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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
CI SONO ANCHE IL SITO E IL MYSPACE
domenica, 06 dicembre 2009
Gianni Vattimo su Servi
Non si può, forse: non si deve, riassumere il bel libro di Marco Rovelli, 40enne scrittore, musicista, insegnante nelle scuole pubbliche, che sotto il titolo perentorio ed eloquente di 'Servi' (Feltrinelli pp. 222, euro 15) racconta, con uno stile immediato, fraterno e mai lamentoso, tutto modellato sui soggetti di cui parla, storie di clandestini che lavorano in varie regioni d'Italia, accomunati da un destino di sfruttamento spesso inimmaginabile.
Sono in prevalenza africani, per lo più impiegati in lavori agricoli stagionali nel Sud; ma molti anche europei comunitari, come i polacchi: forse anche in quanto comunitari molti di questi ultimi si sono ribellati chiedendo condizioni di lavoro migliori, con il risultato che alcuni, quanti non si sa bene, sono scomparsi senza lasciar traccia probabilmente ammazzati e fatti sparire dai caporali che li sfruttavano.
Del resto su questo tema 'L'espresso' ha fatto inchieste memorabili. Sembrerebbero vicende di ordinaria amministrazione nella nostra Italia razzista, bigotta, ladrona; e dunque perché ancora una volta raccontarle? Ma il libro non è di quelli che possono essere sostituiti da statistiche, o articoli giornalistici, né è solo un documento. Proprio in quanto esercizio altamente letterario, riesce a farci vedere con una straordinaria intensità che il mondo dei clandestini è un universo di persone e di storie che nessun centro di identificazione ed espulsione può tacitare. Insomma, un racconto vero e bello sul nostro Paese, oggi.
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mercoledì, 02 dicembre 2009
Il Mucchio
Doppia recensione sul numero di dicembre del Mucchio a Servi e al cd libertAria.
SERVI - di Massimo Pirrotta
Ronde dalla tripla esse, camicie verdi, nere e brune. Primi cittadini smaniosi di sciogliere assembramenti dalla parlantina diversa. Come non capire che le attuali argomentazioni razziste sono una questione di vile denaro oltre/più che di colore della pelle? Forse danno fastidio petrolieri arabi, calciatori dell’Est europeo, modelle africane? Chi non è di grido, lontano dalle nostre coste. Ma la gente di mare, da sempre sostiene che chiunque si trovi in pericolo va soccorso. L’Italia, violentata dai fascisti e dalle mafie, ha inquietanti vuoti di memoria. Servi di Marco Rovelli (Feltrinelli, pp. 222, euro 15) è un’inchiesta che fa luce su realtà sommerse e su cui non si riflette adeguatamente. L’autore, mischiandosi con gli ultimi, racconta vicende di cui poco trapela. Clandestini divenuti regolari, ma anche regolari ritornati clandestini a causa della trafila dei permessi di soggiorno. Ne viene fuori uno spaccato trafitto da ipocrisie. Nell’entroterra, in provincia, nelle grandi città, c’è chi ne approfitta. Abusando, umiliando immigrati che raccolgono verdura e frutta dodici ore al giorno, 350 euro al mese. Alcune clausole: il primo mese gratis, la mazzetta ai caporali. Lavoratrici raramente in regola. Badanti, un termine un po’ così. "Una volta si badava ai porci, o alle pecore. Adesso è cambiato l’oggetto di cura e di attenzioni, adesso ad essere badati sono i vecchi. Ma un vecchio non è un porco. Richiede cure diverse, attenzioni diverse". "Datori di lavoro" che scappano quando qualcuno vola da un’impalcatura o viene schiacciato da un trattore che si ribalta. Chi si vede trattenuto dall’esigua paga anche l’utilizzo di una sedia a sdraio per poter dormire, chi si è spezzato un braccio, ora non è più buono e vaga senza meta negli slum metropolitani, chi possiede fasulli contratti part-time (e lavora sino a notte fonda), chi sogna di poter tornare nel paese d’origine ed è diventato dipendente dell’antenna parabolica, chi ha aperto un call-center per regolarizzarsi, chi ha a che fare con il clan dei Casalesi e chi, lavorando nella cucina di un rinomato ristorante, si è gravemente ustionato. Trascinato fuori ed abbandonato vicino alla spazzatura. Luoghi di lavoro dove "il rovescio speculare della compassione è il razzismo. Quando ti compatiscono è perché ti giudicano inferiore. Allora razzismo e compassione procedono fianco a fianco". E come in ogni Stato democratico, autoritario, dittatoriale, per gli irregolari di ogni risma c’è il carcere. Dove l’impatto iniziale è un pu gno allo stomaco. Ancora peggio per chi non capisce la nostra lingua, ha avvocati d’ufficio, è lontano da tutto. Ec co il perché di molti atti autolesionisti durante i primi giorni di detenzione. Fra una popolazione carceraria, che in troppi casi, non è stata ancora giudicata colpevole. Ma sta dentro, in attesa del verdetto finale. Allora di quale stato di diritto, di onestà ed equità, si parla quando si fanno o recchie da mercante alla sacrosanta domanda di giustizia sociale?
LIBERTARIA - di Federico Guglielmi
Lasciatosi alle spalle l’ottima esperienza con il "collettivo" Les Anarchistes, Marco Rovelli ha deciso di proporsi come solista; meglio ancora, come fulcro e motore del progetto LibertAria, giunto da poco all’esordio con un cd omonimo. Il musicista e scrittore toscano presenta così il proprio mondo espressivo, in verità allineato a quello del suo gruppo di provenienza: canzoni di lotta a base folk contraddistinte da arrangiamenti ricercati (fra gli ospiti, Yo Yo Mundi e Daniele Sepe) e intonate con un’enfasi mai eccessiva, il cui respiro (anche) letterario è sottolineato dai sodalizi stretti per la stesura di alcuni testi con autori quali Francesco Forlani, Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2. Il bilancio dice di una scaletta sempre intensa e piuttosto varia, con vertici nella compatta e trascinante Il campo, nelle programmatiche ed evocative La mia parte e Sbandati, senza dimenticare la rilettura di Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini di Giovanna Marini e la notevolissima L’odore del mondo, sorta di "aggiornamento" della mitica Briganti se more "nato da un’idea condivisa con Roberto Saviano". Federico Guglielmi
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sabato, 07 novembre 2009
Cultura alta e bassa
Di tanto in tanto tornano, in rete, riflessioni e accesissimi dibattiti sul rapporto tra cultura "alta" e "bassa". E' il caso del pezzo che Massimo Rizzante ha postato su Nazione Indiana qualche giorno fa, che inizia così: "Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che "Happy days", la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij...". E alla fine del thread di commenti, Francesca Matteoni chiosava così: "Il problema è la sempre più assoluta incapacità del contemporaneo di vedere il passato, di aprire brecce e fessure nell’esperienza, di sentire le radici. Non si tratta di una gara: cultura popolare contro cultura accademica, ma di ritrovare l’anello che le tiene insieme." E Simona Carretta poneva l'accetto sull'invenzione formale. Mi sono ricordato di quanto scrissi qualche anno fa in un altro dei lit-blog cardinali, Lipperatura di Loredana Lipperini – a riprova di quanto la rete tenda a tornare sui suoi passi. Potremmo considerare due concetti limite, che hanno a che fare con la forma/sostanza di un'opera: da un parte una cultura ‘alta’, ovvero autocosciente, consapevole di sé: ‘si sa’ in quanto relazione avendo presente la rete di ‘rimandi’ che la costituisce. Riconosce la propria urgenza. Si inserisce attivamente nel reticolo culturale della sua epoca, trasformandolo. E’ uno scarto: lascia intravedere altro. E’ memoria e anticipazione (ha un contenuto di verità che emerge nel tempo). Dall'altra parte una cultura ‘bassa’, che è un oggetto inerte: non dice, ma viene detta – e prodotta unicamente in quanto merce. Non ha parola, gliela si dà. Non è attiva, ma passiva: è un risultato, può compiere ma non trasforma nulla. Non lascia intravedere nulla. Ha ricordi, non memoria. Non anticipa nulla. Ecco, è sulla capacità di anticipare il tempo e produrre il nuovo, che deve continuare a misurarsi la qualità della nostra produzione letteraria.
(pubblicato su l'Unità, 7/11/2009)
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giovedì, 05 novembre 2009
Recensione di Servi
...su Peacereporter: qui.
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lunedì, 02 novembre 2009
A Alda
Sei anni fa finii per un caso, insieme ad altre due persone, nella casa sui Navigli di Alda Merini. Entrammo che lei stava guardando il quiz di Amadeus, come una persona "normale", su una piccola poltrona nella sua sala congestionata di cose, quadri sculture mobilia varia et coetera. Un ambiente assai più congestionato di un magazzino. "Si sieda" mi disse, e io rimasi disorientato, chiedendomi Dove? - finché trovai uno sgabello infilato sotto un tavolo, e facendomi largo tra la "roba" lo estrassi e ne feci uso. Alda parlava dei suoi vecchi amori, e della carnalità rimpiante. Poi mi offrì da fumare, io al tempo avevo smesso e dissi "Non fumo, grazie...però ho altri vizi". Lei mi guardò e disse "Bravo, fa bene: beva, beva, beva". E allora, Alda, un brindisi a te.
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giovedì, 29 ottobre 2009
Recensione al cd libertAria su Liberazione - La rivoluzione delle parole
Non ha perso la passione e l'ispirazione. Insegnante di storia e filosofia, scrittore, poeta e cantautore (non necessariamente in quest'ordine e non necessariamente inquadrato in un solo ruolo per volta), Marco Rovelli dopo aver chiuso l'esperienza con Les Anarchistes esce con un disco molto interessante ed ispirato: "LibertAria". Un titolo che è già una sorta di manifesto politico che nasce e si intreccia con la sua esperienza di scrittore sua e di alcuni "compagni di viaggio" come Wu Ming 2, Erri De Luca, Francesco Forlani, Maurizio Maggiani e Roberto Saviano per i testi e musicisti come Yo Yo Mundi, Daniele Sepe, Bianca Giovannini ed Eva Milan. Si tratta di un disco eccellente nella scrittura che si inserisce nella tradizione cantautoriale più prestigiosa. Delle sedici canzoni, alcune sono direttamente legate alla produzione letteraria di Rovelli come Il Campo (ispirata da "Lager Italiani", il "reportage narrativo" sui Cpt scritto nel 2006 e dal suo libro in uscita "Servi"). Oppure Il dio dei denari , il cui testo è ispirato dall libro "Lavorare uccide" sulle morti bianche. Partigiani, la Commune , il Sud ribelle, Genova 2001, nazioni indiane in rivolta, Pier Paolo Pasolini... Tante le ispirazioni che conducono però su un'unica strada: la necessità, la voglia, la poesia di una vita liberata per tutte e tutti dove ognuno possa avere la sua parte di anarchia. Chiude il disco una versione live di Sante Caserio suonata con l'orchestra di Daniele Sepe. Duro, senza sconti, dedicato a chi crede che anche in musica «le rivolte sono una festa che non ha padrone».
Sandro Podda
Liberazione, 28/10/2009
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domenica, 25 ottobre 2009
Su personale e politico: in margine al caso Marrazzo
Ho postato una riflessione su Nazione Indiana, qui.
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giovedì, 22 ottobre 2009
Servi: recensione
Vi invito a leggere la bella recensione di Alessandro Bertante, apparsa su l'Altro e adesso ripubblicata su Carmilla, qui. Ha colto delle cose per me molto importanti, sia quanto al contenuto sia quanto all'incedere della narrazione.
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domenica, 04 ottobre 2009
(l'Unità, 27/9/2009)
Per dire che le lotte della Comune di Parigi e le speranze hanno sempre un senso. Marco Rovelli impagina un cd carico di passionalità, dolore, ballate, rock e un più che aggiornato combat-folk, insieme agli Yo Yo Mundi, Daniele Sepe e parole di De Luca e di WuMing2. Energico, live renderà ancora meglio. STE. MI.
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mercoledì, 30 settembre 2009
COME GLI SCHIAVI NELL'OTTOCENTO
(intervista a Il Tirreno, a cura di David Fiesoli)
Servi degli italiani: questo sono i clandestini al lavoro nel nostro paese. Nessuno presta orecchio alle loro storie, anzi, la politica e la società sono ostili nei loro confronti, ma qualche volta accade che uno scrittore, che in questo caso è anche un musicista, si prenda del tempo per girare l'ìItalia, conquisti la fiducia di chi è diffidente e ne ha tutte le ragioni, e scriva un libro come questo “Servi”, che racconta brutte storie di sfruttamento, miseria e lavoro sommerso. Così, un'altra inchiesta che scotta viene messa su pagina: per Marco Rovelli, scrittore e musicista, l'arte è evidentemente un dovere civile, legata all'etica a doppio filo. E dopo il reportage narrativo “Lager italiani” dedicato ai cosiddetti centro di permanenza temporeanea, e “Lavorare uccide”, sulle morti per lavoro in Italia (editi entrambi da Rizzoli), esce ora un nuovo cd, “LibertAria”, e un nuovo reportage, “Servi”, edito da Feltrinelli: rimessi insieme, sono già diventati una pièce teatrale che ha debuttato con un'anteprima in estate e sarà a Milano in ottobre. Le storie, dicevamo: sono uomini e donne non solo maghrebini, senegalesi, nigeriani, egiziani, ma anche albanesi, rumeni e bulgari, ovvero europei. Sono storie di violenza quiotidiana, soprusi, angherie, ricatti, caporalato, pestaggi, caccia al negro, sequestri di documenti, misere paghe trattenute, malavita locale complice degli sfruttatori: uno scenario che raramente occupa le pagine dei quotidiani nazionali e che invece è la dorsale di un'Italia truce e violenta tornata a forme di sfruttamento quasi ottocentesche perchè chi è ricco lo sia sempre di più. Ed è una storia che riguarda tutti: le misere paghe, lo sfruttamento, la clandestinità convengono a chi per concorrenza di mercato deve tenere i prezzi bassissimi e stiamo parlando della frutta e della verdura sulla nostra tavola, delle case in cui andiamo ad abitare, delle stoffe che ci mettiamo addosso. Con una verità nascosta: chi controlla i prezzi dei prodotti agricoli al Sud o dei cantieri edili al Nord è spesso la criminalità organizzata. E l'economia criminale, che come ha dimostratro Saviano con il suo “Gomorra” tiene in scacco tutto il Paese, si impianta nel cuore di quella legale, e trae vantaggio dalla clandestinità degli immigrati. Con l'economia legale che chiude gli occhi e anzi pesca nel torbido, e la politica che non solo latita vergognosamente, ma soffia spesso sul fuoco del razzismo.
Una storia che riguarda tutti, Rovelli. Quando compriamo al supermercato i pomodori o le arance provenienti da Sicilia, Puglia, Calabria credendo di far bene per premiare gli agricoltori, è facile che invece contribuiamo a questo nuovo schiavismo?
Credo che essenziale sia essere consapevoli di come stanno le cose, per poi poter scegliere: solo così ci si può dire liberi. Noi, invece, schiavi di un totalizzante “feticismo della merce”, non vediamo i soggetti in carne e ossa che stanno nel ciclo produttivo, così ci illudiamo di essere liberi, e invece siamo solo indifferenti, la specie peggiore di tutte. I nuovi braccianti che affollano le campagne del sud, così come i cantieri del nord, sono ingranaggi di una catena implacabile: non è tanto vero, come si dice di solito, che “gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, quanto invece che “fanno i lavori a salari che gli italiani non accettano”. E questo perché la struttura produttiva italiana scarica, più delle altre, tutto sul costo del lavoro: grandi profitti ai piani alti, paghe miserabili per le braccia che producono.
Quanti immigrati ha incontrato nel suo viaggio che tocca un po' tutte le regioni, dalla Lombardia alla Sicilia passando per Liguria, Toscana, Puglia, e Campania?
Non saprei quantificare, ma parecchi, abbastanza per ascoltare storie e vedere. Ho cercato di spaziare in varie realtà, sia geograficamente che da un punto di vista di settori produttivi, ma soprattutto di storie. Perché in questo libro io racconto storie: l’analisi è “disciolta” nella narrazione, ne è la condizione di possibilità, ma ciò che uno legge è il racconto di un viaggio. Credo nella virtù empatica della lingua, e scrivendo cerco di attivarla.
Quale storia l'ha più impressionata?
Difficile dire. Non è retorica, ogni storia mi “impressiona”. Non tanto per il suo quoziente di drammaticità spettacolare, quanto per la sua intima verità, quella verità che arriva quando ti metti ad ascoltare una persona e cerchi di non tradirne il senso che ne ricevi.
La vita degli immigrati soprattutto se clandestini nel nostro Paese è miserabile. Come risponde a chi chiede perchè non se ne restano a casa loro invece di venire qui a star male?
Sarebbe come chiedere al sole perché scalda. Le migrazioni sono un fatto epocale: si fugge alla guerra e alla povertà, ma anche semplicemente si desiderano migliori condizioni di vita – come è sempre stato nella storia e sempre sarà. Purtroppo in questo paese c’è una forma tutta italiana di ostinazione nel non vedere la realtà per quello che è, e ciò che ne risulta è un’etica sociale fondata sull’ipocrisia. La legge Bossi-Fini è il culmine di questa ipocrisia, ma si pensi anche alla recente sanatoria fatta solo per le badanti: perché mai uno che si ammazza di lavoro nelle campagne non ha lo stesso diritto di un badante a regolarizzarsi? L’unica risposta possibile è che quello non si vede, e fa salva la nostra auto-rappresentazione ipocrita.
Qualche dato...
Il dato essenziale della questione, che riguarda tutti, è questo: si stima che l’apporto del lavoro sommerso al Pil italiano è del 17%, contro una media dei Paesi avanzati dell’Europa (quella a quindici, per intenderci) che è del 4%. La nostra economia si basa sul sommerso e sull’informale, dunque i clandestini – i “senza diritti” per definizione, la figura del precario assoluto – è lì a rispondere a questa necessità strutturale dell’economia. Anzitutto nei settori agricolo, edile e nei servizi (da quelli alla persona a quelli del piccolo commercio e degli esercizi pubblici) – nei settori, peraltro, dove la destrutturazione del mercato del lavoro è massima, e dove a dominare sono le microimprese.
Infine il libro e il disco, che diventano spettacolo teatrale. Dove, e quando?
Dal libro abbiamo tratto uno spettacolo omonimo, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa, che ha debuttato quest’estate per il festival Lunatica che lo ha coprodotto. Adesso lo porteremo a Milano, e poi si vedrà. Nello spettacolo ci sono anche alcune mie canzoni che stanno nel cd libertAria, in cui, da musicista e cantante, provo a esercitare in altra forma quella virtù della scrittura di cui dicevo – è una forma che ha, a mio modo di vedere, la medesima dignità “conoscitiva” rispetto al mondo. Il cd è stato autoprodotto, e nell’attesa che venga distribuito in libreria a ottobre da Transeuropa, lo si può richiedere alla mail rovelli.sbandati@gmail.com. Chi volesse ascoltare, c’è il sito www.myspace.com/marcorovellisbandati.
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giovedì, 17 settembre 2009
SERVI
Oggi in libreria. Il racconto di un viaggio di tre anni nell'Italia dei clandestini al lavoro. Risposta alla domanda: A che cosa serve produrre clandestini? A produrre servi.

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lunedì, 14 settembre 2009
Punti di vista sui piccoli Hitler
Quest'estate, in un piccolo villaggio dei paesi baschi, mi è stato detto, "Che vergogna le ronde... Però ho sentito di persone che vanno a fare contro-ronde". Parlava di Massa. E fino a Massa , dove i fascisti hanno istituito le ronde SSS, è venuta un'inviata del Sunday Times, per un reportage. E' salita fino a casa mia, e questo è il suo punto di vista: Little Hitlers.
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sabato, 12 settembre 2009
Videocracy
Ho sentito un giornalista Rai fare la cronaca della giornata a Venezia liquidando - come probabilmente “occorreva” fare – Videocracy con un “Niente di nuovo”. E' vero, Videocracy, presentato a Venezia, mostra cose già viste. E forse sta qui, in questa riproposizione, in questa ri-flessione, la forza di Videocracy. Un'analisi attenta a margine della sua visione è stata scritta da Andrea Inglese, e pubblicata su Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com). Scrive Inglese: “Le condizioni di vita, nel paese, possono peggiorare per un numero sempre più ampio di persone, senza che ciò alzi di un grado la cosiddetta conflittualità sociale. Questa è l’implacabile legge di quello che io chiamerei 'fascismo estetico'”. Un'estetica che è immediatamente etica sociale, che nelle sequenza iniziali e finali di Videocracy prendono corpo: “il fascismo estetico è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine.” Un isolamento assoluto nella disgregazione di qualsiasi legame sociale, né comunitario né col territorio: qualsiasi legame si è fatto “immaginario” (e allora l'ossessione sicuritaria è del tutto complementare a questa smaterializzazione dei legami sociali, e naturale è pensare la ronda come unica relazione possibile con il territorio). Un immaginario colonizzato senza resti, in un'imposizione totalizzante ad adeguare il proprio corpo all'immagine televisiva dominante. Mi viene in mente, come precedente teorico di questa riflessione, il bellissimo libro del collettivo francese Tiqqun, “Elementi per una teoria della jeune-fille”. Scrivevano: “Investendo i giovani e le donne di un assurdo plusvalore simbolico, facendo di loro i portatori esclusivi dei due nuovi saperi esoterici propri della nuova organizzazione sociale - quello del consumo e quello della seduzione -, lo Spettacolo ha dunque, sì, affrancato gli schiavi del passato, ma li ha affrancati IN QUANTO SCHIAVI.”
(pubblicato su l'Unità, 12/9/2009)
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mercoledì, 09 settembre 2009
Arno Schmidt
I suoi libri sono meraviglie della lingua e del pensiero. Li posso leggere grazie al mio amico Domenico Pinto che ha tradotto il terzo della trilogia. Ne ho scritto sull'Unità, e ripubblicato qui.
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sabato, 05 settembre 2009
A Genova
E' stato grazie ai video condivisi dagli utenti di Facebook (un passaparola testimoniale potenzialmente inesauribile) che sono venuto a conoscenza, e ho potuto sentire con le mie orecchie, le parole di Gianfranco Fini alla festa democratica di Genova. Fini ha espresso la sua felicità per la pronuncia della Corte europeo in merito all'omicidio di Carlo Giuliani, dicendo che Placanica lo ha fatto per legittima difesa. Con sorpresa dello stesso Fini, è scattato l'applauso della platea della festa. E la sorpresa è stata grande anche per me. Tralasciando il fatto che il materiale trascurato dalle indagini mostra chiaramente come Carlo Giuliani fosse a quattro metri da Placanica, un estintore vuoto in mano, a difendersi istintivamente da un pistola. - mi chiedo: che significa per uno di centro-sinistra essere “felice” del fatto che quella fosse legittima difesa? Sentirsi dalla parte dell'ordine e della normalità, forse. Ma il punto è che in quel caso di “ordine” pubblico non ce n'era, e scientemente. Le molte ricostruzioni sulla gestione dell'ordine pubblico di quel giorno a Genova (dove si vede che è stato fatto di tutto per provocare il disordine per poi reprimerlo selvaggiamente) le ha viste chi applaudiva? La cosa incredibile è questa: che la Corte europea ha detto con molta chiarezza che l'Italia ha omesso di indagare come avrebbe dovuto sulla pessima gestione dell'ordine pubblico in quei giorni. Questo è il fatto politicamente centrale, che Fini ha omesso di far rilevare (e ciò non sorprende), ma che la platea avrebbe dovuto ben considerare. Viene da pensare: Fini allora era ministro dell'interno e stava nella sala operativa della Questura genovese, e adesso che invece lui è diventato l'alternativa moderata a Berlusconi quell'applauso non sarà – passando per la seconda volta sul corpo di Carlo Giuliani – un viatico ai “patti di pacificazione” prossimi venturi?
(pubblicato su l'Unità, 5/9/2009)
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14:28 commenti (4)
martedì, 01 settembre 2009
Il serial killer di negri
Il mio amico Mohamed Ba, e un clandestino senegalese, accoltellati con le stesse modalità. Nessuno che se ne cura, nessuno che indaga. Ne ho scritto su l'Unità, qui.
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mercoledì, 22 luglio 2009
SERVI a teatro
Questo blog langue, e me ne spiace. Mi spiace, soprattutto, non avere sette vite. Ma oltre al cd, che è sì fatto ma adesso sto lavorando per promuoverlo e non è facile, ho un libro in uscita, e soprattutto in questi giorni sono chiuso in teatro.
Mercoledì 29, infatti, c'è l'(ante)prima del mio spettacolo teatrale, SERVI, in margine al libro omonimo in uscita a settembre per Feltrinelli. Regia di Renato Sarti. Con il sottoscritto e Amed Ba, e i due musicisti di libertAria Davide Giromini e Lara Vecoli. Nella piazza di Caprigliola (Aulla), per il festival Lunatica. Qui.
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mercoledì, 24 giugno 2009
libertAria
Il primo CD di Marco Rovelli libertAria è pronto. Ve lo posso spedire se mi scrivete a rovelli.sbandati[at]gmail.com. (Per gli analfabeti telematici - nel caso non preoccupatevi, è un lusso oggidì - [at] sta per @). Costa 12 euri + 2 per la spedizione in contrassegno.

La copertina che vedete è stata realizzata da Caterina Livi Bacci (www.articodesign.it), elaborando le tavole di Otto Gabos, che si trovano tutte, a colori, nel libretto interno, insieme ai testi (delle canzoni, e d'accompagnamento).
..."libertAria è il nuovo progetto musicale di Marco Rovelli, dopo l’esaurimento della sua esperienza con Les Anarchistes, e libertAria è il nome che dà il titolo al cd, in cui il suo percorso di musicista confluisce con la sua esperienza di scrittore. E nel percorso sono implicati a vario titolo – come co-autori ovvero come incontro da cui è nata un’idea – una serie di amici scrittori: Wu Ming 2, Erri De Luca, Francesco Forlani, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano. Ma ci sono partecipazioni di altrettanto straordinari musicisti come Yo Yo Mundi e Daniele Sepe.
Alcune canzoni si legano direttamente ai libri scritti da Marco Rovelli. Il campo canta di storie migranti legate a Lager italiani (BUR,) e al libro venturo, Servi (Feltrinelli). Il dio dei denari è invece legata alle morti sul lavoro, su cui verte il libro Lavorare uccide (BUR). E così Girotondo, una canzone che nasce dai tentati pogrom ai campi rom.
Altre canzoni sono legate ad altri libri: Indiana, scritta con Wu Ming 2 in margine a Manituana; La mia parte, canto a margine de Il coraggio del pettirosso, scritta con Maurizio Maggiani; L’odore del mondo, canto a margine di Gomorra. E poi L’intimità, canzone che è il risultato di una riscrittura di un testo scritto appositamente da Erri De Luca."...
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martedì, 23 giugno 2009
Se questo è un centro sociale
Sto parlando del Leoncavallo.
Immaginate che da gennaio siate d'accordo per un concerto a giugno.
A maggio fissiamo la data per il 26 di giugno.
Fanno l'assemblea e si dicono tutti d'accordo.
Noi ci muoviamo di conseguenza, prendiamo impegni, molti. Tra cui correre per avere il cd pronto per quella data.
Oggi, a due giorni dal concerto, mi chiamano. Dicono che nessuno si è mosso, che nessuno ha fatto promozione, che non hanno soldi.
Ero tornato oggi da Milano, dov'ero, apposta per provare con il gruppo: e a Milano ho visto i muri tappezzati di manifestini per pubblicizzare rave e dj-contest.
Soldi e promozione per rave e dj-contest, evidentemente, ci sono.
Aggiungerò solo che in tanti anni di disonorata carriera non mi era mai accaduto di imbattermi in tale scorrettezza.
Lasciamo da parte la questione "compagni", ché non è proprio il caso.
(Il concerto doveva essere preceduto dalla presentazione del libro di Haidi Giuliani. Salta anche quella, ovvio).
Per chi ci volesse sentirci, il prossimo concerto fissato è quello del 4 luglio a Villa Schiff a Montignoso (MS).
Ma a Milano con certezza faremo qualcosa a settembre, e probabilmente anche a fine luglio.
Sono incazzato nero, si capisce?
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mercoledì, 17 giugno 2009
Con il nome di mio figlio
Una recensione molto bella di Stefania Ricchiuto al libro-intervista che ho fatto con Haidi Giuliani, qui. (Nello stesso blog, un'altra recensione al libro di Demetrio Paolin Il mio nome è legione, anch'esso uscito per Transeuropa).
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lunedì, 08 giugno 2009
Nomi, segni
Qualche settimana fa giravo per Milano, quella città che il nostro presidente del consiglio – che, more gaddianensis, chiamerei “Testa di Morto Plastificata” (si può dire, vero? - o vogliamo censurare pure il Pasticciaccio?) - ha detto giusto due giorni fa essere “un pezzo d'Africa” e non sembrare Europa (finge, il succitato, di non sapere che nelle metropoli europee la presenza di stranieri è assai più alta). In piazza Oberdan vedo uno striscione che annuncia una manifestazione antirazzista. Mi avvicino alla ragazza che dà i volantini (ho immaginato la sua soddisfazione, dato che di solito la folla tenta di dribblarla) e ne chiedo uno. E' firmato, ma non da un gruppo. In calce al testo, che chiede diritti per tutti, c'è un indirizzo web: www.dachepartestare.org. Non è un movimento, ma una campagna nazionale formatasi sulla base di un appello che si può sottoscrivere. E le adesioni, si legge sul sito, sono tante: dal Coordinamento immigrati Brescia al MayDay Milano, dal Coordinamento Nazionale Migranti FIOM allo Sportello Illegale CSOA Gabrio di Torino, da Carta all'Ambulatorio Medico Popolare di Milano. E' un fattore importante, questo, una forma di mobilitazione in rete che innova le forme della politica di movimento. Per sua natura la rete permette un riconoscimento reciproco di una molteplicità di soggetti che si ritrovano in una pratica attiva. Dachepartestare.org è una delle forme più interessanti di questa modalità di movimento 2.0, ma tendenzialmente è così anche per globalproject. info, che parte dall'area dei centri sociali del Nord-Est e da Action di Roma, o per infoaut.org, che riunisce altri centri sociali. Firmarsi con il nome di un luogo virtuale, un nome liquido per così dire, permette di non ossificare la propria identità, di non irrigidirsi in appartenenze, e permette di mettere in atto pratiche condivise, ché solo da quelle possono nascere soggettività in grado incidere in questo desertificato reale.
(pubblicato su l'Unità, 6/6/2009)
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giovedì, 04 giugno 2009
Ferite
Con Mohamed Ba, attore senegalese, ho cantato insieme nello spettacolo "Scandalo quotidiano di un normale morire" messo in scena dal Teatro Officina. Mi ha raccontato, tra un ritardo e l'altro, dei suoi impegni, oltre che teatrali, sul versante delle politiche dell'integrazione. Ho appena letto che domenica scorsa Mohamed è stato accoltellato a una fermata d'autobus, a Milano. Senza apparente motivo. Dove allora viene in evidenza l'apparenza della pelle. Chissà. Ma si sa con certezza che chi era alla fermata e ha visto è scappato. Un bianco che accoltella un negro. Difenderlo? Macchè. Ma nemmeno tornare indietro dopo la fuga per prestargli soccorso. Questa è l'altra apparenza, che rende ancor più irrefutabile l'apparenza della pelle. Mohamed non è in pericolo di vita, anche se la ferita è profonda, guarirà. Ma quelli che lo hanno lasciato lì, con la sua ferita, non guariranno.
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domenica, 31 maggio 2009
La vie en beige
Uno dei blog letterari più vitali e intelligenti di questi ultimi tempi è La vie en beige – La periferia dello spirito, che raccoglie le scritture sparse di Sergio Garufi, già parte della redazione di Nazione Indiana. Il blog di Garufi è come un moleskine a cielo aperto, dove annota le sue rapsodiche visioni, che spaziano nell'oceano della letteratura e dell'arte. Sempre acute, ficcanti, dotate di uno sguardo obliquo che taglia trasversalmente opere e personaggi, cogliendone affinità conformità e difformità insospettate e insospettabili, come se Garufi si esercitasse a cercare sempre – come del resto indica il sottotitolo del suo blog – nei margini: quelli del reale che trapassa in letteratura, e quelli della letteratura che trapassa nel reale. Una necessità di raccontare l'irraccontabile (come fu per il post che Garufi pubblicò su Nazione Indiana e che resta il suo più letto: "Tecniche di suicidio") e di cogliere il vero di sbieco, quasi appunto il vero esistesse solo di sfuggita, al margine del campo visivo, come realissimo abbaglio. Lo sguardo obliquo di Garufi si fa molto evidente in certi post come quello recentissimo non a caso intitolato "Libere associazioni". Dove si pone in questione – revocandone in dubbio la sensatezza - la dicotomia finzione/non finzione, fiction/faction, citando ciò che scrisse ai primi del ‘600 il marchese Vincenzo Giustiniani, collezionista di Caravaggio, al cardinale Borromeo."Il Caravaggio disse che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori, come di figure". Ciò che interessa allo sguardo di Garufi è una verità esistenziale – che magari si trova di più in uno dei libri dell'amato Manganelli piuttosto che in una esibita autofiction – la quale rifugga da quello che Garufi chiama il "tralalà", ovvero l'imbellettamento cosmetico della vita. E il bello di questo blog è che lì si incontrano di queste verità, di cui sentire l'odore.
(Pubblicato su l'Unità, 30/5/2009)
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venerdì, 22 maggio 2009
Anteprime
Ancora non è finita la full immersion nel cd, che sarà fuori per la seconda metà di giugno, ma intanto Marco Rovelli libertAria (spiegherò poi meglio la ragione di questo nome a incastro) farà un concerto-anteprima dagli amici dell'Istituto De Martino, a Sesto Fiorentino, per il festival InCanto 2009. Domenica sera, alle 21,15.
Ma sono interessanti anche le due serate precedenti: stasera, venerdì, il tributo alla grande maestra e amica Caterina Bueno - tra gli altri, Giovanna Marini - io parteciperò con Entra la corte, Sante Caserio, Battan l'otto e Il maschio di Volterra, forse le canzoni che amo di più del repertorio di Caterina. Sabato sera, poi, il concerto degli Yo Yo Mundi (con Alessio Lega e altri) dedicato al Cantacronache - sarò anche lì, sperando di non mettere troppo alla prova la resistenza del pubblico... Infatti gli Yo Yo saranno presenti nel cd a venire suonando un mio pezzo, Sbandati. (Ah, lunedì sarò alle 15 sulla webradio Radio Gas: poi crollo definitivamente...)
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martedì, 12 maggio 2009
Poliziotti e verità
Mi hanno chiamato al telefono per parlare di migranti, a una radio torinese. Non riassumerò il mio intervento, focalizzato sul concetto che l'nferiorizzazione dei migranti detti "clandestini" - che trova il suo culmine nel dispositivo chiamato Cpt/Cie - serve a produrre servi. Un poliziotto del Ugl ha ribattuto che sono male informato, perché, ha detto, "i posti nei centri sono limitati e noi diamo assoluta priorità alla detenzione dei delinquenti". Ora, è molt tempo che ribadisco proprio questo, che nelle grandi città (diversamente che nei centri periferici) si agisce prevalentemente così. Il poliziotto non si rende conto della gravità della pratica. Che sovverte i principi giuridici fondamentali, visto che se si è colpevoli qualche reato si deve finire davanti al giudice, e non può essere l'autorità amministrativa a decidere arbitrariamente chi è delinquente e chi no (e quando si comincia così, finiscono prima o poi per scontarla tutti). Avrei voluto dirglielo, così come avrei voluto dirgli che da quell'ammissione consegue il riconoscimento che tutti gli altri non sono qui a fare nulla di male, e per lo più lavorano, e allora non si vedrebbe perché non riconoscergli diritti, se non fosse appunto, come dicevo in apertura, che quelli sono servi e a produrli servono que centri. Avrei voluto dirglielo, se non fosse che mi è caduto il cellulare, la linea è caduta, e quando mi hanno richiamato dalla radio la trasmissione era già finita.
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sabato, 09 maggio 2009
Agende
E' già molto tempo ormai che non riesco ad aggiornare come vorrei questo blog. (Su Facebook sono un po' più presente). Troppe cose da fare - e per mantenere la qualità della vita qualcosa bisogna pur sacrificare... Negli ultimi mesi: il libro appena uscito per Transeuropa Con il nome di mio figlio, dialoghi con Haidi Giuliani; l'editing di Servi, il viaggio nell'Italia dei clandestini al lavoro, che uscirà a settembre per Feltrinelli; e soprattutto il cd del progetto libertAria. Che finalmente uscirà a fine giugno, e poi verrà distribuito nelle librerie con un mio libro di poesie. Domani salgo ad Acqui Terme, a fare il primo mixaggio dagli Yo Yo Mundi (che saranno presenti sul cd suonando un mio pezzo, Sbandati). A presto...
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venerdì, 24 aprile 2009
All'assalto
Criminale è che fonda le banche, non chi le assalta. Così verrebbe da riformulare la nota espressione di Brecht, dopo il G20 londinese, in cui le banche sono state il bersaglio privilegiato – quelle banche che sono il cuore tumorale della finanza globale. Ogni rivolta popolare ha, deve avere, i suoi simboli da distruggere, come fu per la Bastiglia parigina. E le giornate londinesi sono state qualcosa di simile a una rivolta popolare. Si dirà, ma è violenza. Beh, perfino Gesù Cristo attaccò la proprietà privata dei mercanti nel Tempio. Si dirà, ma quello era il Tempio. Beh, ma se il Tempio (lo spazio sacro) è il mondo intero ("tutto ciò che vive è sacro", cantava Blake), attaccare chi lo profana sarà cosa buona e giusta. E le banche, oggi, sono a buon diritto considerate per le loro azioni, e giudicate.E non è assolutamente indifferente il fatto che, se nel 2001 chi assaltava le banche non riscuoteva consensi ed era assolutamente isolato, oggi chi assalta le banche riscuote quantomeno simpatia.
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sabato, 18 aprile 2009
Facebook e Vauro
Qualsiasi cosa se ne pensi, Facebook è un efficace spia degli umori che agitano il paese. Negli ultimi giorni la difesa di Vauro dalle censure politiche è stata forte da parte di molti utenti del social network più frequentato. Sono proliferate la adesioni al gruppo “solidarietà a Vauro”, con diecimila iscrizioni in 24 ore, e sono state ripubblicate a ripetizione dai singoli utenti le vignette “incriminate”. Il pretesto del ferimento delle coscienze di chi ha subito lutti è parso per quello che è: la maschera di un violento attacco alla libertà e al diritto di satira, una maschera odiosa che ancora una volta prende le sembianze umanitarie ed empatiche. Del resto così ha fatto anche il premier italiano in questi giorni, fino al culmine lacrimoso dei funerali di cui cercava di far spot. Su Facebook sono circolati abbondantemente anche i video, di fatto oscurati dai media di regime, del premier che parla di camping e di gite al mare pagate. Una truce verità che emerge (come “supplemento osceno”, direbbe forse Zizek, nel senso che esibisce ciò che deve restare nascosto) dalle sue labbra di Capo che vuole fare della “sua” realtà un permanente centro commerciale dove tutto è accogliente e funziona alla perfezione. Un grande show, dove anche il dolore trova il suo posto – dove nulla dev'essere fuori posto. (E allora, è normale che il “suo” Tg1, il giorno dopo il terremoto, abbia sciorinato senza vergogna i dati degli share ottenuti: video anche questo circolato a ripetizione su Facebook). Ai comici si impone di tacere, perché è il potere stesso a riservarsi la parte del comico. E non c'è soppressione della “negazione” più violenta. Bebo Storti ha scritto, nello status del suo Facebook, “Ogni volta che un comico non insulta e irride il potere diventa un servo”. E' così. Se il comico prende il passo in due quarti del potere e non fa lo sgambetto alla sua marcia trionfale, allora la sua voce si perde nel coro della gloria tributata, e tradisce la propria verità.
(pubblicato su l'Unità 18-4-2009)
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mercoledì, 08 aprile 2009
La Comunarda in scena
Otto Gabos, uno dei più importanti disegnatori italiani, ha fatto cinque tavole mettendo in scena "La Comunarda", canzone il cui testo ho scritto insieme a Francesco Forlani. Si vedono su Blog&Nuvole, opera della Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte in collaborazione con la Triennale di Milano: qui (per andare avanti, cliccare sulla tavola in basso a destra...). Qui invece c'è la canzone nella versione live con Daniele Sepe.
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giovedì, 02 aprile 2009
L'onda tellurica
A Londra, durante il G20. Un altro fratello schiacciato dalla macina del denaro. Ancora non si sa come e perché, solo di una calca e di un collasso, ma ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere - e il respiro manca.
Nel pomeriggio, gli impiegati della City hanno gettato, dalle loro finestre, biglietti da dieci sterline sui manifestanti. L'immagine perfetta di un mondo che, nel momento estremo del pericolo, cerca la salvezza nell'oscena esibizione di quella verità negata fino ad ora, celata nelle spettacolari alchimie della finanza. Ora che il fantasma è finalmente venuto a galla, affiorato come onda tsunami, ecco che gli stregoni che l'hanno suscitato ne rivendicano fieramente il possesso. C'est la lutte finale, verrebbe da dire - se non fosse che quel demone tiene in pugno ancora, e chissà per quanto, i desideri e le speranze di troppi, disseccati. Quella folla che assedia Londra, allora, che rivendica le strade, che occupa la città e la fa sua, che assalta le banche che non cessano di rapinarla - sono la prova vivente di una resistenza necessaria, quella di una contro-onda, un sommovimento tellurico che faccia cadere ciò che è in alto, nei palazzi della City. Essi sono la presa della coscienza (del) reale sull'incoscienza dell'Immaginario (l'immateriale gioco della Finanza spettacolare).
Che sia l'immagine della loro fine, quella degli immondi uomini della City che lanciano denaro. Che sia l'icona leggendaria che li accompagni alla tomba, come fu per quella (inventata, pare, ma egualmente leggendaria) di Maria Antonietta e le brioche.
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