare i granelli di sabbia che la fanno stridere, rallentare. Occorrerebbe sostenerne lo sforzo.  Che poi è lo sforzo del lettore, lo sforzo di leggere una scrittura che ha un ritmo differente. Una ‘visione’ differente.


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sabato, 22 gennaio 2005

 

 Glossa Tendenziosa al Discorso del Pontefice GWB.

No Justice No Peace - Senza Giustizia Nessuna Pace. Era la parola d'ordine del movimento nero, dopo la rivolta di Los Angeles.
Il Pontifex George W. Bush, nel suo discorso di insediamento, ribalta questa rivendicazione. No Freedom No Justice, è la sua parola d'ordine. Senza Libertà Nessuna Giustizia. Ne consegue: No Human Liberty No Human Rights. Senza Libertà Umana Nessun Diritto Umano. (Lui dice, per l'esattezza: "There is no justice without freedom, and there can be no human rights without human liberty").
Se svolgiamo ancora, fino a far emergere l'implicito, consegue: No Freedom No Peace. Ovvero, ancora: O Libertà O Morte (Assoluta. Sterminio).
La parola Freedom compare quarantanove volte nel discorso del Pontifex. Torna ossessivamente come un mantra, come l'Aum che è essenza, principio e fine del cosmo. Analogamente, la  libertà è il principio ontologico della visione del mondo dei neo-cons. Ma è anche il suo principio escatologico - di un'escatologia orientata sull'apocalissi -, se è vero che occorre rompere il dominio del male e assicurare una durevole libertà. Questa missione si è rivelata in un day of fire, dopo anni - essendo crollato il comunismo - di riposo, "sabbatici". Dopo il Giorno del Signore, però, riesplode - e in termini definitivi, finali - la lotta contro il male. Il Doomsday. Va da sé che vi è un'unica forza a poter condurre questa battaglia, una forza che coincide evidentemente con il principio del Bene, ed è la forza guidata dal Pontifex.
La libertà - ovvero il Bene - "ha eternamente ragione". La forza che è vettore di tale libertà ha dunque ogni ragione. Essa non può fare male, per definizione. Essa è la ragione (la ragione che si compie nella storia orientata al Bene), e dunque tutto le è consentito, per conseguire l'obiettivo della "fine delle tirannie in tutto il mondo". Le tirannie, evidentemente, si definiscono come assenza di libertà.(Coesiste la personificazione demoniaca del male con la sua definizione agostiniana in quanto 'privazione del bene'). Il Bene ha il diritto di fare qualsiasi cosa - nessuna esclusa - per il proprio trionfo - per il trionfo della libertà.
Ma la libertà, come si definisce? Essa non si definisce mai. Essa è. Non si trova, nel discorso di Bush, una sua definizione esplicita. A buon diritto, peraltro: ché è la libertà stessa, in quanto principio trascendente - in quanto Essere - a essere fondamento del resto, ed è in base ad essa che il resto si definisce.
Dovremo allora interpretare che cosa il Pontifex intenda, quando pensa a Libertà. Per quanto sia un pensiero pre-ontologico e pre-tematico, come sempre è vaga la comprensione dell'Essere da parte dell'Esserci. Un'indicazione, altrove: "Dobbiamo però finire il lavoro di assicurare la libertà a tutti i nostri cittadini, in tutti i campi: economico, sociale, civile, scolastico". Ecco, una sorta di partizione dell'Essere in quattro sfere. Da ciò si possono ricavare le quattro determinazioni della libertà. La disposizione non pare casuale. Anche le intelligenze angeliche sono disposte gerarchicamente. Prima viene l'economia. Economica, è la prima determinazione della Libertà. Le altre intelligenze sono sue emanazioni, come dimostra la quarta (quella che funziona da cinghia di trasmissione, e forse da Intelletto Agente - che costituisce il General Intellect. E lo costituisce secondo i principi della privatezza proprietaria. Dunque della privazione).
A mo' di auto-glossa, il Pontifex aggiunge nel discorso: "Faremo la nostra società più prospera, libera e giusta." Come?  "Costruiremo una società di proprietari". La libertà consiste dunque nell'essere proprietari. La città di Dio è una città di proprietari. Ognuno sarà economicamente indipendente, e libero. Ognuno si chiamerà George Isaiah Locke, c.e.o. della Halliburton.


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venerdì, 21 gennaio 2005

 

Dice il ministro del mondo, G.F.: 'ce ne andremo dall'Irak quando il legittimo governo irakeno ce lo chiederà'. Legittimo, dice, il nazi-alleato, disvelandoci un mondo. Il (suo) mondo. Quale sarebbe l'istanza che fonda la legittimità? Una decisione: quella di intervenire in nome di alcuni principi (fingiamo di prendere per buona la mascheratura ideologica). E quale l'istanza che stabilisce l'universalità, nonché la cogenza, di quei principi? Il medesimo soggetto sovrano che ha messo in atto la decisione. E' evidente il paradosso, laddove l'attore è controllore di se stesso. In nome dei principi del liberalismo, si viola uno dei principi cardine del liberalismo, quello della divisione dei poteri. Si è volatilizzato, nell'epoca del totalitarismo governamentale.

E conviene dunque far risuonare questo canto raccolto dal Canzoniere Pisano nel 1967. Informatrice una contadina delle campagne pisane. Lo si può trovare nel disco di Dodi Moscati La miseria l'è un gran malanno.

"E a te Cadorna 'un bastan gli accidenti
che a Caporetto n'hai ammazzati tanti
noi si patisce tutti questi pianti
e te nato d'un cane nun li senti.

E 'un me ne importa della tu' vittoria
e 'un me ne importa della tu' bandiera
sputo su quest'Italia tutt'intera
e vado in culo al re con la su' boria."


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lunedì, 17 gennaio 2005

 

 

Essere Utopia.

Importo in questa stanza il dialogo con Massimo Adinolfi, a.k.a. Azioneparallela. (Filosofo di professione, per chi non lo sapesse. Sto leggendo il suo libro Essere in due, che mi ha spedito in cambio dei canti de Les Anarchistes. Questo, per dire quanto sia per me azzardato dialogare sull'essere con uno che scrive libri sull'essere...). Una deriva il cui pretesto è stato l’Impero di Toni Negri: il tentativo di una (in)definizione di Utopia, ha reso necessario (de)concentrarsi sull’essere.

Qui espongo il confine provvisorio del dialogo. Sotto, ho esposto tutto il pregresso della discussione.

Á suivre

 

Il pensiero è già sempre perdersi di vista. Si manca sempre, il pensiero. Lo sottoscrivo. Allora, ‘il pensiero che si perde di vista’ è il pensiero che pretende di tenersi in pugno, di sapersi afferrato. E’ il pensiero che viene meno al proprio mancamento. Un pensiero occultante: un pensiero che occulta il proprio mancarsi (il mancarsi che esso stesso è), il mancarsi che lo s.forma. Il pensiero occultante si fissa, fissa un’identità. Esso non sa vedere il singolare – e il singolare è proprio il luogo del mancamento, poiché il singolare si sottrae a ogni identità. Il pensiero occultante vuole asservire questa mancanza a una presenza, la mette sotto il segno della presenza.

In questo non vedo il Due metafisico. Si tratta invece di salvaguardare la scivolante, dileguante singolarità del pensiero, e dell’essere-del-pensiero (l’essere-senza-parole). I corpi non li vedo come l’Altro del pensiero, piuttosto come il suo fuori in quanto intimità esposta, in quanto limite. I corpi si configurano come luogo dell’esposizione del pensiero. Sono l’in-mediatezza del pensiero, per dirla con le tue parole, il pensiero in quanto in-mediato, dislocato, l’atto della dislocazione del pensiero.

 


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Respondeo 

Oggi il pezzo su Negri, decurtato per ragioni di spazio di circa 2000 caratteri, esce sul Riformista. Alderano, al riguardo, mi avevo scritto in un commento quanto segue:

"Quando ho letto Impero ne sono rimasto deluso. Trovo che sia viziato da un teleologismo di fondo - un teleologismo senza dialettica; e che la nozione di moltitudine sia vaga, confusa. Che, ancora, lo sforzo di individuare il mutamento di paradigma sopravvenuto in una moteplicità di forme rischiasse spesso di essere una mera giustapposizione, a volte forzata.
Però la tua descrizione dell'Impero negriano è violentemente caricaturale. Perchè il passaggio dalla società disciplinare allo società del controllo non lo puoi liquidare così, come farebbe un Ferrara... (so che non ti offenderai, visto che leggi spesso il Foglio). Perchè, giusto per fare un esempio, che il terrorismo sia assolutamente consustanziale all'Impero è una cosa che dice con tutta tranquillità anche Agamben - e non vedo come si potrebbe dire altrimenti... E perchè mi pare che ci sia un r'umore di fondo, nelle tue parole, che tende a svalutare ogni carica (ogni potenziale, nel doppio senso ontologico e dinamitardo) utopica. D'accordo, senza bombe e dinamite, ma sei sicuro che un Fassino sia ciò che ti/ci meritiamo?"

Rispondo

"Caro Marco,

sul vizio di teleologismo. Mi pare che in Impero Negri rivendichi quello che tu chiami vizio. Parla infatti di una teleologia materiale.

sulla moltitudine. Temo che la definizione debba essere un pochino confusa per definizione, o meglio per la necessaria assenza di definizione! (Definizione = Essenza, e addio Potenza)

sulla società disciplinare/di controllo. Qui hai ragione. Sono stato abbastanza liquidatorio (e ancor più lo sono sul Riformista). Ma lo spazio a disposizione non è ampio e la faccenda del surf era troppo gustosa (non la conoscevo peraltro: l’ho pescata in rete). Tuttavia posso aggiungere: io non nego che noi viviamo sotto controllo. E non nego che ad esempio sia differente dire al proprio figlio: puoi andare solo in questi luoghi (società disciplinare), e dire: puoi andare dove vuoi però col cellulare e per giunta la telecamera incorporata, così ti vedo (società di controllo). Ma forse una società senza un certo tasso di controllo non è alle viste. Se invece lo è, forse bisogna scegliere: se è alle viste, il controllo non è totale; e se è totale, non è alle viste. Io credo che Negri non la metta in questi termini. Dice che è totale, e che però cresce la moltitudine. Bah.

sul terrorismo. Voglio convenire che tu dica che sia consustanziale, anche se io non direi così. Lo accetto in questo senso: posso condividere una logica sistemica, che mi dica (rozzamente) che se ci sono coltelli ci sono ferite da taglio. Se è in questo modo che l’Impero arma il terrorismo, ok. Ma se invece consustanziale significa che l’Impero ‘causa’ il terrorismo, allora non sono più d’accordo. Dentro la logica di cui sopra, ci stanno anche la benda o il cerotto e non mi va che mi si dica: si vendono bende e sparatrap dopo che si arma la gente di coltelli, e per continuare a venderli: questa è solo una parte della verità (ed è per giunta una parte pericolosamente viziata di teleologismo, ed è la parte del ragionamento che Negri dedica alle ONG e a qualunque aspetto dell'attuale società possa essere giudicato in termini positivi). Con lo stesso grado di plausibilità, uno potrebbe tuttavia dirti: i coltelli ci sono perché le bende ci siano (e ora siamo agli antipodi, cioè dalle parti della Provvidenza, e il teleologismo diventa così palese, e forse persino più accettabile).

sul Foglio  e me lettore. Leggo speso il Foglio perché è stimolante, e soprattutto… perché è gratis online!

sulla carica utopica. (Il punto filosoficamente importante). Qui potrei ripetere quanto ho osservato a proposito della presunta pervasività del controllo: se c’è quella, non c’è utopia, e se quella non c’è, questa non è utopia. Ma aggiungo: un’utopia che sia talmente utopia da non stare veramente da nessuna parte, da essere davvero pura potenza, deve rinunciare alla carica critica. Per avere quella carica, qualche suo dente deve ingranare con gli ingranaggi della società che critica. E se ingrana, non è più così radicale come pretende di essere. Certo, un’utopia-utopia non sposta nulla – ma perciò non si lascia spostare. Ora, io serbo una grandissima simpatia teoretica per la sua inerzia (la vera potenza per me è inerte, e inerme), e non posso farci nulla se questa inerzia viene immediatamente interpretata come condanna a restare sempre utopia (non posso armare quella utopia di ragioni a sua difesa: questa interpretazione - direi heideggereggiando un po' - è esatta, ma non vera). (Se par poco, aggiungo pure, piuttosto misteriosamente: sop-portare questa condizione è essere felici). Come vedi (e come puoi leggere nel mio libro), sul rumore di fondo ti sbagli.

su Fassino. Non so cosa ci meritiamo – forse nulla. Però se pensi si possa far meglio, sei un riformista (addirittura un migliorista) come me!

 

Caro Massimo,

sui primi due punti, è vero, io dicevo che trattansi di vizi, ma sono rivendicati da Negri in quanto virtù. Solo che per me rimangono vizi… E sulla moltitudine, a me rimane il sospetto che questa nozione serva principalmente a mantenere aperta la strada rettilinea della Storia, il cui vero motore è la lotta del proletariato alla quale il capitale non fa che reagire (mi pare che sia questa l’interpretazione negriana anche della globalizzazione).

La società del controllo, per come la vedo io, non è un monolite, non è il Leviatano che ha già trionfato (non è Orwell, insomma). E’ un processo in corso estremamente diffuso, capillare, decentrato, in crescita esponenziale, nei confronti del quale non pare ci sia al momento una soggettività sociale in grado di far fronte efficacemente. Per questo (parlando in generale, e non in riferimento a Negri, che infatti oppone, diversamente da Foucault e Agamben, biopotere a biopolitica) dicevo di non svalutarlo, né sottovalutarlo. La microfisica del potere spettacolare è assai più cogente di quella del potere disciplinare.

Che il terrorismo sia consustanziale all’Impero, era un’immagine teologica per dire che i due fenomeni non sono scindibili, separabili: condividono la stessa natura, sono insomma le due facce della mondializzazione. Hanno bisogno l’uno dell’altro, si alimentano l’uno con l’altro. L’Impero si costruisce con la paura sociale, funzionale alla frammentazione del tessuto sociale, all’isolamento delle persone per farne sudditi. E, ancora, l’Impero ha bisogno di un nemico invisibile per sottrarsi al diritto, per porsi stabilmente (per questo il riferimento ad Agamben) nello stato d’eccezione.

Sul Foglio, passo.

Sulla carica utopica, provo a balbettare barbaramente qualcosa (sapendo che mi avventuro in un territorio in cui tu ti muovi assai più agevolmente, come un vietcong – mentre io sono armato dei soli libretti rossi di Agamben e Nancy): Utopia non è il luogo della risoluzione dei conflitti, del Toglimento finale. Utopia è invece il luogo proprio delle cose che accadono. Il luogo di ogni singolarità in quanto tale. La disposizione dei corpi in quanto tali. Dunque essa è la resistenza di ogni singolarità a ciò che la strappa a se stessa, a ogni identità che la strappa al – e violenta il - suo esser-tale-e-basta. L’utopia è la resistenza del singolare all’Impero (dell’)universale. Insomma, lungi dall’essere una potenza che riposa in se stessa, la potenza è potenza-di-non, è conflitto, e resistenza puntuale a ciò che la strappa alla sua negatività.

Su Fassino, ‘non mi viene in mente nulla’ (così Kraus iniziava la sua Terza notte di Valpurga, à propos di Hitler…).

 

Caro Alderano, tanto a proposito del potere nelle società di controllo, quanto a proposito della carica utopica, non credi di presupporre che 'tolto' il controllo, tolto e buttato via ciò che strappa la singolarità a se stessa, abbiamo una cosa bella e sana, la singolarità in quanto tale: e come lo sai che la singolarità in quanto tale, fuori controllo e basta, è bella e sana? Perché non è pur'essa consustanziale all'Impero, e perché l'Impero non si alimenterebbe anche della resistenza del singolare?

 

Credo, andando alla radice,  che il singolare sia l'essere che è. E' però un singolare plurale, che è sempre altrove, e che per essenza (e la sua essenza è l'esistenza) sfugge ad ogni appartenenza. Fare appartenere a qualcosa ciò che pertiene solo a se stesso (in quanto sempre differito) significa fargli violenza: e questo qualcosa - l'appartenenza - è il motore mobile del potere. (Mi pare che questo abbia molto a che fare anche con la storia dell'oggi - e  con quella del trapassato remoto: l'etnocentrismo, la lotta tra culture da una parte; l'appartenenza degli in-dividui -corporei - all'astrazione che è il cuore del capitalismo).

Sarò lieto, prof., se lei continuerà a mettermi in difficoltà...

 

Il singolare sia quel che dici che è: cioè non-appartenenza (se non a sé). Ed il potere sia quel che dici che è, cioè appartenenza. Ne viene che il singolare non appartiene nemmeno alla critica (esplosiva o meno) di ogni appartenenza. E così è davvero utopica.
(Non puoi cavartela dicendo che appartenere solo a sé e 'criticare' ogni altra appartenenza sono il medesimo: perché non lo sono, come non sono il medesimo a-relazione e relazione negativa: sennò che anarchico sei?)

 

Invece vorrei dire che il singolare non appartiene a una critica (che in tal caso sarebbe Critica), ma è la critica. Il singolare è la critica. E’ la praxis critica. E lo è nella sua negatività. Il singolare (posto appunto che sia plurale, nel senso di differito, nel senso di attraversato dall’Altro, nel senso di Mit-sein, nel senso del soggetto lacaniano, e batailleano) – il singolare, dicevo, è negatività: dunque non è a-relazione. La a-relazione, se capisco bene, è il dato immediato. Ma il dato immediato (così come l’individuo) è un’astrazione. (Per questo penso di potermela cavare in questa maniera). Il singolare è sempre relato, non ha un Sé sostanziale cui appartenere senza relazione con gli altri Sé. Il singolare dimora nello scivolamento da sé. (L’an-archia sta proprio in questo slittamento, che è poi ciò che fa sì che l’origine sia ovunque, e da nessuna parte). L’appartenenza (di cui il potere non può fare a meno) è ciò che vuol dare un sé a ciò che non ha sé. Ciò che vuol fissare in un’identità ciò che non ha identità (per rimanere all’ultimo senso del singolare: il successo della cura psicoanalitica sta nel riconoscimento, da parte del soggetto, del vuoto che lo forma, nel suo guardare in faccia la morte che egli stesso è). Se ciò che non ha identità si sottrae all’azione esterna che lo violenta (ciò che poi è il concetto e la pratica della libertà spinoziana), questo gesto coincide con la critica – utopica – dell’appartenenza, e del potere.

 

Mi pare (posso sbagliarmi) che te la cavi nel modo in cui io penso che non ce la si possa cavare. Sicché temo di ripetermi. Ma vediamo. Il singolare - dici giustamente - è ciò che non ha sé. In virtù di questo non avere un sé, esso è (attenzione anche tu: immediatamente) critica. Ora però questa critica, questa relazione negativa con il potere, volens nolens lo identifica (sia pure negativamente) e gli dà un contenuto (un'identità e una dimora, sia pure scivolosa).
Insomma: omnis negatio est determinatio.
Io penso invece che bisogna scavarlo ancora un altro poco, questo vuoto d'identità. E l'a-relazione NON è per me il dato immediato (a rischio di lancio di pomodori, dovrei scrivere: è e non è il dato immediato), poiché l'immediatezza è solo il negativo della mediazione. Io direi allora che è piuttosto l'in-mediato, nel senso locativo e non negativo dell'in.
Questa 'località' non è (è e non è) la differenza o la dis-appartenenza contro l'identità (qui è il contro che ci vede discordi, perché immagino che tu lo assumeresti), e perciò è utopia. Ma è una ben strana utopia: inerte e inerme, una sorta di 'posa' del pensiero (in tutti i sensi del termini, compreso quello in cui si parla di 'posa' del vino), che non ci dispone (la differenza) senza che però su di essa ci si possa imporre (l'identità).

(Mi auguro proprio che mi legga solo tu)

 

Provo a dire allora: il singolare è l'in-mediato, è la 'località' dell'essere. E' la disposizione dell'essere, ciò che ci dis.pone. Una sorta di spaziatura dell'essere, insomma (l'essere in quanto spaziatura). E il pensiero vi si posa 'al limite'. (per intenderci: lo stesso limite del Nome in quanto gesto del linguaggio). Il pensiero, allora, è la mappatura dell'essere in quanto spaziatura. Fin qui, è consistente con ciò che stai dicendo?

Ma il pensiero non riesce mai a essere de-scrittura (frottage) dei corpi: esso li vuole inscrivere - vuole i corpi co-scritti - costringendoli dentro un'identità (così come si è costretti dentro una prigione). Per questo l'essere 'insorge contro'. (Il gesto utopico). E' il limite del pensiero che si rivolta contro il pensiero stesso che non accetta il suo limite.

(Non sai quanto ti sono grato per questa opera maieutica che stai facendo...)

 

Caro Alderano, l'opera maieutica la stiamo facendo entrambi, l'uno all'altro.
Quando ho scritto il libro che ti ho mandato (a proposito, b. georg: tu l'hai ricevuto?), avevo una conoscenza assolutamente superficiale di nancy. Ora è un po' meglio, ma mica poi tanto.
Dunque, per come lì la metto: l'essere è dis-pensato. Il dis- è tutto e intero il gesto del pensiero. Nel modo in cui la metti tu, non si capisce bene donde spunti fuori il pensiero. Il quale pensiero, poi, non si capisce perché debba fare questa figura barbina di non riuscire a...
In verità, ho l'impressione che la costellazione di pensieri tra cui ci muoviamo abbia delle forti affinità: la spaziatura dell'essere mi va bene, come no?, ma mi pare che tu hai bisogno di tradurla in una formula tensiva, in una 'drammatizzazione' con tanto di deuteragonista (il pensiero) che io lascio invece cadere (o che cade da sé). Sicché il mio esito ti suona forse im-potente fino all'irritazione (ma io aggiungo subito: e certo; però l'in- dell'impotenza è locativo), il tuo invece, per me, è ancora metafisico - metafisica essendo ogni pensiero della trascendenza. Ora, so benissimo che in questo modo ti ho insultato sanguinosamente (e frainteso, dirai), però spiegami: questo pensiero che non accetta il limite, e che ha il limite come suo fuori che gli si rivolta contro, non è questa scena ancora troppo metafisica? Come diresti che qui il pensiero e il suo limite giacciono sullo 'stesso' piano?

 

 

Il pensiero è quel ‘dis’ della posizione, tu dici, il gesto immateriale della posizione dei corpi materiali. In effetti, se sottopongo a un’operazione di rasoio la mia affermazione che il pensiero è l’operazione di mappatura della spaziatura dell’essere, mi accorgo che c’è un sostantivo di troppo. E’ sufficiente dire che è l’operazione di spaziatura dell’essere. Duplicare la spaziatura significherebbe affrontare un problema di un’origine – mentre l’origine è ovunque, e da nessuna parte. E’ questo che intendi per trascendenza, se non capisco male. La spaziatura, dunque, si darebbe nel pensiero che la espone: prima della voce che la articola (meglio: della scrittura che la scrive), essa non si dà. (A naso, dovrei approfondire il discorso fenomenologico, che conosco superficialmente). Ed è per questo, tra l’altro, che il pensiero dice sempre l’essere, e non fa altro se non dire l’essere.

Ora, dopo questa rasoiata, mi pare che ciò che espongo nel secondo periodo continui a reggere, se svolto consequenzialmente. Il pensiero che non de-scrive i corpi ma li co-scrive, fa violenza a se stesso, prima che ai corpi. Ma finisce inevitabilmente per far violenza ai corpi stessi: l’operazione totalitaria del pensiero consiste nella riduzione a uno (ad astrazione, a equivalenza: a identità) dell’infinita molteplicità dei corpi esposti nel pensiero – e di qui, il totalitarismo stalinista, o quello liberista, ma anche quello di ogni potere statale. Il pensiero, dunque, fa violenza a se stesso, in quanto fa violenza alla dis.posizione dell’essere molteplice che egli stesso è. E’ il pensiero che si perde di vista, diciamo. (O meglio, per far riferimento al privilegio del tatto in Nancy: è il pensiero che perde contatto con se stesso).

L’essere che ‘insorge contro’ è allora l’essere in quanto tale dis-posto nel pensiero. E’ il pensiero esposto in quanto tale, che insorge, nella sua operazione pura - quella di dis-porre. E credo che funzioni anche la metafora del limite, se il limite del pensiero è inteso come il suo dentro, e non come il suo fuori: dacché, se il pensiero è la scrittura dell’essere, la sua disposizione, esso sarà il suo fuori.

 

 

In theologicis (con preghiera a scettici e scientisti di passare un turno)

F. Kafka, Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via:

5. Da un certo punto in poi non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.

6. Il momento decisivo dell’evoluzione umana è sempre in atto. Per questo i movimenti spirituali rivoluzionari che dichiarano nullo tutto ciò che è accaduto in passato, sono nel giusto, perché non è accaduto ancora nulla.

7. Uno dei più efficaci mezzi di seduzione del male è l’invito alla lotta.

 Consentitemi di mettere in queste cifre teologiche la già molto cifrata discussione politica che, nei commenti al post su Toni Negri si è sviluppata con Alderano. Io direi così: entrambi sottoscriveremmo il numero 6. Ma Alderano sottoscriverebbe anche il numero 5, che invece io sdegnosamente rifiuto. Mentre sottoscriverei il numero 7, che Alderano (immagino) sdegnosamente rifiuta.

(Quanto al mio rifiuto, esso è molto ambiguo e ai limiti della comprensibilità. Nego - peraltro in forza del punto 6 - non che si debba raggiungere il punto di non ritorno, o che vi sia un certo punto del genere, ma che esso sia laggiù, in un da-raggiungere).

 

Dato per acquisito il punto sei, forse non siamo così distanti sul cinque (d’altra parte la (de)finizione di utopia che ti ho dato non indicava un luogo da raggiungersi nel tempo lineare). L’escatologia non è l’apocalissi, e il tempo messianico (‘il tempo che resta’) non è altro che il tempo che noi stessi siamo. Lo siamo già, basta aprire quel tempo, portarlo a compimento, farne ‘la piccola porta da cui può entrare il messia’… E’ l’istante kairòs, insomma, in cui l’uomo afferra se stesso, in cui il tempo si afferra e si compie. (Un istante sovrano, in cui vige l’ignoranza del futuro). E credo che Kafka avesse in mente questo, non un apocalissi futura, ma un compimento a venire.

Sul punto sette: ‘invitare’ significa: ‘far sì che uno agisca di sua propria volontà’. Parrebbe un plagio, un irretire qualcuno affinché faccia ciò che noi desideriamo credendo di seguire il proprio desiderio. Inteso così, questo non è che l’invito che la società dei consumi rivolge incessantemente all’individuo.  Ma se invece ‘invitare’ significasse disporre le cose in modo che all’altro si rendesse chiaro ciò che è nascosto, e manifesto ciò che evidente? Se si trattasse di sgombrare la strada dalle false prospettive, fino a mostrare la porta che deve essere aperta? Se si trattasse di liberarci proprio dall’invito di cui sopra?

 

 

Caro Alderano (bellissima l’illustrazione del nome, sul tuo blog):
“...Lo siamo già, basta aprire quel tempo, portarlo a compimento”. Qualunque cosa siamo già, non siamo ancora il/al compimento, se ben comprendo. Il tempo che noi stessi siamo già è diverso da questo stesso tempo in quanto è aperto – anche se hai la prudenza di non situare questo compimento in un futuro lineare, cronologico, ecc. ecc. C’è o non c’è qualcosa da fare? Tu scrivi di sì. Dunque c’è qualcosa che ancora non facciamo e che resta da fare (“aprire...”). Ma se mantieni questi due tempi, ricadi per me in tutte le aporie in cui ci dibattiamo. E finisci col pensare, volente o nolente, il ‘può’ messianico come qualcosa che non è ancora. A ciò ti sottrai solo se rinunci all’idea che ci sia qualcosa da fare, per far entrare (ma anche all’idea che il Messia non sia ancora entrato!).
In parte ti ho così risposto anche a proposito del numero 7, che io interpreto nel senso di una passività radicale (ma così dico molto in fretta, poiché non intendo affatto passivo di contro ad un attivo – qualunque cosa sia - che il passivo non compirebbe).
Torno ora al tuo commento precedente, e la metto seccamente.
Il pensiero fa violenza ai corpi, dici. (Abbandono ogni precisazione terminologica, per stare alla logica di ciò che scrivi). Poiché qui si tratta di ontologia, non di morale o di altre carabattole, domando: la fa o non la fa? Se davvero la fa, la prima scena della spaziatura dell’essere, ecc., era disegnata in maniera perlomeno incompleta, al ‘netto’ del pensiero, ed era quindi falsa. Se invece al fondo non la fa, perché i corpi non si lasciano circoscrivere, allora il pensiero non è ciò che riduce i corpi ad uno, ecc.
Torno infine al problema generale, nei termini più sintetici (e criptici) possibili, e poi ricucio in breve: metafisica è IL due (e connessi tentativi di ricucitura: l’uno e il tre: dal che si capisce che non si deve nemmeno pensare ingenuamente l’uno o il tre, per tirarsene fuori. E perché, poi, tirarsene fuori?). Due è anche: finora, ma ora; gli altri, ma io; il capitalismo, ma la moltitudine; il pensiero, ma l’essere.
Ricucitura. Se tu scrivi: è il pensiero stesso che si perde di vista, io domando: c’è stato un tempo in cui non s’è perso di vista, o un tempo in cui non si perderà di vista? Può il pensiero non perdersi di vista? No: tu devi pensare che il pensiero E' perdersi di vista. Ma allora perché gli dai o ti dai ancora da-fare? Ci son forse due pensieri? Tu dirai di no, ma così la scissione non sarà abbastanza seria e vera. Sarà solo apparenza, velo di Maya. E io non sono granché a mio agio con una filosofia che ha bisogno di un ‘contro’, e che per giunta, magari senza volerlo, riduce ciò che è di contro ad apparenza (che è poi in tutta evidenza il caso di Negri, da cui eravamo partiti)
(Te lo ripeto anch'io: non sai quanto mi sia utile questa discussione).
Ciao

 
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sabato, 15 gennaio 2005

 

Breve excursus su Alderano.

Voglio dire ancora, e meglio, chi fu Alderano, prima che io me ne facessi nome.

Fu duca di Massa-Carrara dal 1717 al 1730. Un uomo dalla vita ben poco ligia ai suoi doveri di uomo di Stato: ‘demone del malgoverno’, hanno scritto di lui. In effetti era giunto a volersi disfare del Ducato per venderlo a un ricco genovese. E altrettanto poco ligio Alderano fu alla morale. Il padre era un devoto oscurantista, e si narra che  morì di crepacuore per le continue fughe del figlio, che non voleva accettare di essere rinchiuso in una terra piccola e povera. Le donne, le feste, le guerre erano altrove. Ma essendo divenuto un fratello cardinale e morto anzitempo l'erede designato, quando al padre non resse più il cuore pio toccò ad Alderano farsi duca suo malgrado. Allora, la corte divenne luogo di feste di uno sfarzo fino ad allora ignoto alle terre apuane. Per finanziarle Alderano vendette opere d’arte, suppellettili, e - cosa sublime - i cannoni del castello. La vita di corte venne rivoluzionata. Alderano portò la ‘concubina’ a palazzo, insieme alla moglie ufficiale, e le assegnò un piano. Nominò teologo di corte un prete scomunicato. Ed essendo una melomane, grande intenditore di musica, si fece grande mecenate. Aveva addosso un fuoco sacro, che gli fece donare un medaglione “riccamente guarnito di diamanti” al grande Farinelli, dopo averlo ascoltato cantare a Lucca. Sborsò enormi quantitativi di denaro per circondarsi di ottimi cantanti e musicisti, portando a Massa anche uno dei maggiori musicisti dell’epoca, il clavicembalista Scarlatti. Così dissanguò le già esigue finanze ducali. E questo contribuì all’impressione ricevuta da Montesquieu, che lo mise in ridicolo nel suo Viaggio in Italia. Era il 1728, nei tempi in cui, si racconta, Alderano andava lamentandosi delle sue disgrazie con i propri sudditi, sulla soglia delle loro case.

Non è questa un’esaltazione ‘politica’ della figura di Alderano, ché ben nota è la condizione miserabile del popolo durante il suo governo. Quello che attrae nella sua figura – ciò che in qualche modo ha fatto della sua vita un’opera d’arte – è l’aspetto tragico della sua personalità – e, al limite, comico, per quanto il comico è indissolubilmente connesso con il tragico. Di più: è la sua sovranità - in senso batailleano - che risplende come supernova, e al medesimo tempo collassa su se stessa, come un buco nero. Alderano è il dispendio - la dépense -, è il movimento improduttivo e insensato che si sottrae al calcolo, al progetto, all’imperio del futuro sul presente. “Non vi è sovranità - scrive Bataille - che ad una condizione: non avere l’efficacia del potere, che è azione, supremazia dell’avvenire sul momento presente, supremazia della terra promessa.” La sovranità accade in un istante: l’istante sovrano. La sovranità è ciò che è unico, è la differenza assoluta. La sovranità, “non è NIENTE”.

Alderano, non è NIENTE.


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mercoledì, 12 gennaio 2005

 

 
In margine ad Hamas, e alla sua sconfitta.
I martiri. Essi danno corpo alla forza di reazione, incarnano la pretesa di vivere - vivere all'estremo: morendo. Spingersi al limite, la piena che fa crollare la diga, lo schianto. La vita che, dall'interno, spinge i limiti del corpo, e lo fa esplodere da dentro. La vita si vuole fino in fondo, fino alla negazione di sé.
E però, è una morte in nome di. Non è solo un orpello, quel Nome. E' lo scoppio del motore, non un pretesto, una mascheratura. E' lo scoppio che s'attaglia a compiere la naturale disposizione alla morte.
Ma si può vivere solo nell'incompimento.

postato da alderano 22:10 commenti (16) 
 

 


 
À propos de la Jeune-Fille.
Tutti bruciavano di una febbre di curiosità, la curiosità di Parigi che ha la violenza di un accesso di pazzia furiosa. Tutti volevano vedere Nana.
Dal secondo verso, gli spettatori cominciarono a guardarsi tra di loro. Era uno scherzo, una scommessa di Bordenave? Non si era mai sentita una voce così stonata, così male impostata. Il suo direttore l’aveva giudicata bene: un vero disastro! E non sapeva neppure stare in scena, tendeva le braccia in avanti, dondolando tutto il corpo, movimento che fu giudicato sconveniente e senza grazia. Già dalla platea e dagli ultimi posti cominciavano ad alzarsi degli: «Oh! Oh!», si sentiva già qualche fischio quando la voce di un gallettino che sta cambiando penne proclamò con convinzione, dalle poltrone di platea: «Molto chic!».
Da quel momento, lo spettacolo fu salvo, e cominciò a delinearsi un grosso successo. Il carnevale degli dèi, l’Olimpo trascinato nel fango, tutto un mondo poetico messi in ridicolo, sembrarono una provocazione squisita.
Da molto tempo, a teatro, il pubblico non si era abbandonato a un’imbecillità così irriverente. Era estremamente riposante.
Si parlò del più e del meno per qualche minuto, poi la conversazione cadde sull’Esposizione universale.

Non c'è niente nella vita della Jeune-Fille, fin nelle zone più profonde della sua intimità, che sfugga alla riflessività alienata, alla codificazione e allo sguardo dello Spettacolo. Questa intimità disseminata di merci è interamente abbandonata alla pubblicità, interamente socializzata, ma socializzata in quanto intimità, cioè è interamente assoggettata a una comunità artificiale che non le permette di esprimersi. Nella Jeune-Fille quel che è più segreto è anche più pubblico.

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domenica, 09 gennaio 2005

 

 
Quando c’è spargimento di sangue c’è redenzione. Per mezzo dell’Esercito Argentino Dio sta redimendo la nazione argentina.
(monsignor Victorio Bonamín, provicario castrense)
 
Accade di incontrare, di tanto in tanto, persone eccezionali. Che si sono trovate a svolgere un ruolo di salvezza, in un particolare momento storico. Una di queste persone l’ho conosciuta, casualmente, ieri sera. Si chiama Enrico Calamai, ed era console italiano nell’Argentina di Videla, durante e dopo il golpe militare del 1976. Al centro di una delle più terribili geometrie di morte concepite da un potere statale in tempi recenti. Una geometria che è ben detta da questa professione di fede fatta dal generale Iberico Saint-Jean, governatore della provincia di Buenos Aires: “Prima uccideremo tutti i sovversivi; poi uccideremo i loro collaboratori; poi i loro simpatizzanti; poi chi rimarrà indifferente; e infine uccideremo gli indecisi”.
Enrico ha salvato, letteralmente salvato, una schiera di morituri, nascondendoli in ufficio, concedendo loro il passaporto italiano in mezz’ora, accompagnandoli anche oltre frontiera, e facendoli sfuggire al loro svanimento prossimo – al mare, nella maggior parte dei casi, gettati da un aereo. Questo l’ho saputo informandomi via internet, ché lui si è limitato a dire, io non ho fatto niente, mi limitavo a dare il passaporto. Il punto è invece che in Argentina, secondo le parole di uno scampato grazie a Enrico, “in quei tempi non c’era il nostro governo, c’era Enrico Calamai. Chi non lo trovava era perduto”.
Nel 1977 il console Calamai venne cacciato. Il governo italiano voleva andar d’accordo con i criminali argentini, e lo spedì in Nepal. E quella porta, quella via d’accesso alla vita che Enrico rappresentava, si chiuse. Si chiusero le porte dell’ambasciata – non solo metaforicamente, lasciando i milioni di italo-argentini in balia del terrore. Sarebbe interessante sapere come venne deciso di mandare via il console Calamai. Perché quella decisione fu, a tutti gli effetti, un crimine – che rende pienamente corresponsabile il governo italiano di quanto accadde in Argentina in quegli anni.
Un crimine tra i tanti, peraltro, perché questo non è certo l’unico caso del genere. Enrico ha raccontato altre storie. Ma questa è sufficiente a mostrare cosa si intende dire con il fatto che ogni potere statale è criminale. O, per dirla con Agamben, che ogni capo di stato è un criminale.

postato da alderano 18:41 commenti (5) 
 


giovedì, 06 gennaio 2005

 

Un gesto, per iniziare.

 

Fate una canzone su Del Bosco, mi ha detto qualcuno nei giorni scorsi. Sorridevo, accampando a scusa il fatto che il cd venturo, quanto a canzoni, è già chiuso. Ma il fatto è che qui non siamo in presenza di una figura tragica, di un personaggio in grado di reggere il peso dell’eredità di Sante Caserio (l’ha scritto anche Alessandro Portelli sul manifesto di ieri). Il treppiede invece di un pugnale – qui siamo nella parodia: la storia che si ripete, prima come tragedia, poi come farsa… Tanto più questo è stato evidente nell’happy end, con il Del Bosco spossessato di sé, e la scena rubata dall’Edipo familiare. Nel Nome del Padre, sei perdonato. (Sarai con me nel regno dei cieli). D’altra parte, era forse possibile un esito diverso? La sovranità da operetta non può che trovare un attentato da operetta.

Ma un punto va comunque sottolineato, anche se non può essere cantato. Ed è che questo è un gesto senza personaggio. Un gesto che – proprio per l’inconsistenza di chi l’ha effettuato – appartiene a tutti, non appartenendo a nessuno. Del Bosco non è che un prestanome, una maschera illusoria (immaginaria), senza biografia, che mette in scena una gag per dire ciò che nessuno riesce a dire pur volendolo. Ed è per questo che nessuno poteva prendere sul serio “l’attentato”. Perché tutti sanno – per primi chi ci ha montato un caso politico – che questa parodia giullaresca mostrava la verità senza dirla – ne indicava il luogo di consistenza. Ed è per questo che l’unico ad esser stato preso sul serio è stato il poeta che non ha fatto che dire: il re è nudo.

 


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lunedì, 03 gennaio 2005

 

La paura dell’Altro che viene dall’Altro.

 

Un’inchiesta su night-club e prostituzione. L’intervistatrice si avvicina alla bambina, le chiede se ha visto delle donne sulla strada. La bambina racconta cosa ha visto, descrive la scena, ne fa la mappa: mette in scena. Pura ri-presentazione fotografica. L’intervistatrice chiede, Ne hai paura? La bambina apre lo sguardo, è neutro, non c’è paura in quello sguardo aperto, ma ci pensa su, aggrotta la fronte, e gli occhi vanno in cerca di una risposta che si attagli alla domanda, e dice, Sì, un po’ sì. Sì, per adempiere all’attesa della domanda. Giusto quell’un po’ è testimonianza, simulacro di una verità che rimarrà taciuta, d’ora in poi – e del nulla che viene messo in forma dall’Altro… Per il resto, la bambina non voleva deluderci, e disilluderci. E ha imparato la paura.

 


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domenica, 02 gennaio 2005

 

Lo Sfero del Fuoco.

 

Non la pace porto, ma l’effondersi del sangue

affilata parola a doppio taglio.

Si ribalti la parola, resa al fuoco

si vedrà la vita tendersi

in immane arco di morte, mutarsi

in rostro che s’appiglia al corpo

per strapparne carne e sensi.

La guerra porto, porto la discordia

il taglio della spada che riconsegna al fuoco.

 


postato da alderano 19:05 commenti (1) 
 


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