cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


lunedì, 17 novembre 2008

 

Buone dal web

E' il titoletto, del tutto casuale, della rubrica che da un mese a questa parte mi trovo a scrivere per l'Unità (la nuova, bella edizione voluta da Concita De Gregorio). Ogni sabato, nelle pagine della cultura. Pubblico di seguito le prime quattro.

1.

Su Nazione Indiana, il blog letterario di cui sono redattore, pubblico un testo, scritto per il libro Sinistra senza sinistra, sugli omicidi bianchi, le morti sul lavoro, cercando di far luce sulle loro ragioni strutturali, legate alla natura del capitalismo molecolare italiano, e alla frantumazione dei legami tra i lavoratori. Nella colonna dei commenti interviene “Precaria”. Non c'è nulla da fare, scrive. E con ottime ragioni. I lavoratori sono disgregati, gettati nell'individualismo della sopravvivenza, e in questa giungla la destra vince. Dobbiamo attraversare il buio, adesso. Ma, come Cartesio di fronte al genio maligno trovava la certezza, a me appare chiara una cosa: di fronte alla tenebra, ciò che resta – e che dunque sta al cuore di ogni resistenza – è un'immensa fede. La fede dei miscredenti. Una postura necessaria, la sola che possa tenere acceso il lume della ragione. “Dall'imagine tesa vigilo l'istante con imminenza di attesa. E non aspetto nessuno”, scriveva Clemente Rebora in una poesia che mi è tornata in mano in questi giorni. Spiava la porta, Rebora, certo che qualcosa sarebbe venuto. Come fosse la piccola porta da cui a ogni secondo può entrare il Messia, come ricorda Benjamin nell'Angelus novus. Ma quel Messia altro non sarà che la nostra umana forma ritrovata: si tratta di ritrovare quella forma comune che ci faccia fare un passo fuori da questa tenebra – come (guarda il caso) nell'Angelo sterminatore di Buñuel. Accade, oggi, che nella rete affiori la nostra necessità di salvezza: e la salvezza, appunto, non può che stare nel riannodare legami, nel ricostruire reti, nell'immaginare un avvenire (del) comune.


2.

Helena Janeczek – autrice, nel 1997, di un bellissimo quanto trascurato romanzo, Lezioni di tenebra – ha seguito come editor, per Mondadori, Gomorra. Qualche giorno fa ha pubblicato sul blog letterario Nazione Indiana un testo intitolato “Siamo tutti Saviano?”, che segna un punto decisivo in questo dibattito, sul quale la rete si è concentrata molto. Saviano è un simbolo. Per il valore assunto dalla sua persona in virtù di quel testo pubblicato e fatto pubblico (in tutti i sensi dell'espressione). Un testo, scrive Janeczek, la cui grande novità è lo sguardo, avendo scorto nella materia di quel potere criminale “una portata universale”. Simbolo universale Gomorra, dunque, e simbolo universale Saviano.

Secondo la teoria di René Girard, il sacrificio è il dispositivo originario delle società umane. La rivalità mimetica e la violenza che traversa le società umane rendono necessario l'individuazione di un capro espiatorio che assuma su di sé le tensioni irrisolte. Ora, Roberto conosce bene la teoria girardiana - ma gli è toccato di sperimentarla, nella sua verità, sulla propria pelle, in quanto simbolo. La sua figura, catalizzando sensi e significati, è diventata sacrificale: nel bene (il re) e nel male (il condannato a morte). E l'effetto perverso di questa dinamica ambivalente è che l'ispessimento del valore simbolico del re, la sua crescente esposizione, si rovescia in ulteriore maledizione. Tanto più lo difendiamo, tanto più pare che il Sistema camorristico avrà bisogno di demolirlo. L'unico modo per procedere a un superamento di questo apparente stallo - già da tempo si sostiene in rete - è una "desavianizzazione" progressiva. Sostiene Helena, nella coda del suo scritto: "Senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere - poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. (...) Sapere che si possa fare poco. Ma farlo.”



3.

Tra i temi discussi in rete, c'è quello delle dichiarazioni di Paola Binetti in cui veniva asserito un legame tra omosessualità e pedofilia. Una ricorrenza che lascia sgomenti, una di quelle leggende come le Pasque di sangue degli ebrei, per non dire delle deliranti “verità” degli pseudo-storici negazionisti. La scrittrice Cristiana Alicata ha chiesto dal suo blog (e dalle pagine di gaytoday.it) l'espulsione della Binetti. Contestando che le sue affermazioni possano essere liquidate dicendo che “parla a titolo personale”, la militante del PD si chiede: “E se domani Bersani afferma la superiorità della razza bianca parla a titolo personale? E se domani Rutelli negasse l’olocausto, parlerebbe a titolo personale?”

Forse bisognerebbe portare la Binetti a una mostra – di cui su Nazione Indiana ha dato notizia Franco Buffoni – in corso a Genova, al Museo di Storia Naturale Doria. Si chiama “Against nature?”, e il tema trattato sono i comportamenti omosessuali tra gli animali. Storie di trichechi e dei loro giochi erotici, di pingiuni reali presso i quali un maschio su cinque preferisce un partner dello stesso sesso, delle coppie fisse omosessuali tra i cigni, delle mitiche scimmie bonobo che si concedono alle pratiche erotiche omo ed etero per sublimare l'aggressività. Magnus Enquist, etologo dell’Università di Oslo, glossa così: “Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell’omosessualità, cose che soltanto gli umani riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama.”

In tempi in cui le dottrine più integraliste, come quella di papa Ratzinger, si fondano su un mitico diritto di natura, va meditato a fondo il suggerimento di questa mostra. “Contro natura” in duplice senso: sia perché le pratiche omosessuali si trovano in “natura”; sia perché il concetto di natura, in realtà, è una parola ambigua che serve come fondamento ideologico a pratiche sociali culturalmente determinate. Nella natura c'è di tutto – tutto quello che noi vogliamo vederci – e dunque dovremmo smetterla di rivolgerci ad essa per sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. E assumerci la responsabilità della “natura umana”. Che è a dire, poi, della cultura.



4.

Fortress Europe è una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 13.246 morti, di cui 5.123 dispersi.”Numeri che cambiano quasi quotidianamente, sul sito www.fortresseurope.blogspot.com. Un luogo necessario, nella rete. Una memoria, anzitutto, di quell’esodo senza quiete né traccia che traversa il mare e lambisce le nostre vite senza mai toccarle davvero. Ma Fortress Europe non è solo questo. Si tratta invece di un luogo fortemente politico. Perchè Gabriele Del Grande, gestore di questo blog (nonché autore di un importante reportage sui viaggi dei migranti, Mamadou va a morire, Infinito ed.), segue i percorsi di queste scomparse: li segue fisicamente, tracciandone le rotte, e ne individua le ragioni.Ce ne restituisce, insomma, i molteplici sensi. Fornendo tra l’altro moltissimo materiale per approfondire i molti aspetti della questione. Adesso in homepage, ad esempio, c’è un reportage dalla Tunisia del regime autoritario di Ben Ali. Gabriele è andato nella città di Redeyef - da dove molti ragazzi partono per “bruciare le frontiere” e traversare il mare - a incontrare gli esponenti di un forte movimento di opposizione sociale, represso con violenza, morti e torture. Poi si trova un’iniziativa politica che meriterebbe un ampio sostegno, una petizione partita da Asinitas e ZaLab, associazioni produttrici del documentario Come un uomo sulla terra, memoria del viaggiodel giovane etiope Dagmawi Yimer, che ebbe la sventura – purtroppo molto frequente per i migranti come lui -di capitare nelle mani della polizia libica e di subirne le violenze.La petizione chiede la fine di quelle violenze, e in particolare il chiarimento delle responsabilità italiane in ordine agli accordi bilaterali del 2004 con cui il governo italiano sostiene finanziariamente e tecnicamente il governo libico nel “controllo dei flussi di immigrazione clandestina”. La petizione chiede una commissione di inchiesta internazionale indipendente, e l’invio di una missione internazionale umanitaria che verifichi la condizione dei detenuti nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri. Anche sulla questione Libia il blog di Del Grande offre un ottimo approfondimento: si può scaricare infatti il rapporto Fuga da Tripoli 2007. Vale la pena di metterlo nei preferiti,questo sito, e capitarci di tanto in tanto – per scoperchiare il mare, e non farne pietra tombale.


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lunedì, 10 novembre 2008

 

Realtà, realismo

Su Nazione Indiana, uno scritto di Giulio Milani - editor e editore di Transeuropa, con la quale, come è qui noto, io lavoro  - sulla questione del realismo in letteratura. Qui. (Cita un brano di Lager italiani come esempio di come la letteratura mascheri la realtà per raccontarla, ma vi assicuro che non è captatio benevolentiae...)


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mercoledì, 05 novembre 2008

 

assAlto al cielo

Su Nazione Indiana ho pubblicato il mio breve contributo al bellissimo libro (storia per immagini, ma non solo) al libro di eleuthera A-cerchiata. Storia veridica ed esiti imprevisti di un simbolo. Qui.


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giovedì, 30 ottobre 2008

 

Cirque de la solitude

E' il titolo di questo blog, come è evidente alzando appena lo sguardo.

Ma anche il titolo di un mio testo narrativo (visto e rivisto in questi anni non so quante volte - un architesto, per me) - che il prossimo anno sarà pubblicato.

E, ancora, il titolo di una mia canzone (talmente decisiva che immagino aprirà il cd a venire). Una canzone d'amore instabile. Una canzone politica, perché il corpo è sempre un campo di battaglia. Disseminate nel corpo del testo, parole di Amelia Rosselli e di Samuel Beckett. Mi sono divertito a fare, con un taglia e cuci di immagini ed effetti vari, una video-story, per mettere il pezzo su youtube.


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martedì, 28 ottobre 2008

 

Sante Caserio

Ho caricato su youtube il video della Sante Caserio che quest'estate ho cantato con Daniele Sepe. Vi assicuro di aver goduto tanto, quella sera.


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giovedì, 23 ottobre 2008

 

E che ambulanza sia

Da oggi non si dovrebbe poter più parlare degli anni settanta come si fa di solito. Non più, dopo l'intervista odierna di Cossiga.

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché è l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitito Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà quantomeno una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «A questo punto, Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

Delirante, sì, ma assolutamente veritiera. Forse mr. KoSSiga sente approssimarsi la fine, e sente il bisogno di confessare. Rivendica ciò che ha fatto, rovesciandone ovviamente il senso. Ma che lui espliciti con questa chiarezza la strategia usata negli anni settanta per distruggere i movimenti - perchè è chiaro che lui sta parlando di sé, mettendosi a confronto per giunta con l'imbelle Berlusconi, in una nostalgica riproposizione dunque dei bei tempi andati - dovrebbe essere considerato un punto fermo nella riconsiderazione degli anni settanta.

Che il suono dell'ambulanza arrivi davvero, sì. Ma per questo pover'uomo.

 


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venerdì, 17 ottobre 2008

 

Video live.

Su youtube sto caricando qualche pezzo del concerto a Fosdinovo. A cominciare da La Comunarda con Daniele Sepe: qui.

Aggiornamento: per la prima volta su questo blog - anche l'iconoclastia va rovesciata! - un video direttamente qui:


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lunedì, 13 ottobre 2008

 

Omicidi bianchi

E' la voce che ho scritto per questo libro, Sinistra senza sinistra - Idee plurali per uscire dall'angolo, appena pubblicato da Feltrinelli. La voce l'ho postata su Nazione Indiana, qui.


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mercoledì, 01 ottobre 2008

 

A Iggy

Dimenticavo, su Nazione Indiana ho fatto un post su Iggy Pop, in occasione dell'usicta in Italia della sua biografia. Essendo Iggy l'icona più perfetta del mio dio post-nietzscheano, non potevo mancare di segnalarlo: qui.


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martedì, 23 settembre 2008

 

Vedi alla voce Voce

E' uscito in libreria il Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 10 euro). 315 voce scritte da 330 autori - scrittori cui è stato chiesto una definizione affettiva, ovvero vedere la parola da una prospettiva del tutto personale. Io ho contribuito con la voce Voce.


Questo scrittore ha una sua voce, si dice. E lo si dice appropriatamente. Nel canto, decisiva è l’intenzione. Ovvero, il come la voce è portata. Il come della voce: un come che fa meraviglia. Un non-so-che che fa la differenza.

Scrivo mentre scendo a Roma in auto. (Stasera canto: la voce mi è doppiamente cara). Prima, ascoltiamo, fuggevolmente, un cd di quelli comprati a un euro e novanta. Canzoni degli anni quaranta, Nilla Pizzi, Flo Sandons, eccetera. Poi, invece, un cd di Rosa Balistreri. Grande cantante della tradizione popolare siciliana, nata nella durezza della miseria, Rosa che porta nel suo canto la pietra e il sole.

Eppure la voce carica di emozioni di Rosa segue essenzialmente dei codici tradizionali, la cifra stilistica della propria tradizione. E dei codici segue anche Nilla (anche lei sa cantare). E’ come se fosse proprio di ambedue di inoltrarsi in un labirinto. (Il labirinto è il codice). Ambedue cresciute, educate a riconoscere dei segnali per avanzare nel labirinto. Il talento, allora, non è che l’abilità a riconoscere quei segnali, la sveltezza, l’agilità di destreggiarsi, per non perdersi, l’intuizione nel cercare soluzioni nuove: insomma, è questione di forza, di intensità.

Ma un labirinto – quello di Nilla – è angusto, asfittico, e ha pareti rosa e azzurre. L’altro è ampio, assolato, ha pareti di pietra, il cammino è aspro. E’ un labirinto che ha il dono del tremendo. E la sua ampiezza, ovvero la sua profondità (dacché la superficie è il profondo), fa sì che vi si inoltra ha la possibilità, come si dice, di andare più nel profondo. Il labirinto di Rosa ha una profondità materica impressionante. Si tratta della matericità delle cose, e del tempo.

Il disegno di un labirinto è la raffigurazione iconica di un mondo. La sua idea – come un geroglifico. La grande voce è quella che riesce a percorrerlo tutto, il labirinto, a rendere la forma compiuta (ma nel momento in cui si compie, si è ancora nell’incompimento: di più, a quel punto, si è nel vuoto). Per questo una grande voce è, essenzialmente, impersonale. Così come anche un grande scrittore. (Ci sono dunque gli elementi per una distinzione tra talento e genio).

L’intensità, la voce: come dirle? Come dire quell’emozione che colora una voce? Non è più questione di struttura, di tecnica: siamo oltre, e c’è di più, in gioco. Quel di più, forse, che la poesia prima di tutto, e più in generale la letteratura, tentano disperatamente di dire. Si tratta di un’urgenza espressiva che, nella scrittura, è ciò che fa sì che le parole dicano di più di quel che raccontano. Parole al limite, che si sporgono sul bordo. Parole, e storie, che designano un silenzio, una fenditura lavica, un fuoco. Icone del fuoco.


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martedì, 16 settembre 2008

 

Vomitare in testa ai giornalisti

Io non ho mai visto al tg di prima sera un'intervista a una moglie o madre di qualche immigrato accusato di qualche delitto. Una moglie o madre in lacrime che reclamasse l'innocenza del suo congiunto, e tutto il servizio costruito intorno a quella dichiarazione, a suffragarne la "verità". Eppure questo è successo, nel caso di quelli che hanno ucciso a sprangate Abba. Tg1 e Tg5, assolutamente intercambiabili. La parola pubblica legittima il razzismo, e l'assassinio. Così come la barzelletta di Berlusconi - che, esponendo il supplemento osceno (per dirla alla Zizek), fa testo più che una sua dichiarazione "seria" (revocabile e rinnegabile il giorno seguente, com'è noto) - in cui la risata scoccava quando il carabiniere si rende conto di aver ucciso un comunista. Questo è fascismo mediatico. Scusate, vado a vomitare.


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lunedì, 08 settembre 2008

 

Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia

Una riflessione sulle dichiarazioni di La Russa l'antrofonico. L'ho pubblicata su Nazione Indiana, qui.


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martedì, 02 settembre 2008

 

Amore

Su Nazione Indiana ho scritto qualcosa in margine all'esperienza di lettura di due libri di Clarice Lispector. Scrittrice brasiliana. E immensa. Qui.


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venerdì, 29 agosto 2008

 

 

Di quando non passasti il varco illusorio della croce.

Inquieto, oltre ogni fuga, o lotta. E infranto,

e assente. Senza deserto né discanto.

Solo un pallido tremolio nella voce,

un tenue accecamento.

Ricordi a intermittenza, già svaniti.

Ricami su un nonnulla, e ripetute

iterazioni che rimandano nient'altro

che a se stesse. Solo ritmi

puri d'emergenza puoi volere

adesso.

Solo fluide forme sopra il caos,

solo questo ti è permesso.

E volerlo,

anche questo ti è concesso.


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giovedì, 14 agosto 2008

 

Estrema dada-sinistra

In questo periodo per me d'ozio in/fecondissimo, di mari canti vini e quant'altro sta nella costellazione, dopo aver segnalato un'intervista (non propriamente ferragostana, lo ammetto) che mi è stata fatta da Maurizio Teroni e pubblicata sul suo interessante sito Strade Possibili, qui, annuncio l'irruzione al mondo dell'Experimental Cabaret post-brechtiano d'estrema dada-sinistra che mi ha coinvolto insieme al mio amico comunista dandy Francesco Forlani (e l'aiuto della darmonica del Girò). La deiezione, del tutto informe, è stata effettuata alla festa di Liberazione di Massa (anzi di Montignoso) sotto lo sguardo allibito di una ventina di anziane e anziani liscianti, che hanno assistito, percossi e attoniti,  a uno show di tombola comunista (dove si vince tutti), in cui Cochi e Renato andavano ferocemente a braccetto con Che Guevara e Massimo Ranieri. Attendiamo, con un po' d'ansia, la forma di questo cabaret.


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giovedì, 31 luglio 2008

 

Mobilità

Stamani su Liberazione è uscita una mia recensione su alcuni libri sulle migrazioni, il principale dei quali A sud di Lampedusa di Stefano Liberti. Basta retorica sugli scafisti è il titolo del giornale - e quanto quella sia una cattiva, e interessata, retorica il libro di Stefano lo fa capire bene. Si può leggere la recensione su Nazione Indiana, qui.


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mercoledì, 30 luglio 2008

 

Riflessione da ombrellone (che non ho)

Il compagno Vladimir Luxuria partecipa all'Isola dei famosi. Ora, la cosa ha giustamente indignata molti suoi (e anche non suoi) compagni. Ma come, partecipare così impunemente al culmine del trash? Spettacolo, tra l'altro, che mette in scena il grado estremo della barbarie, nel momento in cui simula persone sul limitar di una giungla hobbesiana. Detto questo, però, io non mi sentirei di condannare Vladimir. Non per forza occorre avere un'opinione su tutto, e nemmeno una definitiva. In questo caso, sospendo il giudizio. Da una parte, certo, il mio gran dispitto del mondo. Ma dall'altra – Vladimir è pur sempre una soubrette. Da lì viene, e dove diamine dovrebbe andare? Il posto delle soubrette è quello, oggi. E non necessariamente tutti coloro che guardano quei programmi sono di destra. Oggettivamente, culturalmente, certo che lo sono. Ma soggettivamente, non è necessario che lo siano. Ecco, se c'è una soubrette un po' più intelligente che si mette in scena più intelligentemente delle altre (e degli altri) e riesce a introdursi in quello scarto tra dimensione oggettiva e dimensione soggettiva, non potrebbe nascerne qualcosa? Certo, ogni elemento che partecipa allo Spettacolo si degrada immediatamente in falso. Ma – prendendo atto che oggi ci sono gravi difficoltà a ricostruire una rappresentazione fuori dallo Spettacolo – non si può lasciare a Vladimir almeno il beneficio del dubbio?

Aggiornamento. L'avevo detto del resto, la riflessione era da ombrellone, e non aveva nulla a pretendere. I commenti li ho letti, e li condivido. Tutti. Il sì, il no. Poi ho approfondito un poco la questione specifica. E sono arrivato al no. Ma non per le questioni astrattamente ideologiche che ineriscono alla natura perversa dello Spettacolo (resto convinto che bisogna pervertire la perversione - sempre che, ovviamente, ve ne sia la possibilità di farlo - e la cosa va valutata caso per caso, senza mai generalizzare). Ma per questioni assai più concrete, che si trovano qui


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venerdì, 18 luglio 2008

 

Genova è sola

Torno da Genova, dove ho presentato il libro, e fatto qualche canzone con Alessio Lega. Le giornate organizzate da Haidi e il Comitato Piazza Carlo Giuliani. La mostra sulle morti sul lavoro. Bella, davvero. Eppure, così poca gente. Ormai Genova è sola. E saranno le solite coincidenze non casuali, ma in questi stessi giorni la solitudine di Genova si mostra - in tutta la nostra impotenza - nelle aule dei tribunali. Nelle assoluzioni per quel massacro che fu Bolzaneto. Per la gioia di quell'uomo dallo sguardo così nazionalsocialista che è Castelli. L'aveva detto lui. Bisogna vedere cosa, e a chi. E poi, vedremo il processo per la Diaz. Ma ormai sembra appartenere tutto a un passato così remoto. In sempre di meno ci si accorge che questo è invece il nostro presente - perché l'esito di questo processo dice che siamo tutti, oggi, torturabili. Che la democrazia (ma che parola è ormai, questa?) può essere impunemente sospesa. Lo è, del resto, così spesso - nei Cpt, nelle caserme. Ma anche nelle leggi che passano senza proteste. E non parlo di quelle ad personam su Berlusconi. La coscienza è fragile. E lo sguardo basso.

Questo governo è molto più pericoloso di tutti quelli che lo hanno preceduto. Non è solo liberismo, questo. Ma una miscela - tipica di ogni fascismo - di liberismo e populismo. Ovvero, issues tipicamente di sinistra - che però la sinistra (quel che ne rimane) ha lasciato sguarnite. Ovvero: Fassino ai tempi di Seattle era ministro del commercio estero e fervente sostenitore del Wto. Adesso Tremonti che riesce a far passare la sua posizione "no-global", lo stesso che s'inventa l'iper-populista "Robin-tax" - si coniuga benissimo con le posizioni identitarie e neorazziste di Alemanno. Questo è l'asse più pericoloso, che si nutre di un'irriflessa posizione di pancia contro la globalizzazione - senza ovviamente riflettere quanto questa concorrenza al ribasso determinata sia inscindibile da tutto quel che fino ad oggi è convenuto ai paesi del nord, e quanto continui a convenire ad alcuni settori del suo capitalismo. Insomma, si tratta di un antiglobalismo che vorrebbe solo servi, e non concorrenti - lo stesso meccanismo del resto che si reclama all'interno dei patri confini.

 

Sabato ci tornerò a Genova, a cantare alla Buridda. E domenica è il 20. Per la memoria. Perché sarà pure un target minimo, la celebrazione. Ma è l'ultima trincea, quell'ultima su cui ci troviamo - così necessaria.

In treno, di ritorno. Un signore distinto, con un trolley al seguito. Incrocia il controllore davanti allo scompartimento, e protesta. "Il vagone di là, è uno schfo". Ecco, penso, il solito qualunquista che protesta sui treni. E invece - "c'è un gruppo di americani, bevono whisky, hanno sporcato tutto". E mentre si allontana: "Se erano rumeni, li avevano già buttati giù del treno". E sono un po' meno solo.


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sabato, 12 luglio 2008

 

Girotondo - (Gloria brucia) - canzone di cenere

Solm

Guarda quanto s'approssima il giorno

che non ci si può sporger più in là

e bisogna che togli di torno

chi a te essere simil non sa

Guarda quel fuoco che s'alza davanti

brucia ogni cosa che voce non ha

guarda le fiamme che s'alzan d'intorno

in ogni campo un nemico ci sta

Sibm

Guarda quanto è fonda la notte

non ci sono che lupi oramai

tu da solo ti farai giustizia

anche se luce non ne vedrai

Guarda quel passo dell'oca che avanza

in vesti morbide, così charmant

guarda quell'uomo che ride da squalo

sta digerendo la sua civiltà

 

Rebm

Guarda quanto è poco lo spazio

che rimane in questa città

e per forza dovrai eliminare

l'altro uomo che scampo non dà

Guarda che bello questo girotondo

che la terra cascare ormai fa

guarda che rotola in un precipizio

con gli occhi chiusi a questa immensità

 

 

Reb

E si spalanca il mondo e cade nell’aperto

La bocca si apre muta al suo deserto

Si apre il corpo al mondo in viscere e parole

Versate e messe a seccare al sole

Mi

Si versa il sangue è sparso, si aprono le vene

si perde tutto ciò che ci appartiene

Si versano le lacrime, hai lacrimato troppo

Si spalanca la luce nel tuo occhio

 

Sol

E orbite e fuochi, e atomi innocenti

che inclinano ad ignoti movimenti

E l’universo è solo un attimo d’incendio

Inclina il cuore all’ultimo dispendio

E non c’è mai scampo allo spazio aperto

Accoglie il sangue il prossimo deserto

E vive il sangue un nuovo ricambio di stagione

Il cuore ha la sua rivoluzione


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lunedì, 07 luglio 2008

 

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domenica, 06 luglio 2008

 

Itinerari campaniani

Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un'aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l'ombra
Per il Quai)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L'acqua (il mare
Che n'esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l'occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.


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mercoledì, 25 giugno 2008

 

Esordi

E' definitivo, il 23 luglio, a Carrara, festival Urla Padula, ci sarà l'esordio/anteprima di LibertAria. Un'anteprima, appunto, visto che siamo al lavoro da tre mesi, e dunque faremo un assaggio di quello che sarà un lavoro compiuto, il prossimo anno, auspicabilmente con un disco fatto e finito, da presentare. Sarà una serata in dialogo con gli amici e compagni Tetes de Bois: il libro/diario di tour Avant pop è un viaggio nei luoghi del lavoro in Italia, e dal lavoro si partirà. Per poi, ovviamente, finire a cantare insieme.

(Qui, un po' di informazioni sul festival).


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sabato, 21 giugno 2008

 

20 giugno

Date, coincidenze. E ancora il 20, tra l'altro. Il 20 giugno 2006 è morto Andrea Gagliardoni, di cui racconto in Lavorare uccide. Schiacciato da una pressa, alla Asoplast di Comunanza, nelle Marche. E ieri, 20 giugno 2008, ero nelle Marche, nella sua città, a Porto Sant'Elpidio, dove sua madre Graziella - una madre forte, una madre che non molla, che non può mollare - mi ha voluto là nell'anniversario. E ieri, la comunicazione ufficiale che Lavorare uccide ha vinto (ex-aequo con Valeria Parrella e Renato Solmi) il premio Pozzale. Davvero, viene da non credere al caso, a volte.


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venerdì, 13 giugno 2008

 

Stragi

Ancora. Inutili stragi. Le morti sul lavoro sono eventi "multifattoriali", ma sappiamo bene, ogni volta, quali sono le radici. In radice c'è un'intera cultura, nel senso più ampio del termine - laddove la cultura è esattamente un insieme concreto di pratiche sociali - che vengono in essere, e si riproducono, in relazione a una struttura produttiva determinata. Lo dico spesso, l'antidoto alle morti sul lavoro sarebbe questo: Lavorare con lentezza. E invece, l'Unione europea dilata a dismisura (in misure ottocentesche) l'orario di lavoro.

Su Nazione Indiana, ho pubblicato il testo della mia canzone Il dio dei denari, che ho composto in margine al mio viaggio che è sfociato in Lavorare uccide, e la canzone la si può ascoltare, nella sua versione provvisoria: qui.

PS - Alle 15,40 intervengo su Fahrenheit, su Radio tre, in margine alla strage di ieri. Si può ascoltare in streaming dal sito di Radio tre, qui.


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lunedì, 09 giugno 2008

 

LibertAria

LibertAria è il mio nuovo progetto musicale, che partirà nell'estate che viene. LibertAria intende articolare in canto il discorso che viene articolato nella scrittura. E parte dalla prima persona plurale: NOI. Non è un caso che alcune canzoni siano state scritte in seguito ad incontri con amici scrittori: Roberto Saviano, Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Erri De Luca, Francesco Forlani, e altri ancora.
Nuovi canti libertari che raccontino il presente. Canti che si facciano narrazione dell'oggi, così come gli antichi canti libertari erano narrazione dell'ieri – di un ieri alimentato da ideali che continuano a vivere, ma che si tratta di articolare in forme nuove. Canti in forma rock, dunque (i musicisti coinvolti nel progetto sono di prim'ordine: Egle Sommacal, uno dei migliori chitarristi italiani, ex componente dei Massimo Volume; l'intero gruppo dei Kobayashi; la fisarmonica di Davide Giromini – e altre collaborazioni verranno, a cominciare da Paolo Archetti Maestri degli Yo Yo Mundi). E canti con un linguaggio in/attuale. E cosa più in/attuale del pronome Noi?
Dal Noi, ad esempio, parte l'idea di Gomorra. Modellata sull'antica melodia “Briganti se more”, antico inno resistente di un Sud ribelle, che ho scelto, con Roberto, di far diventare inno di una nuova resistenza. Quale l'arma dell'oggi, per chi si vuole sottrarre alla Gomorra? Anzitutto, gli occhi aperti, attenti: il sapere, anzitutto. Ecco allora l'incipit: "Noi che sappiamo". Un sapere incarnato in una matericità tattile, nelle cose: prendere in mano, dunque, le pietre e i mattoni e farne pietre d'angolo di una "nostra" intifada - in forme da sapere, da immaginare, da creare.
Ed è dall'urgenza di un Noi che parte Indiana, la canzone scritta con Wu Ming 2 in margine a Manituana: “A me non importa chi sono, Stranieri dipendenti precari o cittadini, Io devo sapere cosa siamo”.
“Noi sbandati, noi disertori che sosteniamo la terra / Miscredenti d'immensa fede, noi che spalanchiamo il cielo” - così invece recita il ritornello di Sbandati (Fuochi sulla montagna), una canzone che richiama la guerriglia partigiana, ma che indica allo stesso tempo una condizione universale, di resistenza ed esodo.
E poi La Comunarda, canzone scritta insieme a Francesco Forlani, un canto che celebra la comunità eretica e ribelle della Comune di Parigi, un canto di rivolta e di amore, dove le due cose tendono a essere la stessa.
Così come un'identità multipla, frammentaria rivela Gloria brucia, dove le parole di Gloria Caccia Redig sono fuse insieme a quelle di Amelia Rosselli e Samuel Beckett, un canto di amore instabile, votato al tremore.
Infine, le canzoni che si legano direttamente ai libri che ho scritto e sto scrivendo. La parabola e Dal campo, due canzoni di storie migranti (legate a Lager italiani, un libro appunto di storie di migranti passati per i CPT, e al prossimo libro, storie di clandestini al lavoro). Il dio dei denari, una canzone legata alle morti sul lavoro (su cui verte il libro Lavorare uccide, in fondo al quale è riportato il testo della canzone).
Un progetto aperto, in progress. Del resto un progetto che si basa sul pronome Noi non può, per sua natura, essere mai pienamente definito, non può mai chiudersi.

Sul myspace ho messo le prime, provvisorie registrazioni: Gloria brucia e La Comunarda.

 


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martedì, 03 giugno 2008

 

Lavoro e nuda vita

Adriano Prosperi ha scritto un bell'articolo su Repubblica, in margine ai fatti del Pigneto. Sulla necessità di usare categorie atte a comprendere questo nostro mondo "post-politico". E riflette anche sulla sicurezza. Citando "Lavorare uccide" (anche se il redattore ha cambiato Rovelli in Revelli - il giorno dopo l'errata corrige - evidentemente a nulla è servito aver fatto una collana diretta da Revelli e Rovelli, continuano a pensare che io sia un refuso tipografico...). Riporto le righe in questione:

Per esempio, si muore ordinariamente e quotidianamente per cause di lavoro, vittime di una realtà sulla quale non incidono minimamente i decreti legge faticosamente ponzati in Parlamento, mentre vi incide e moltissimo l’abbandono di ogni regola che non sia l’imperativo della produzione. Si vadano a leggere le statistiche sui morti per cause di lavoro su cui Marco Revelli ha scritto una terribile inchiesta: vi si troveranno storie di italiani e di immigrati molto spesso fraternamente uniti nel tentativo di aiutarsi a vicenda ma condannati a morte dalla cancellazione della loro umanità trasformata in nuda vita e resa semplice strumento per massimizzare la produzione, seguendo la logica profonda della riduzione dell’uomo a merce.


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Considerazione inattuale

Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne starò là,
come colui che
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay - è uguale -
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
- quale la lotta di classe -
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del '45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.

(Pier Paolo Pasolini, da Poesia in forma di rosa)


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venerdì, 30 maggio 2008

 

 Pra não dizer que não falei das flores

(1968 - Geraldo Vandré)

Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais, braços dados ou não
Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Caminhando e cantando e seguindo a canção

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer

Pelos campos a fome em grandes plantações
Pelas ruas marchando indecisos cordões
Ainda fazem da flor seu mais forte refrão
E acreditam nas flores vencendo o canhão


Há soldados armados, amados ou não
Quase todos perdidos de armas na mão
Nos quartéis lhes ensinam antigas lições
De morrer pela pátria e viver sem razões


Na escolas, nas ruas, campos construções
Somos todos soldados armados ou não
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais, braços dados ou não
Os amores na mente, as flores no chão
A certeza na frente, a história na mão
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Aprendendo e ensinando uma nova lição

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer



Camminando e cantando e seguendo la canzone
Siamo tutti uguali, che ci siamo dati la mano o no
Nelle scuole, nelle strade, campi, edifici
Camminando e cantando e seguendo la canzone

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Per i campi la fame in grandi piantagioni
Per le strade marciando indecisi cordoni
Ancora fanno dei fiori il loro più forte ritornello
E credono nei fiori vincendo il cannone

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Ci sono soldati armati, amati o no
Quasi tutti persi con le armi in mano
Nelle caserme gli insegnano antiche lezioni
Di morire per la patria e vivere senza ragioni

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Nelle scuole, nelle strade, campi e edifici
Siamo tutti soldati armati o no
Camminando e cantando e seguendo la canzone
Siamo tutti uguali, dati la mano o no
Gli amori in mente, i fiori per terra
La certezza davanti, la storia in mano
Camminando e cantando e seguendo la canzone
Imparando e insegnando una nuova lezione

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Traduzione di Mauro Furlan


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martedì, 27 maggio 2008

 

A Torino

Ricevo da alcuni solidali torinesi. Stasera, davanti al CPT di corso Brunelleschi, un presidio.

Nella notte tra venerdì 23 e sabato 24 maggio 2008, Hassan muore nel C.P.T. di Torino. Il detenuto aveva la polmonite e nonostante le richieste d'aiuto da parte dei suoi compagni, la Croce rossa non è intervenuta. Dalle testimonianze raccolte è emerso che la Croce rossa utilizza psicofarmaci per "curare" sintomatologie come il mal di testa. Anche in questo caso aveva somministrato ad Hassan psicofarmaci. Chi era nel suo stesso container, quando si è accorto che Hassan ansimava, ha chiesto aiuto ma il medico della Croce rossa ha risposto che non aveva tempo, che lo avrebbe visitato il suo collega l'indomani. Troppo tardi. Hassan è morto.

Inizia così lo sciopero della fame da parte dei detenuti nel C.P.T. di Torino.

Sono stanchi di subire un sistema che li tratta come fossero degli oggetti. Sono esseri umani e protestano per la loro dignità.

Si apprende inoltre, da testimonianze dirette, che un altro detenuto ha tentato la fuga ed è stato ripreso dalla polizia. Il trattamento è stato il solito: calci e botte. Ora ha il mento rotto, la schiena piena di lividi, entrambi i polsi rotti e non riesce a camminare. Pochi mesi prima aveva subito un intervento, quindi le sue condizioni di salute erano già cagionevoli. Portato in ospedale, le guardie dicono ai medici che è caduto da solo tentando di scappare. Poi viene riportato al C.P.T.

La notte tra il 25 maggio e il 26 maggio, i detenuti buttano fuori dai container i materassi, le coperte, le reti, tutto ciò che si trova all'interno delle loro celle. Per i giornalisti televisivi gli immigrati sono ospiti del centro, ma noi sappiamo che dietro la parola ospite si cela il perbenismo mediatico, che offusca le menti e culla il potere.

I detenuti continuano a rifiutare il cibo: sanno che all'interno delle vivande vengono somministrati psicofarmaci. Passano tutta la notte svegli urlando la loro rabbia. Qualcuno tenta un atto estremo snervato dalla condizione in cui si trova, tentando di impiccarsi. Ma i suoi compagni lo soccorrono evitando che il gesto abbia delle conseguenze.

Nella giornata del 26 maggio, il lunedì, lo sciopero della fame continua, il C.P.T. è divenuto il fulcro dell'interesse pubblico e politico. Giornalisti e politici sfilano il loro interesse. I detenuti rifiutano il pranzo. Intanto la polizia ha bloccato la consegna dei pacchi che arrivano dai familiari o dagli amici dei detenuti.

Dopo il dileguarsi degli obiettivi fotografici dei giornalisti e dei politici, le guardie del C.P.T utilizzano la linea dura. Prelevano i detenuti due per volta per interrogarli. Gli immigrati hanno paura di ripercussioni, hanno paura di essere picchiati e le loro paure sono fondate. Hanno paura di essere deportati in Libia dove vengono trattenuti per un periodo imprecisato in carcere, dove vengono picchiati, da testimonianze dirette apprendiamo che in una delle tante deportazioni in Libia, alcuni tunisini sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco dai poliziotti libici, mentre scendevano dall'aereo: loro la "sicurezza" degli italiani la pagano con la propria pelle.

Durante gli interrogatori uno dei detenuti si è denudato e ha minacciato di tagliarsi il ventre, ma i suoi compagni lo hanno trattenuto. Un altro sviene a causa della fame, i compagni chiedono l'aiuto della Croce rossa per l'assistenza medica, ma i medici si rifiutano di entrare a soccorrerlo. Poi chiedono che il detenuto sia avvicinato al cancello, i suoi compagni lo portano fuori e la Croce rossa lo soccorre.

A sera, i detenuti rifiutano al cena e continuano lo sciopero chiedono la libertà e il rispetto della vita umana.


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mercoledì, 21 maggio 2008

 

Benvenuti nell'incubo

Oggi l'Italia diventa ufficialmente uno Stato di polizia. Tra i cinquecentomila e un milione di persone che da oggi sono criminali, nel paese. E saranno le autorità amministrative a decidere chi deve esser preso e chi no. Tu sì, tu no. Nessun diritto più, per nessuno. E i cittadini fascisti-non-più-cripto ancor non si rendono conto che, imboccata la china, prima o poi tocca a tutti. Tanto per cominciare toccherà ai napoletani che protesteranno per i siti. Magari, chissà, quegli stessi che hanno dato fuoco al campo rom di Ponticelli. (Ho detto due battute brachilogiche agli amici di Peacereporter, oggi, ma sono davvero ammutolito).

- A proposito, lunedì scorso l'Unità ha pubblicato un mio pezzo dove racconto un'esperienza di para-schiavismo non così rara tra i clandestini, questi nuovi criminali: qui -


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