del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


venerdì, 24 settembre 2004

 

La Resistenza. Che poi, è semplicemente la forma più ‘radicale’ di esistenza. Resistere (come resistere a una tempesta facendo leva su se stessi, sulla propria forza – ed, eventualmente, su quella di altre forze con la nostra combinate): dunque, stare saldi a una radice (l’albero, esempio di sapienza resistente) – ma una radice senza suolo, una radice interiore: la fedeltà a se stessi: una visione che consenta di afferrarsi ad ogni istante: l’etica. La Resistenza, dunque, è l’etica. L’etica è stare nella propria forma. E’ sapersi collocati in uno spazio e in un tempo. E’ tracciarla, la propria forma, ri(n)tracciando i fili che ci costituiscono in quanto nodi di una rete sconfinata, e poi, una volta afferrati tirarli, quei fili, dargli un senso nuovo.

 

Questa premessa mi era necessaria per rispondere alla domanda: quale resistenza? Ché da questa premessa si trae la conseguenza che non c’è una forma di resistenza. Che la resistenza è necessariamente molteplice e innominabile. Che occorre sfuggire ai nomi, alle divise, ad ogni senso di appartenenza – e rivendicare la propria inappartenenza… Fare comunità (una comunità vivente, parlante, produttiva), ma una comunità senza identità…

 

Non basta sventolare bandiere della pace, certo. Ma c’è qualcos’altro che possa bastare a se stesso, oggi? Non lo credo. (Se mai possa essere esistito). Credo – per incarnare questo discorso ‘astratto’ in forme ‘concrete’ di resistenza – che siano necessarie – necessarie, e non sufficienti – forme diverse di resistenza: e non solo diverse, ma anche, necessariamente, contraddittorie. Contraddizioni – che so, la signora di mezza età sventolante la bandiera della pace nel corteo e l’insurrezionalista che fa saltare un traliccio, lo squatter che crea una zona temporaneamente autonoma e il disobbediente che lavora sui confini politici e istituzionali, il lavoratore che sabota la produzione e quello che sabota i discorsi dominanti – contraddizioni, dicevo, che devono co-esistere, di più: co-appartenersi. Ed essendo contraddizioni, questa coappartenenza non fonderà un’identità. E solo le singolarità qualunque possono sottrarsi alla dominazione, oggi.

 

Resistere, questo occorre fare. Senza aver paura di rischiare la pura testimonianza. D’altra parte – questa mi dice la mia immaginazione, non si tratta di una profezia – penso che il nostro periodo storico non ci lascia speranze, al momento, di rovesciare l’ordine delle cose, né di mutarlo sensibilmente. Occorre attendere. E, per come la vedo io, occorrerà attendere – non so immaginare i tempi - che il ‘proletariato’ mondiale, gli scarti, gli uomini superflui e indesiderabili, si organizzino comincino a erodere dall’interno il potere sovrano che oggi li tiene in pugno, negando loro ogni sorta di diritto. Occorre attendere che se lo prendano, il loro diritto. E questo, temo, non sarà un processo indolore.

 

D’altra parte, proprio oggi un editoriale del Corriere della Sera proclama che occorre a tutti i costi evitare la sconfitta degli occidentali di fronte ai nuovi barbari. Che occorre resistere. Siamo a una nuova Stalingrado. Strano modo di concepire la resistenza, strano modo di procedere ad analogie storiche. Ché oggi noi saremmo dunque gli eredi di Stalin, gli eredi dei barbari asiatici che si difendevano strenuamente dal blietzkrieg germanico: strano modo il nostro di difendersi in terra straniera. La miglior difesa è l’attacco, a quanto pare, e la politica viene declassata a surrogato della guerra. A questa guerra mondiale contro nemici più terribili dai nazisti – visto che li si va a prendere in casa loro – sono convocati tutti gli occidentali, perfino l’effigie del tiranno comunista. Concentrate le forze, voi che vi siete combattuti fino ad oggi, dirigete le armi contro i figli dei demoni, risuona qui la voce di papa Urbano II che chiama alle Crociate, potenziata dalla forza materiale che già si è annessa il pianeta, ché adesso si tratta di difendere la conquista, non di farla. Difenderla armi in pugno, sulle barricate, come se fossero stati gli irakeni ad averci invaso. Come se fossimo alla lotta finale contro la Bestia: noi, i civili, o loro, i terroristi. (Come se non esistesse altro: come se i musulmani qualunque non volessero recedere dall’integrismo islamico: l’Iran lo dimostra, e non solo l’Iran: ma qui si entra nel fatto, e nel vero, e il vero non è contemplato dallo spettacolo del dominio, dal dominio dello spettacolo).

Allora, ecco un altro senso della resistenza: resistere alla loro resistenza.

 


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domenica, 19 settembre 2004

 

Due o tre fascisti attorno a un tavolo. Stai diventando grande, mio caro. Io non voglio diventare grande. La forma delle cose, le linee dei volti, dicono tutto - prima, sempre prima.Le cameriere deformi zanzare-attorno-a-una-lampada, in questo sperduto paese di esiliati. Ma l'esilio provoca idiozia. Santa, talvolta, oppure da sterminio. Non c'è sapone, se incontriamo un ebreo lo cremiamo. Il contadino e la sua bella tradizione, il corpo che gli sta spiccato dalla terra. Voglio spiccare la sua parola dal corpo, dirgli che mio nonno è morto ad Auschwitz, che dalla sua bocca esce sangue sparso. Ma divento grande, e li guardo negli occhi, gli trovo il fragore della terra, e una tara millenaria. Su queste cime scontornate non getto grido. Mi alzo in punta di piedi.

'...l'idiozia della vita di campagna...' (Karl Marx)


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mercoledì, 15 settembre 2004

 

Iconostasi.

 

Non esce respiro, ingolfato da linee cadute e cortocircuiti, rinserrato nel petto, nella gabbia di ossa incrociate, tra i vicoli ciechi delle vene, nelle gallerie dove rimbombano ancora gli antichi minatori, ancora sul fondo, sotto la cripta, puntellano le ossa incrociate, rinforzano le impalcature, rincorrono ogni spazio che s’apre per farne in fretta sutura.

Non ho altro che tagli e ferite, da esporre al fuoco di una candela, alla luce di una bugia.

Il soffio sta rinserrato nel petto, impigliato a uno sbalzo, schiacciato da travi, e di lui arriva solo un eco annerito alla punta delle dita, canne d’organo che non hanno nulla da suonare.

La notte mi offre le sue ombre, non le colgo, le strappo ad una ad una dallo stelo come fiamme di candela, le rinserro nel mio petto, madonne e minatori confusi su un altare senza porte e senza luce, in attesa di uno sputo, di un riscatto che nessuno sa pagare.

Rotolano rumori nel mio petto. Mi assordano. Le ombre, le madonne, i minatori.

Sotto le volte di ossa incrociate. Affacciate all’abside del cuore. Distese sul transetto dello sterno. Indosso un canto, il tempo è passato, ma il portone è sbarrato. Soffio ancora, dalla cripta ancora rimbombo, soffia il suo eco sul fuoco, consegna alla notte parole maledette, sconsacrate.

Carbone sulla lingua, non parola e sangue.

Martelli, non campane.

 


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martedì, 07 settembre 2004

 

MEMORIE DI UNA VITTIMA

 

 

 

Mi hanno preso in tre. Mi hanno trascinato nel buio, in fondo al giardino. Mi hanno legato a un albero. Uno di loro mi ha inciso la guancia con un coltello. Ricordati, ha detto. Non ti avvicinare più ai nostri bambini.

 

E’ una malattia che invade il corpo, e non se ne conosce la ragione. Sfugge a ogni controllo, a ogni disponibilità. Sfugge a ogni appello: non c’è nome che salvi, adesso. Nulla può dar senso a questo intruso che mi afferra e s’impadronisce di me. Unica possibilità, amare quest’intruso, abbracciarlo…

Amarlo? Io dovrei amare il mio carnefice? Non il mio carnefice, ma il movimento della sua lama che entra nella mia carne. A quel movimento devo andare incontro con un altro movimento, con l’amore che devo all’essere del suo gesto: un movimento che vuole riconciliare con l’essere puro e semplice, e nel medesimo tempo si radica in uno squarcio incolmabile. Ovunque esso sia diretto, lo squarcio da cui prende impeto e forma permane.

L’essere è altrove, il non essere è ora.

 

Rabbia, vendetta… evaporano al fuoco della domanda infinita, all’ustione del perché senza perché. Non rimane che la lotta per resistere: far fronte all’irruzione dell’impossibile, del totalmente altro, senza legami, incomprensibile, inspiegabile.

Resistenza: stare legati, radicati nell’esistenza.

Non scivolare via da sé.

 

Quanto sarebbe utile un nome! Una giustificazione qualunque: la teoria della retribuzione, il karma… Aggrapparmi a una ricompensa: il martire, il prigioniero politico…

Invece, solo essere. Essere, e gridare. E la risposta a questo grido è il mistero da accogliere così come si presenta. (Giobbe, per esempio).

 

Nella lama che apre la mia carne, il mistero.

Nella carne aperta, spalancata, il buco nero dove collassa ogni ragione, scaturigine d’insensatezza.

Nel mio grido di dolore, la domanda e la resistenza ai miei torturatori.

 

Ma ancora l’odio si riversa tutto intero sopra di me. In fondo sono stato io a provocarli. Mi hanno punito secondo giustizia, anche se non secondo diritto. Il pedofilo è il male, e non può che causare altro male, che rispetto a lui sarà sempre male secondo. Io sono il motore immobile del male.

 

Si aggrappano – come sempre hanno fatto – ai bastioni della verità, ai bastioni del senso. Difendono il ragionevole ad ogni costo. A costo del sacrificio di una vittima (ma quel costo, forse, non è che il guadagno stesso). Un sacrificio non ordinato da un dio, però: semplicemente accade, come accade l’esistere. Il sacrificio è forse la volontà stessa dell’esistere.

Ciò che perturba il ragionevole va ridotto al silenzio – e quel silenzio passa da un grido bestiale. Così si indica il mostro, si accendono i roghi, si difende il ‘bene’…

 

Questo accade con i pedofili. Scoprire i mostri, farne primo motore del male, gettargli la croce addosso: questo allevia la fatica e il dolore dell’esistere, del comprendere, del rischiarare. Si rimane nello stato di minorità ‘in nome di’…

 

Nonostante la seduzione di un nome che mi metterebbe in salvo, mi tengo saldo in ciò che non ha nome.

Al loro gridare oppongo il mio silenzio. Al loro ringhiare verità oppongo il mio corpo.

 

Sempre, occorre vedere le cose dal buco del culo, dalla parte dell’irragionevole, partire dal margine, dai frammenti umbratili della cornice, e non dal centro che sta in pieno sole, dove la luce che riverbera abbaglia e non rischiara.

 

E’ l’Altro che mi abita a rifiutarmi, a volermi scacciare. Non mi riconosce. Mi ripudia. Mi dà il nome di Straniero, e non riconosce la mia prossimità. Distanza.

Come può il mondo vomitarmi dalla bocca? Come può rivestirmi di una maschera che non mi appartiene?

Di fronte al mondo occorre sempre provare la propria innocenza. La colpa è nella non trasparenza. E di fronte a questo – il male radicale dell’essere umano (la polvere con cui è impastato) – la trasparenza diventa sospetta. ‘Vivere in una casa di vetro’ è una colpa aggiuntiva: la mancanza di prudenza – l’ingenuità dell’irruenza – non può che essere troppo abile dissimulazione.

 

L’impossibile è la distruzione.

Offro il mio corpo trafitto, a nessuno.

 

E in un moto opposto, torno a vomitare odio sull’ipocrita facilità piratesca che giudica e condanna: gli ignavi che saranno vomitati.

(Eppure, nell’attesa – del Giudizio -, sono io a essere vomitato. Non c’è ragione che possa sorreggermi. Il mio resistere è ‘causa sui’. Mera volontà d’essere).

La vicinanza tra Pilato e Torquemada. Sopprimere gli scarti (feconda ambiguità del termine: ciò che si discosta; ciò che è diverso; ciò che è inutile; ciò che è da gettare).

E nel mio caso, paradossalmente, lo scarto è chi ha voce (l’adulto, non il bambino), e per questo gliela si nega. E’ la cattiva coscienza che dà voce e verità al ‘soggetto debole’ a discapito del ‘forte’. Difendere il ‘debole’ rinforza chi è forte solo della sua debolezza, in essa irrigidito, castello sulla sabbia. Il ‘soggetto debole’ diventa scudo del vile.

La giudice, vestita di camicia bianca e colletto di pizzo, ostentava collane e anelli d’oro, e a queste meschine sicurezze s’aggrappa nel suo relazionarsi agli eventi: s’aggrappa all’icona di un eterno desiderio di una pulsione sociale che la trascende, e nasconde cadaveri; s’aggrappa ai piccoli simboli di una classe ignobile…

La società che prospera sulla morte si fa scudo di immagini candide, per nascondere la sua immondezza erige monumenti alla purezza.

La società elegge il suo capro espiatorio per farne campo di battaglia delle proprie contraddizioni.

 

Sono abbastanza lucido per vedere. (La lucidità è estremità del senso, che si fa dissenso). Danno sarebbe non sprofondare in questo volo in questa ebbrezza del danno…

 

Con la memoria dell’immensità criminale in cui siamo radicati, della sventura degli sventurati, posso ridere di questa mia sventura – si dissolve, prende il volo…

Ma subito ricado nella grevità, e la vista mi si annebbia, schiavo dei patimenti, delle passioni, del corpo…

Così continuo…

 

Ma in fondo importa a qualcuno che io sia realmente colpevole di ciò di cui mi accusano?

 

 


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giovedì, 02 settembre 2004

 

Uno sguardo azzurro, sorpreso da una foto tessera. Gli anni – diciannove – che non compaiono sul volto. Ma stanno tutti dentro, e sono molti di più.

In Marocco quegli anni non c’erano ancora. Abdelali se li è venuti a prendere in Italia. Ha raggiunto il padre, che si è messo in regola. Anche lui può stare qui, adesso.

Abdelali fa amicizia, s’impara presto a stare nelle strade di una città nuova che ti nutre. Abdelali impara a stare nei carruggi di Genova. E’ un ragazzo come gli altri, agli altri è legato dall’età, il confine di stato si fa presto a dimenticarlo. Basta un gesto per abbatterlo, e Abdelali ne fa tanti di gesti che lo accomunano agli altri. Come quello di arrotolarsi una sigaretta di hashish, come quello di comprare un po’ di più di fumo per rivenderlo e potersi permettere qualche piccolo piacere. Tanto più che il corpo di Abdelali comincia a prendersi anni troppo velocemente: lo stomaco a volte si piega dal dolore, e vomita sangue. In ospedale lo trattengono, e per un po’ quella è la sua dimora. Lo operano in fretta, gli aprono la pancia, poi lo sottopongono a sedute interminabili. Chemioterapia. Dolore. Fatica. Abdelali esce dall’ospedale senza sapere bene cos’abbia, non si può credere di morire a diciott’anni. Intanto dimentica il dolore con i suoi piaceri.

Ma la legge non conosce piacere né dolore. E non le piace essere ignorata. Si presenta in divisa, e gli rovescia le tasche.

E rovesciano anche lui, con lo stesso gesto, anche se ancora Abdelali non lo sa. Glielo dicono dopo pochi mesi, ed è una catena di parole in rapidissima sequenza che gli sbattono in faccia, e gli chiudono la bocca: permesso di soggiorno revocato, ed espulsione. Tutto in un solo gesto rovesciato, tutto in fretta, più in fretta dell’operazione che lo ha aperto all’ospedale.

Si ritrova in una stanza fredda della Questura di Genova, quarantott’ore a pane e acqua, senza sapere cosa gli accadrà. Sa solo che ci sono delle persone delle quali adesso è in pieno potere, che possono disporre di lui come vogliono. Aspetta, e intanto vomita sangue.

Ma il suo sangue è uno spiacevole incidente per la legge, se la legge avesse vene non ci passerebbe sangue, ma la legge non ha vene, solo corde e funi. Così qualcuno pulisce il sangue di Abdelali, e in fondo gli va bene che non sia lui a dover pulire là dove ha sporcato, come sarebbe giusto.

Alla fine vengono a prenderlo, lo caricano su una camionetta dai vetri oscurati, nessuno sa se ad Abdelali siano venuti in mente i vagoni piombati che portavano nei campi gli indesiderabili, forse no, Abdelali è ancora troppo giovane, pensa solo al suo dolore, e al piacere che adesso non potrà più avere per far fronte a quel dolore.

Il viaggio è lungo, e non si può nemmeno guardar fuori. Ci sono solo le voci forti e scandite degli uomini in divisa, la voce di marmo della legge che riporta le cose al proprio posto, come nel cosmo dei greci ogni cosa ha il suo luogo proprio, e quello di Abdelali è fuori di qui, anche per il suo sangue non c’è posto, è stato già pulito, e anche quello vomitato nella camionetta verrà pulito al più presto.

Il luogo di passaggio tra il dentro e il fuori è il nulla di un campo. C.P.T., si chiama, centro di permanenza temporanea, ma Abdelali non conosce ancora così bene l’italiano da far notare l’incongruenza dell’espressione alla legge che lo custodisce. Che importa, adesso è a Brindisi, e tra poco sarà rimesso al suo posto, appena passato il mare. Il mare nostrum, non lo si scordi.

Per venti giorni Abdelali non merita l’ospedale. Vomita sangue, e gli danno Valium e Tavor. Tanto lo stomaco è già andato, che stia tranquillo per questo tempo che gli resta. Lo va a trovare un avvocato genovese, una ragazza dal sorriso amoroso. Prova a spiegare che il suo corpo cede, che lì non può stare, lo porta davanti al giudice, alzati la maglia, gli dice, il giudice vede lo squarcio nella pancia, e non solo la magrezza del corpo. Sono un giudice, non un dottore. Sono un giudice, così ha detto il giudice. E’ la legge.

Poi, quando il suo dolore grida troppo, lo portano all’ospedale. Abdelali ormai sa che lì lo cureranno quanto basta per alleviargli il dolore, e poi lo rimanderanno al campo, e di lì in Marocco. Abdelali scappa. Riesce a uscire senza farsi notare, e arriva alla stazione. Telefona all’avvocato dal sorriso amoroso. Vieni da me, gli dice lei. Lui arriva a casa sua, e l’avvocato dal sorriso amoroso quando gli apre la porta si spaventa, sotto l’azzurro degli occhi non c’è più quasi nulla. Andiamo in ospedale, gli dice. Aspetta, risponde Abdelali. Ho dei debiti, prima li voglio pagare. Dopo qualche ora Abdelali ritorna. Andiamo, dice. L’avvocato lo porta in ospedale, poi avverte il padre.

Voglio vedere la mamma, chiede Abdelali, non la vedo da quattro anni. Voglio vedere anche la mia sorellina che ho visto appena nata. Ma l’ambasciata italiana in Marocco non lo vede, quello sguardo, quell’azzurro che diventa sempre più azzurro su quel corpo che sta finendo di sostenerlo. I visti per la madre e le sorelle non arrivano, e Abdelali continua a vomitare sangue, a perdere peso e parola. Bisogna insistere. Bisogna gridare. L’avvocato lancia un appello su internet e sui giornali - pochi, solo quelli che riescono a dar voce al dolore senza farne trofeo. Mandate fax all’ambasciata, fate i visti alle donne di Abdelali. Nell’attesa, è l’avvocato la madre di Abdelali. E’ lei che passa i giorni all’ospedale con Abdelali, è lei che chiameranno in caso di morte. Abdelali si sta spegnendo, non si alza più dal letto, è un corpo chiuso, rinserrato. E’ solo dopo due settimane - alla fine del mese di febbraio – che Abdelali ha le sue donne. E le sue donne si fanno canali di un miracolo: Abdelali si fa trovare in piedi, e pare sano. Abdelali resta sano per una settimana, nell’incredulità dei medici.

Il padre ha rimesso il figlio alla Volontà di Dio. La morte – il suo quando, il suo come - è stabilita da Dio in un momento preciso quando il bambino è ancora nella pancia. Non si può che accogliere la Volontà, che arriverà quando Dio l’avrà deciso. Il medico non è d’accordo, Abdelali dovrebbe sapere che ha ancora non più di dieci giorni di vita, e regolare i suoi conti, se ne ha da regolare. Non si preoccupi, risponde il padre. Tu sei nelle mani di Dio, dice al figlio, che si accorge di un’altra verità. Mi stai mentendo, dice al padre, mi nascondi qualcosa. Ma le due verità non stanno insieme, quella del dottore e quella del padre, il padre non gli stava mentendo, gli diceva la sua verità, Abdelali capisce e accoglie la verità del padre. E accoglie il suo dolore, e il suo amore, e il dolore e l’amore della madre. E accoglie la sua morte.

E pure, ha ancora una richiesta. Voglio morire in regola, dice. Voglio il permesso di soggiorno. L’avvocato supplica la legge, Abdelali sta morendo, non soggiornerà a lungo ormai. Riesce a ottenere il permesso. Glielo portano in ospedale il 12 marzo, e Abdelali riesce ancora a immaginarsi un avvenire.

Il 17 marzo, di notte, Abdelali muore.


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