del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


venerdì, 30 luglio 2004

 

Note in margine a un’etimologia. (Ancora una modesta meditazione sull’essere).

 

Un’etimologia, e pure sono due. Già siamo sotto il segno di un’ambiguità. Si nasce in uno slittamento, e non si coglie mai il senso. (E’ il senso che ci coglie, se mai, come ci coglie il male).

Le parole sono due. Concreto. Discreto. Pare che vengano dal greco - così mi racconta un dizionario etimologico, anche se altri parlano d'altro. Io gli presto fede. Synkritos, diakritos. Ciò che è giudicato affine, ciò che è giudicato distinto. Si osservano delle cose e le si giudica secondo la loro affinità (e qua potrebbe partire un altro slittamento sulla comunanza della fine come radice ultima – estrema – di ogni comunanza – e di ogni eternità). Oppure le si prende secondo la loro di-vergenza (che giovannilindo non me ne voglia), secondo lo spazio che le attraversa, e le divide – le tiene distinte. Ma ciò che divide è pur sempre ciò che unisce: e la distinzione è un processo ulteriore di astrazione. E’ il giudizio, il discernimento, il punto d’osservazione che cambia. Le cose invece esistono, e persistono, nel loro confine comune, nel loro essere-con: nella loro con.cretezza.

 


postato da alderano 14:49 commenti (10) 
 


mercoledì, 28 luglio 2004

 

La Rina ha novantasei anni, e un grande orto che zappa da sola, sotto il cimitero. Curva e luminosa, impugna l’attrezzo con le sue mani nodose di chi ha fatto solo la prima elementare. Vive nella sua baracchetta tra madonne e padripii, e un numero imprecisato di gatti. Con la madonna ci parla, o meglio è la madonna che parla traverso lei, la Rina si fa canale con le sue braccia in croce, e gli occhi arrovesciati. Poi riapre gli occhi, e ride, della risata più gioiosa che sia possibile immaginare. E mi dice del suo ‘dialogo senza rumore’ con il suo Dio. Non ha mai letto la Nube della non-conoscenza, né san Giovanni della Croce. Ha fatto soltanto la prima elementare.

La Rina sa che non credo in dio (per quanto lei possa intendere con questa affermazione; per quanto quest’enunciato voglia dire – e per quanto possa dire). Ma lei, pur profetizzandomi un avvenire redento e convertito, come quello di Sant’Agostino, non mi esorta alla penitenza. Mi guarda, e ride.

Non così invece gli adoratori. Come ogni stella, ha i suoi adoratori. Coloro che non sanno brillare di luce propria. Ogni Cristo ha i suoi Paolo. Né tutti i Paoli sono uguali.

Un giorno ero da lei, ‘tu mi dici sempre che io sono un fiore’, le dico, ‘e i fiori non credono in dio’. Interviene un signore sapiente, che vorrebbe spiegare alla Rina, la ragione, il libero arbitrio, il bene e il male… Ma la Rina sa in altro modo – nel modo di un fiore autentico. Allora mi guarda, e dice, ‘è vero, i fiori non credono in dio. Però lo lodano continuamente’.

 


postato da alderano 15:57 commenti (6) 
 


lunedì, 26 luglio 2004

 

Il bene, il male. (II).

 

Al terzo piano abita una lontana parente. Non esce mai di casa, scrive, ascolta Chopin. Va a letto alle otto, si sveglia alle due di notte. Cammina frenetica per la stanza.

A volte ride. Ride come una pazza, davvero. Non c’è sintagma migliore per dire la sua risata. Una risata forte e strozzata, vertiginosa come avesse in sé l’orrore delle cose. E ce l’ha in sé, in effetti, quell’orrore.

Più spesso urla. Urla l’odio che la nutre, contro i mostri da cui si vede circondata. Urla un amore impossibile, e allora sveglia sua madre, di lei prigioniera volontaria, che sbianchi la notte anche per lei, gli occhi spalancati nell’infamia di un vuoto che non conoscerà mai redenzione. Urla il suo nome, pur senza mai pronunciarlo, quel nome mancato che è grembo sterile di ogni sua parola. Urla quella grazia che le manca, che sa che non conoscerà più, nessuno gli farà grazia ormai, nessuno la renderà mai più a sé. E lei sta conficcata in quest’assenza, e quest’assenza la trafigge.

Poi, al piano di sotto, quando una morte è passata, e un respiro si è spento, l’altra casa si riempie di suoni nuovi. Qualcuno ha preso possesso di quella casa silenziosa, e ci ha messo dentro la sua vita. Una vita precaria, ma senza preghiere, ché la preghiere sono tutte esaurite. Ci porta anche il suo amore, e l’intreccio con altri corpi sopra un letto anch’esso precario. E non si risparmia, non risparmia il suo grido, il desiderio lo muove alla stella prossima, sempre, e la stella più prossima adesso è così vicina che lo abbaglia, e lui non smette di entrarci dentro, la penetra come fosse l’ultimo gesto prima del giudizio, e la stella rilascia il suo grido ogni volta estremo, l’estremità di un giudizio che non giudica, di un tempo che non passa perché è già passato tutto.

Quel grido sale, arriva alle orecchie della lontana parente, e per lei, ogni volta, è un omicidio. Muore, e rinasce alla sua morte che ancora ha da scontare. Urla contro quel grido degli inferi che l’assale, non c’è grazia per lei in quel grido, che non fa che restituirla alla sua morte, ai suoi rami secchi da cui stilla solo sangue.

Basta, grida. Sei maledetto. Bastardo. L’universo, ogni volta, le si sgretola addosso. Ma lui non smette. Sa la crudeltà che tocca in sorte. E’ il medesimo abisso che risuona al piano di sopra e a quello di sotto. Ma il grido che sgorga da quella burella attraversa le carni in sensi opposti. E non c’è il verso, non ci sarà mai, di sradicarli, quei sensi.

 


postato da alderano 15:18 commenti (11) 
 


sabato, 24 luglio 2004

 

Il bene, il male. E’ una questione di intensità, e di mappatura. Di disposizione nello spazio. L’etica è una topologia.

Ogni gesto – ogni gesto nostro – vorrebbe dire il bene – invece annaspa nel vuoto, e fa male.

Etica: ri.conoscere la forma che di.segniamo con gli altri – che ci tiene con gli altri: la conformità (e dunque la difformità, e la deformità) dell'essere-con. Stare nello scarto che si apre, ogni volta, tra la forma cui apparteniamo (che ci appartiene) e lo sguardo obliquo mediante il quale la ri.conosciamo. Stare in quel non.nulla, in fondo… sapere il non.nulla che ci abita...

 


postato da alderano 14:13 commenti (10) 
 


giovedì, 22 luglio 2004

 

A Elos *

Appeso a un lampadario come un insetto, il buio assoluto, nessuno mi può vedere, e pure resto aggrappato a questo lampadario spento - il tocco, questo è ciò che salva, e che fa uomo - il primo senso per qualche filosofo illuminista - il tatto che porta luce nel buio - è grottesco - e lo è a giusta ragione, ché nelle oscurità plurali appaiono mostri, e i mostri non hanno ragioni giuste, ma fanno luce da soli, girando con le loro torce per le stanze buie, bruciando, e la scia della fiamma traccia una strada che nessuno può seguire - ed è per questo che inseguo i mostri di cui ho perso le tracce, li inseguo sapendo che non avrò mai presa su di loro, che l'oscurità è troppo piena, ma non posso smettere di stare appeso al lampadario spento.

Aotrou Doue, ergastolano e dio.

* al rovescio del sole


postato da alderano 16:10 commenti (9) 
 


mercoledì, 21 luglio 2004

 

L’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Il dito che ci toccava tutti, e spremeva la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzavano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani, fiori del pianto. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sapevano, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sapevano che il nostro non era un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facevamo a noi stessi. E lì non c’era me.

postato da alderano 14:25 commenti (2) 
 


martedì, 20 luglio 2004

 

E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.
Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘ gli hanno sparato’. Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Io continuo a piangere, non riesco a fermarmi, vado verso gli scogli, per vergogna, per necessità di un posto, perché il pianto mi si confonda con il mare. Ma il mio pianto non ci sta, in quel mare. Mi sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati tre anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.


postato da alderano 13:07 commenti (7) 
 


lunedì, 19 luglio 2004

 

Dell’oscenità dei blog, ovvero di come dalla limitatezza di un’intimità esposta si giunga a meditare intorno all’essere.

Strapparsi le parole di bocca. Tirare fuori la lingua. Metterla nuda. Farne mezzo senza fine. Il dentro, il fuori. Insieme. Non c’è più distinzione, nella lingua esposta, solo una soglia interminata.
E’ una soglia che sta al di là del serio. Risata senza fondo. Negatività rovesciata. Voragine esposta nella sua infinita finitezza. Suono teso e puntiforme. Nerezza abbagliante dell’essere.
Essere che sorge ovunque, e non ha dimora. Scivola, slitta dagli interstizi di (queste) lettere alle parole (stesse). Giochi di parole: l’essere gioca. Non fa che giocare, l’essere. E’ gioco puro, senza regole. Un caso necessario. Sgorga ovunque – essendo qualunque.
Lo si trova, figurarsi, anche in un blog.


postato da alderano 15:47 commenti (5) 
 


sabato, 17 luglio 2004

 

La scorsa notte mi sarei strappato il sangue di dosso. Lo avrei voluto versare qui, fino a restare cavo, monco come un dito amputato per sfuggire alla galera. Non più voce in corpo da gridare. L’occhio accecato, sparso nel biancore di un’aurora. Il passo incerto. La terra troppo ferma. Adesso sto con il sangue sempre appiccicato alle vene, troppo sangue, troppe vene. E’ ancora notte. Come quando mi sono urlato queste parole prossime, una notte fa. Alle cinque e venti di un giullare che si ride in faccia, e si concede l’ennesimo perdono.





Il cranio aperto come una fioriera –

in questo punto ignoto della notte, o del mattino –

qui – mi spezzo



come in fiamme, o di cristallo, si spezza l’universo

ad ogni istante – ed è un istante, solo,

di santa cecità, e poi



mi spezzo ancora

senza male, solo spezzarsi d’ossa senza fine,

ossa di fiamme e di cristallo



e nella catastrofe dei sensi –

in questo venir meno -

mi perdono.




postato da alderano 14:57 commenti (16) 
 


giovedì, 15 luglio 2004

 

Stasera Renato Curcio è venuto in Apuania a presentare il suo libro ‘Il dominio flessibile’. Il racconto dell’individualizzazione, della precarizzazione e dell’insicurezza nell’azienda totale. Il racconto, prima che un teoria critica. Racconta vite (vite esemplari, verrebbe da dire, esemplari nella loro ‘eccezionale normalità’), vite destrutturate, devastate dal cancro della flessibilità. Gettate nell’ansia e nella paura come stati psicologici ‘normali’. La vita di chi – nella propria esistenza quotidiana, nei fatti banali della quotidianità (la banalità del male) – non ha più alcun diritto. Di chi è stato espropriato della propria qualità di cittadino.

Quel che è stato stupefacente, per me, è stato notare come il suo racconto si integri perfettamente – e in qualche modo ne chiuda il cerchio – con la teoria di Agamben, del quale più volte qui mi è capitato di parlare. (Peraltro lui stesso lo ha citato). Se oggi viviamo in uno stato di eccezione permanente (che si dispiega con ogni e totale evidenza nella sospensione di ogni diritto internazionale, all’esterno, e nella sospensione di ogni diritto per i migranti reclusi nei Cpt all’interno), ciò che accade nel mondo del lavoro ha lo stesso segno. Se lo stato di eccezione è il massimo dispiegamento della biopolitica, la flessibilità è la forma della bioeconomia. Il lavoro flessibile è un vero e proprio territorio di ‘sospensione del diritto’. La precarizzazione, già nell’etimo, è l’esatto contrario dei diritti: il precario è ‘colui che prega’, mentre il diritto è dato, e non si deve chiederlo. Così colui che prega vive nell’ansia costante, nella paura di perdere quel lavoro, e si piega ad ogni richiesta, ad ogni ricatto del padrone. Pregando, si piega. Si fa veramente sottomesso. (E i musulmani – i muslim, i sottomessi – non sbagliano nell’identificare la massima idolatria nella sottomissione richiesta dal mercato, dal dollaro usurpatore del nome di Dio - in God we trust -, verde come il colore stesso del sottomesso a Dio). E il sottomesso sta in un territorio di pura violenza – una violenza dolce, dapprima, che si insinua senza farsi notare, aizzando l’homo homini lupus (e non a caso Hobbes è decisivo nella teoria dello stato d’eccezione); poi la violenza si fa autoritativa, quando è il caso, feroce. In un territorio simile la paura è il sentimento dominante: esattamente come le politiche sicuritarie propagate dai media, l’identificazione delle nuove classi pericolose, del sottoproletariato migrante in primo luogo, e dei ‘devianti’, sono il motore della negazione di ogni diritto a queste classi; e come la paura su scala mondiale del terrorismo sostiene la guerra infinita.

Per riportare il tutto alla politique politicienne: tre sono gli ambiti dello stato di eccezione permanente nel quale viviamo: quello mondiale, quello europeo (la fortezza Europa) e quello del lavoro. E ci sono sei ‘decisioni’ politiche (atti, o leggi) che sanciscono, nel nostro paese,  la sospensione del diritto in quegli ambiti: per quanto riguarda il primo, la guerra in Kosovo prima, la guerra in Iraq poi; per quanto riguarda il secondo, la legge Turco-Napolitano prima, la legge Bossi-Fini poi; per quanto riguarda il terzo, il pacchetto Treu prima, la legge 30 poi. Centrosinistra prima, centrodestra poi. Il centro è decisivo. E al centro c’è il vuoto dove ogni diritto è sospeso, il vuoto dello stato d’eccezione.

 


postato da alderano 02:16 commenti (4) 
 


mercoledì, 14 luglio 2004

 

Soprattutto nell'Ottocento, la lettura di Paolo e Francesca -- da parte di intellettuali come George Sand -- era quella di un modello di amore romantico, cioè assolutamente spontaneo, originale. Paolo e Francesca sono diventati gli archetipi dell'amore puro e autentico; quindi non copiato. Un amore talmente autentico da continuare anche all'inferno.

Il paradosso è che per essere a loro volta spontanei Paolo e Francesca avevano bisogno di un modello, il che è l'esatto contrario della spontaneità. E così si trascurava il fatto che, piuttosto che curarsi l'uno dell'altro mentre si stavano innamorando, Paolo e Francesca si concentravano su un libro e si comportavano come i personaggi del libro. Erano cioè del tutto mimetici. La critica insomma non vedeva affatto che il vero deus ex machina della storia era il libro -- è il libro a sedurre.

Ciò che non si coglie mai è il desiderio mimetico, vera fonte del desiderio di entrambi. In effetti sappiamo una sola cosa sull'origine del loro amore: il libro. Dante non descrive quest'amore, ci parla soltanto del libro. Siamo stati vittime di un vero lavaggio del cervello da parte del romanticismo: accecati, perdiamo di vista il mediatore.

È vero, gli intellettuali hanno sempre riconosciuto l'esistenza di un desiderio imitato, ma la maggior parte di loro, specialmente quando pensa al proprio desiderio, vorrebbe credere che al di là della mimesi esiste pur sempre un desiderio autentico, veramente nostro. A mio avviso quel desiderio non esiste. È proprio questa dimensione sociale, inter-individuale, del desiderio che crea conflitti -- conflitti suscettibili di estendersi a tutta quanta la comunità, conflitti che hanno la tendenza a diventare contagiosi. Più gente c'è che desidera lo stesso oggetto, più ce ne sarà: è una moltitudine che si moltiplica all'infinito, come avviene nelle borse finanziarie, straordinario microcosmo del puro desiderio. Perciò le società umane sono minacciate da una violenza radicalmente diversa da quella tipicamente animale.

(René Girard)


postato da alderano 20:07 commenti (4) 
 


domenica, 11 luglio 2004

 

Per una Mitologia di Iggy.

The worse thing in this world is a rockstar. And the only good rockstar is a dead rockstar.

Non si tratta di rock’n’roll, qui.
L’Iguana è apparso, salmodiando le sue immense litanie, ri-velandosi ancora… Estasi nella contemplazione idiota di un’icona, nella ripetizione che non cessa di chiedere, di interrogare, di celebrare…
Lo si attendeva come si attende il Messia che non salva, dal quale non si attende salvezza… da lui si attende la celebrazione dei nostri vuoti a perdere… Ed è arrivato. I’m loose. Sticky deep inside. Questo l’introibo (ad altare dei). Poi, in sequenza, le danze sfrenate di questo dio idiota. Un dio di cui si può ridere, come voleva Nietzsche. (Iggy come la Carmen?). E Iggy è la risposta a quel Nietzsche che lamentava la decadenza di una civiltà che non ha partorito nessun nuovo dio.
Un dio che chiede di essere il (mio. tuo. nostro) cane. E che con I wanna be your dog ci lascia al nostro silenzio – ad esso ci re.stituisce... reintegrati nella nostra disintegrazione…
Adesso il dio è morto, e pure continua a ridere.


postato da alderano 19:21 commenti (21) 
 


lunedì, 05 luglio 2004

 

Ho trovato queste 118 domande sul blog di Giulio Mozzi (lessi un suo libro anni fa, e mi piacque molto. Poi ho perso le sue tracce: www.giuliomozzi.com). Poi ho fatto un taglia e incolla dal blog di gattostanco.diludovico.it.

E tutto perché non ho voglia di andare a dormire.

 

118 domande (in prestito)



1. Cosa predomina nel tuo armadio?
 Gli spazi tra i vestiti.

2. Che tipo di pizzi utilizzi?
 Neri, senza dubbio. E che i seni siano prominenti.

3. Che c'è in camera tua?

 Quale camera?

4. Collezioni qualcosa?
 Vuoti a perdere.

5. Penna a sfera, matita o tasti del pc?
 La penna. E che sia nera come i pizzi.

6. Sei affettuoso?
 Come può esserlo un orso bianco.

7. Doni il sangue?
 Per me ne ho versato. Volevo essere Iggy Pop, da giovane.

8. Hai mai usato psicofarmaci?
 No. Però mi sono fatto di aspirine con gli hang-over della mattina.

9. Ti hanno mai fatto una trasfusione?
 Boh. Forse quando nell’adolescenza mi operarono al prepuzio. Poi, finalmente, mi introdussi nell’origine del mondo.

10. Hai animali domestici in casa?
 Li ho avuti. Agar, cane. Caserio, gatto.

11. Da uno a dieci che voto dai a Marco Candida?
Chi è? Con il cognome che ha, lo odio.

12. Che tempo fa lì?
 Ho le serrande abbassate.

13. Ti chiami davvero alderano?
 Magari. Tutti mi chiamano Rovelli (sono l’unico cognome del genere nella mia città) e io non lo sopporto. Il cognome tiene a distanza, e io non voglio tenermi a distanza. Peraltro Marco è troppo comune, l’altra sera a cena eravamo in tre marchi su otto individui.

14. Sei davvero un uomo?
 Mi gira la testa. Preferirei una domanda su DIO.

15. Fai tutto da solo?
 Dipende se mi masturbo. Però anche in questo a volte mi aiutano.

16. Sei sposato?
 Non ho la vocazione.

16bis. Qual è la tua serata ideale?
 Vino, eros, canto, stelle.

18. Cento ne pensi, quante ne fai? E soprattutto, sono le stesse?
Ne faccio poche di quelle penso. Ma almeno non sono le stesse.


19. Piccole manie?
 Questa.

20. Ti piace di più la mattina o la sera?
 Non lo so. La mattina dormo, però sogno.

21. Qual è l'età che senti più spesso di avere?
 Non me la sento, l’età. Che schifo.

22. La figuraccia peggiore che hai fatto?

E chi lo sa. Il repertorio è vasto. Però me ne fotto. Anzi, più erano più figuracce più mi piacevano. Tra quelle che non mi sono piaciute, mi viene in mente quando steccai l’Internazionale, che era troppo alta, in una sala con una ventina di compagni.
 
23. Hai un pensiero ricorrente, la mattina, quando ti alzi?
Può essere.

24. Quale?
 Che volevo continuare a dormire.

25. Sei un tipo sportivo o elegante?
 Sono come tu mi vuoi.

26. Mare o montagna?
 Qui andiamo sul gaberismo spinto, e non mi piace. Comunque mi sento un montanaro. Ciò che imparerai dagli alberi e dalle rocce non lo imparerai da nessun libro, diceva – più o meno – Bernardo di Chiaravalle.

27. Colore che predomina sul tuo corpo adesso?
 Se il ‘sul’ è inteso come mera esteriorità, allora il rosa olivastro della carne. Altrimenti le mutande nere.

28. Hai gli occhiali?
 Sì. Blu. Vecchi, scalfiti, sbilenchi. Li dovrei cambiare. Ma sono troppo pigro.

29. Dici parolacce?
 Cazzo, sì. E me ne dispiace.

30. Che voce hai?
Tenorile.

31. Che tipo di vacanze fai?
 Non faccio vacanze di solito. Viaggio intorno alla mia camera.

32. Ti piace viaggiare?
 Sì. Viaggio intorno alla mia camera. Poi vado in giro per concerti, e tutto sommato è bello pure quello. Sempre meglio che lavorare.

33. Sei simpatico?
 Non so. Non molto, tendenzialmente, credo. Una volta, almeno, era così. Adesso a volte capita, e me ne stupisco.

34. Hai mai pensato seriamente a un omicidio?
 E’ il seriamente che mi fa pensare.

35. Quanto conta per te il corpo?
 Io sono corpo.

36. E la mente?
 Anche.

37. Come usi i tuoi sensi nel quotidiano?
 Potrei far di meglio, credo. Da quando ho lasciato la mia casa nei boschi e frequento più internet, le mie funzionalità sensoriali si sono affievolite in maniera preoccupante.


38. Tu sei davvero tu? Sempre?
Cristodidio, certo che non lo sono mai! E pure, lo sono sempre…

39. Hai mai tentato il suicidio?
No. Ma ho scaricato un libretto sui metodi migliori per farlo. Un giorno potrebbe tornare utile.

40. Quali sono i tuoi valori più forti?
 Nessuno, ti giuro, nessuno.

41. Dove stai andando?
 A letto, fra poco. Non mi piace far programmi, peraltro. Odio i tempi lunghi.

42. Dove vorresti tornare?
 Da nessuna parte. Dimenticare, l’ardore più bello (questa è la prima citazione, me ne compiaccio. E non dirò neppure di chi è).

43. Da dove vorresti partire?
 Questa domanda mi mette in difficoltà. Preferisco tornare, per vedere l’effetto che fa.

44. Che cos'hai di troppo e cosa ti manca?
 Quel che mi manca è ciò che ho di troppo.

45. C'è qualcosa che ti commuove come se la guardassi, vivessi, per la prima volta?
 Le albe ubriache.

46. Meglio l'inizio, la fine o ciò che sta in mezzo?
 Non credo negli inizi, né nella fine.

47. 1 + 1 quanto fa?
 Non mi piacciono le domande generiche.

48. Sei innamorato?
 Credo di sì. Da molti anni.

49. Hai un prezzo?
 Non credo che nessuno mi voglia comprare.

50. Qual è la domanda che non riesci a farti?
 La 43.

51. Perchè bisogna sempre fare domande e non si cercano mai da soli le risposte?
 Veramente io sto cercando da solo le risposte, e non sto facendo domande.

52. Come fai a essere così sgaggio?
 Boh.

53. Tu sai cosa vuol dire sgaggio, vero?
 No.

54. Perché gli altri ragazzi non sono sgaggi come te?
 Boh.

55. L'abitudine che vorresti proprio perdere?
 Non riempire compulsivamente ogni spazio vuoto anche quando non c’è nulla con cui riempirlo.

56. Il difetto cui sei più affezionato?
 Vedi sopra.

57. La tua abilità più inutile?
 Scrivere.

58. L'inabilità che si è rivelata più utile?
 Cantare.

59. Dove caz*o stai andando?
 Ma vaffanculo.

60. C'è una cosa che ti provoca forte gioia e felicità?

Vino, eros, canto, stelle.
 
61. Sei fedele?
 Quando capita.

62. Vivi tutto quello che ti capita?
Giuro che non avevo letto ancora questa domanda. Comunque ho già risposto sopra.


63. O forzi le situazioni?
 No, purtroppo. Anche se a volte sarebbe utile. O forse sì.

64. Meglio soli o discretamente accompagnati?
 Soli, e ben accompagnati.

65. A quante persone manchi oggi?
 Mancare, si manca. Dipende quanto si manca.

66. Sei felice?
 Odio Marzullo.

67. Hai trovato l'amore?
 Idem. (Sia chiaro, rispetto lo sforzo di chi ha fatto tutte queste domande).

68. Ti piacciono i bambini?
 Sì. Una volta mi hanno pure fatto un esposto in procura per pedofilia. (non scherzo – e in effetti c’è poco da scherzare. Facevo l’educatore, e l’assistente sociale mi ha defenestrato con ignominia. Si chiamava Fiorella Pelanda, del comune di Lerici – così mi tolgo un sasso dalla scarpa, diciamo. Ecco, prima si parlava se ho mai pensato all’omicidio. Ho pensato seriamente a ripristinare i gulag per gli assistenti sociali in effetti. Avete idea di cosa significhi sentire che su di te pende un’accusa grave – tanto da essere stato sospeso dal lavoro – senza che tu possa immaginare di che cosa si tratti? Poi ti dicono che hai molestato un bambino. Provatevi a immaginare gli incubi notturni che ho fatto per un mese).

69. Pensi di diventare padre?
Non faccio progetti per un’altra vita.


70. Che cosa ti appaga di più in un rapporto?
 Lo sguardo aperto.

71. E che cosa ti inibisce?
Lo sguardo ottuso.


72. Il dolore più intenso che hai provato?
 Gli strappi. Gli abbandoni.

73. Il dolore più intenso che hai provocato?
 Gli strappi. Gli abbandoni.

74. In che posto e con chi ti piacerebbe essere domani?
 Nei boschi. Con la mia concubina.

75. Dove vorresti essere in questo momento?
 In una casa nel bosco, a letto con la mia concubina.

76. Resti per dieci secondi a guardarti davanti a uno specchio, per intero. A quale parte del tuo corpo hai dedicato piu' tempo?
 Non lo faccio mai. Negli occhi, credo. Comunque nel volto.

77. Se potessi tornare indietro nel tempo, a che epoca della tua vita torneresti?
 No, grazie.

78. Come ti vedi fra 20 anni?
 Non faccio progetti.

79. Andresti a trovare Gaspare in Sicilia?
 Sì, forse. In Sicilia certamente sì.

80. Quale il momento che vorresti bloccare il più a lungo possibile?
 L’orgasmo mentre la mia concubina grida.

81. Se potessi avere un potere magico quale sceglieresti?
 Le domande si ripetono. E io ripeto le risposte.

82. Quale personaggio storico vorresti essere?
 Mi vado bene così. Sono Alderano, peraltro, che era un personaggio storico.

83. C'è un momento del tuo passato al quale vorresti tornare per cambiare qualcosa?
Il rischio sarebbe troppo grande. Però eviterei di iscrivermi a scienze politiche.

84. Se potessi fare un viaggio di un mese dove meglio credi, spendendo quanto vuoi, dove andresti e cosa faresti?
 Mi piacerebbe molto andare in Iran. E poi in Mongolia (già da prima di Ferretti, sia chiaro).

85. Sbronze tristi o sbronze allegre?
 Allegre, sempre. Bevo perché perdo ogni confine, e mi sento gettato in un sentimento di amore sconfinato…

86. Aspettare paziente o creare il momento?
 Il gesto dove le due cose coincidono.

87. Di che cosa sei più grato alla vita?
 Di respirare.

88. Era meglio Paul o era meglio John nei Beatles?
 Come dire, meglio De Andrè o Dori Ghezzi?

89. Credi in Dio?
 Ecco, lo sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati. Dio c’è, ma non esiste.

90. O lo stimi e basta?
 Ah ah.

91. Credi nell'aldilà?
 Se anche esistesse, sarebbe pur sempre un al di qua.

92. Sei cattolico? E se sì in che misura?
 A volte quando fumo hashish mi vengono sensi di colpa.

93. Il blog lo usi più per svelarti o per nasconderti?
 Per giocare.

94. Ti interessa di più esprimerti o comunicare?
 Non ci si esprime mai, né si comunica. Si parla e basta.

95. Hai avuto più spesso l'impressione che le tue parole fossero sassi precisi aguzzi pronti da scagliare o sassi che il mare ha consumato?
 Qui siamo davvero nel marzullismo spinto… Sassi rotolanti…

96. Qual è la cosa più bella che pensi di aver scritto?
 Un paio di poesie, forse.

97. Se non scrivessi, quale altra espressione artistica di te vorresti prevalesse?
 Quella che già prevale. Il canto.

98. Perchè scrivi?
 ‘La rosa fiorisce senza un perché’. Silesius. (Non intendo dire che il mio scrivere è una rosa).

99. Sei sempre tu quando scrivi?
Vedi domanda n. 38.

100. Ti piacciono gli animali?
In genere sì. Anche quelli umani, in genere. Poi però spesso ho grosse delusioni.

101. Per che cosa ti batti più accanitamente?
 Per la libertà. Per la liberazione.

102. Sei di sinistra o di destra?

?
 
103. Vai a votare?
 Sì. Sono per la riduzione del danno.

104. Fai parte di qualche associazione?
 E’ un vizio che non pratico più. Per il momento.

105. Sei favorevole alla pena di morte?
 Per il momento no.

106. Sei favorevole alla liberalizzazione della droga?
 Sì. Sono per la riduzione del danno. E per un uso consapevole di ogni sostanza.

107. Sei pacifista?
 Non capisco il concetto. Sono nonviolento come Cristo, quando entrò nel Tempio e gettò a terra i banchetti dei mercanti.

108. No global?
Non accetto strumentalizzazioni. Né tantomeno di farmi dare un nome da Emilio Fede.

109. Per l'aborto?
 Celebro l’anniversario ogni 25 dicembre.

110. Affinità elettive?
 Non ne sono a conoscenza.

111. Ti piace mangiare?
 Moderatamente.

112. Piatti preferiti?
 Moderatamente.

113. E bere?
 Oh, sì…

114. E fumare?
 Per puro onanismo.

115. Cioccolato al latte o fondente?
 Fondente.

116. Quale situazione di un libro, o di un film, vorresti che ti accadesse davvero?
 Qualcosa dal Tropico del Capricorno, forse. Oppure dalla Nube della Non-Conoscenza.

117. Libri preferiti.
Non so rispondere.

118. Dischi preferiti.
Nemmeno a questa.

 

Buonanotte.

 



























































































































































































































































































































































postato da alderano 04:33 commenti (11) 
 


venerdì, 02 luglio 2004

 

Le parole buttate al vento



(come queste stesse parole. ‘Queste’. ‘Stesse’. Dimorano in un infinito slittamento – dunque non hanno dimora alcuna – in un rimando continuo al fuori e un continuo ritorno su se stesse – dove lo stesso diventa altro nel momento in cui lo si vuol dire. Perché lo stesso è l’altro; anzi, è altri. Questo slittamento continuo dalla parola al suo fuori, dallo stesso all’altro – questa impossibile dimora nell’insostanzialità del ‘tra’ – ‘mostra’ l’impossibilità di dire. Non lo dice, evidentemente, non lo può dire. Lo mostra, come in figura. Ogni parola, al fondo - al suo limite -, non fa che mostrare l'impossibilità di dire).



Le parole buttate al vento, dicevo. Non hanno destino. Sono degli strappi in un foglio bianco.



'Guarda', recitano, e tu guardi dalla fessura aperta da quel ‘guarda’, un imperativo che si apre alla tua vista, e la lascia trapassare nella vuota luce – nel buio addensato – che sorregge il foglio, e la vista esulta quando distingue un pulviscolo che brilla al balenio di un fascio di luce che trapassa - senza provenire da nessun luogo - l’imperativo che ti ha accolto.



'Guarda', recitano queste parole, e sono l’imperativo che mi assumo, e adesso che chiudo il cerchio – per ripercorrerlo all’infinito – ho tutti questi strappi sul foglio che danno sulla luce del fuori, e chi sa mai che mi faccia abbagliare da un pulviscolo,



stanotte.








postato da alderano 14:26 commenti (8) 
 


giovedì, 01 luglio 2004

 


Una massa di milioni e milioni di apolidi, senza patria né cittadinanza, percorre l’Europa dopo la prima guerra mondiale. Sono gli apolidi, coloro che vennero privati di ogni patria, e di ogni cittadinanza, dopo gli sconvolgimenti territoriali e politici seguiti alla guerra. Gli apolidi segnano visibilmente, secondo Hannah Arendt, il ‘tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani’. Perché? Nella storia europea i diritti umani sono inscindibilmente legati alla condizione di cittadino: non a caso la storica dichiarazione che in qualche modo è il simbolo giuridico della Rivoluzione francese si chiamava ‘Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’. I diritti umani si possiedono solo se si è cittadini. Così gli apolidi, “privati del diritto di cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, la schiuma della terra”.
“Quelli che i persecutori cacciarono dal paese come schiuma della terra – ebrei, trockisti, ecc. – vennero dovunque ricevuti come tali; quelli che erano stati definiti indesiderabili divennero gli indésiderables d’Europa. L’organo ufficiale delle SS, lo «Schwarze Korps», affermò esplicitamente nel 1938 che, se il mondo non era ancora convinto che gli ebrei erano la feccia dell’umanità, si sarebbe ricreduto quando una schiera di mendicanti non identificabili, senza nazionalità, senza denaro, senza passaporto, avrebbe ben presto attraversato i confini.” Ci ricorda qualcosa, questa massa che attraversa i confini? Non sta forse parlando la Arendt anche del fenomeno dei migranti che rappresenta la questione principale, in materia di ‘persone’, con cui tocca confrontarsi? La Arendt prefigura lucidamente la situazione che il nostro pianeta globalizzato sta vivendo. (E il suo libro, ricordiamolo, esce nel 1951).
“Nessun paradosso della politica contemporanea è più pervaso di amara ironia del divario fra gli sforzi di sinceri idealisti, che insistono tenacemente a considerare « inalienabili» diritti umani in realtà goduti soltanto dai cittadini dei paesi più prosperi e civili, e la situazione degli individui privi di diritti, che è costantemente peggiorata, sino a fare del campo d’internamento (prima della seconda guerra mondiale l’eccezione piuttosto che la regola per gli apolidi) la soluzione corrente del problema della residenza delle «displaced persons».” Il campo, la regola, l’eccezione. Le coordinate che emergono dalla riflessione di Agamben sull’ontologia e sulla politica dell’Occidente.
L’uomo senza patria è un’anomalia: non si inquadrava nel sistema statale, che garantiva i diritti solo ai cittadini. Egli era un vero e proprio “fuorilegge per definizione, si trovava completamente alla mercè della polizia che non si faceva scrupolo di commettere qualche illegalità pur di diminuire il fardello degli indésiderables.” Un fuorilegge. Un bandito. Come oggi sono fuorilegge e banditi quegli uomini senza patria che attraversano i confini privi di identità, e sui quali la polizia ha pieno potere. Che soggiacciono a uno stato di eccezione permanente.



postato da alderano 16:05 commenti (18) 
 


ARCHIVIO
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003

 


LINK
- - MARCOROVELLI & SBANDATI - il Myspace musicale
- - SBANDATI - IL MIO BLOG MUSICALE
- corpo esposto - il libro di poesie
- Lager Italiani - il blog del libro
- Sacrifici: il lavoro su Bataille -
- una vita - il mio spettacolo di canti popolari
Il blog acceso di Tereso
il blog antirazzista di Sherif
il blog bandito di LoSca
il blog cantautorale di Alessio Lega
Il blog critico della Lipperini
Il blog curante di Pistorius
Il blog dialogico di Minimokarma
Il blog filosofia di Azioneparallela
Il blog grouchomarxista di Pralina
Il blog intensivo di Emilio Millepiani
Il blog interrogante di sestoempirico
Il blog libero di Stampa Alternativa
il blog libertario di Sahishin
Il blog montaggio di Franz Krauspenhaar
il blog musicale di Luca Barachetti
Il blog narrante di Nazione Indiana
il blog poetico di Francesco Marotta
Il blog pre.ludico di Aitan
il blog presepe di Nicolò La Rocca
il blog ristoro di Daniele Greco
Il blog sovraesposto di Georgiamada
il blog vinoso di Stefano Calosso
Il bollettino di Giulio Mozzi
Il giornale di letteratura di Giuseppe Genna
Il giornale immaginario di Valerio Evangelisti
il sito Primo Amore
Il sito su Horst Fantazzini
Indymedia
la mia "voce" su wikipedia

 


COUNTER
visitato *loading* volte